sabato 16 novembre 2013

Su "Le Materie Prime della coscienza": reinterpretare la "Storia della Filosofia"



Il fondamento per il quale il mio linguaggio filosofico sostiene, ad esempio, che la Filosofia Antica (interna alla dominazione occidentale) incomincia con la riflessione di Talete e si conclude con la Seconda Sofistica (includente anche ciò che viene solitamente chiamato Terza Sofistica), e che la Filosofia Medioevale (sempre interna alla medesima dominazione occidentale) incomincia col Neoplatonismo e finisce con quella che chiamo Tecnica Medioevale (la Filosofia Moderna incominciando con Cartesio e concludendosi con Hegel), ebbene, tale fondamento potrà essere studiato ne Le Materie Prime della coscienza (un'opera ancora in via di sviluppo e quindi non ancora conseguita, per la cui pubblicazione definitiva bisognerà attendere ancora per qualche tempo).

Queste tesi (e relative fondazioni) sono soltanto alcune tra le numerosissime nuove tesi (e relative fondazioni) che compariranno in quella nuova opera, tesi che si estendono al senso della "filosofia contemporanea" (cioè di quella che chiamo Filosofia Planetaria), e della Filosofia del Regno della similarità prevalente (cioè di quella che chiamo la dominazione della volontà pubblica di potenza, volontà di indicare l'autentica verità dell'essere, una dominazione appunto interna a quello che chiamo "Regno della similarità prevalente", un Regno che non è la totalità dei Regni di similarità prevalenti, bensì si riferisce al Regno specifico di ciò che solitamente vien detto "regno umano" e "regno animale" - lasciando aperta la possibilità di accertare l'esistenza di ulteriori "regni" pur sempre interni a tale Regno); e, ancora, tesi che si occupano dell'intera vicenda dell'uomo animale sulla Terra (e non solo), includendo l'età primordiale degli animali, l'età mitica e orientale (e non solo). Si discorrerà, inoltre, sul senso della dominazione del rapporto tra la non ideologia della Tecnica e le ideologie (Capitalismo, Comunismo, Democrazia, Tecnocrazia, ecc.) della volontà privata di potenza, in relazione a cosa di esse è destinato ad accadere nel prossimo e lontano futuro (un futuro interno pur sempre a quel Regno). Fino, chiaramente, al senso specifico di ciò che, nel mio linguaggio, chiamo "il Ritorno" (cioè il prevalere della Filosofia Autentica, cioè del Tutto stesso), con nuove analisi logico-matematiche legate appunto al preciso numero finito di essenti che governano il Tutto, ed anche in relazione a quelle che, primariamente, sono le Materie Prime del cammino finito del Tutto.

Si aggiunga, infine, che la reinterpretazione dell'intera Storia della Filosofia, quale appare (almeno) nel mio discorso filosofico, include la reinterpretazione delle riflessioni di tutti quei filosofi (da quelli orientali a quelli occidentali, come Eraclito, Platone, Gesù, Plotino, Agostino, Tommaso, Cartesio e così via, anche quelli meno conosciuti) che, di tale Storia, siamo in grado di conoscere.

domenica 21 luglio 2013

Il passato, il presente temporale e il futuro, inclusi nell'eterno presente: importanti delucidazioni intorno ad alcuni risultati di "Del tragico Amore"




Tutto ciò che è destinato a passare (cioè tutto il passato) è ricordato (= rimembrato = è ancora sopraggiungente = continua a sopraggiungere in quel certo « presente temporale » che oltre-passa il passato = appare in un presente temporale siffatto), nel modo in cui è dimenticato (= nel modo in cui non sopraggiunge più).
Ci si contraddice se si afferma che ciò che è ricordato è, in quanto non può essere dimenticato, identico al suo esser dimenticato. Ma non è contraddittoria ed è anzi innegabile l’affermazione che il passato viene ricordato come dimenticato (ossia nel modo in cui viene dimenticato), cioè continua a sopraggiungere come ciò che non continua a sopraggiungere: il « come » (il « modo ») è ciò che, se non apparisse, implicherebbe la contraddizione di tale affermazione.
Ciò che passa non è soltanto un passato. Infatti, se fosse soltanto un passato, non si potrebbe nemmeno dire che questo suo passare esiste (appare = non passa); non solo: ciò che passa non sarebbe, in quanto non ancora passato, un esser quel certo presente temporale che esso è e che è destinato a passare, e non sarebbe neppure, in quanto non appare ancora come un siffatto presente temporale, un apparire come quel certo esser atteso che esso è e che è destinato a passare esso stesso. Ciò che passa è, pertanto, anche un certo esser presente ed un certo esser atteso (nelle modalità appropriate).
Ancora: ciò che passa appare all’interno del « presente eterno » che esso stesso originariamente (= da sempre e per sempre) è, altrimenti, se così non fosse, tutto ciò che stiamo dicendo non sarebbe, appunto, presente, cioè non potrebbe essere affermato, cioè non potrebbe esistere; quindi, in questo senso ancor più profondo, ciò che passa è sé stesso solo in quanto appare all’interno del proprio essenziale non passare (ossia del proprio non finire nel nulla): solo in quanto gli essenti che passano non finiscono (= non passano) nel nulla (cioè non sono un passare), solo su questo fondamento si può ed è necessario dire che essi passano.
Inoltre, è da rilevare che quando a prevalere è la dimenticanza (su sé stessa in quanto ricordo) del passato, è prevalente l’illusione che la totalità di ciò che passa non sia presente, in tutta la sua concretezza, all’interno di ciò che ha oltre-passato tale totalità. Ma quando a prevalere è il ricordo (su sé stesso in quanto dimenticanza) del passato, a prevalere è l’accorgimento che è proprio tutto il passato a sopraggiungere ancora in ciò che lo oltre-passa, fermo restando che tale passato sopraggiunge ancora nel modo in cui è destinato a non sopraggiungere più (e tenendo presente che anche il « non sopraggiungere ancora-più » è eterno, ossia è sé stesso, ossia non viene e non va nel nulla). La dimenticanza, quindi, appare anche nel percorso del Ritorno (cioè nel percorso del prevalere del Tutto), e tuttavia ciò non può significare che una parte del passato viene ricordata e un’altra parte di esso viene dimenticata: tutto il passato viene ricordato, cioè anche dimenticato: tutto il passato viene ricordato (cioè continua ad apparire, sopraggiunge ancora in ciò che lo oltre-passa) nel modo in cui viene dimenticato.


Si progetti che B sopraggiunga dopo l’affiorare di A. A e B sono anzitutto essenti, cioè sono legati (= non si distinguono), sono il Tutto, nel modo in cui gli stessi A e B si distinguono tra di loro. Quando sopraggiunge A, il Tutto (AB ed ogni altro essente) è già presente (poiché il Tutto è il fondamento dell’apparire delle proprie parti, e quindi anche di A in quanto sopraggiungente): è all’interno di AB che appare dapprima l’affiorare di A e poi l’affiorare di B. Pertanto, non è vero che, quando sopraggiunge A, B sia solamente assente: B (insieme ad A e ad ogni altro essente) è presente ovunque, perché tutto è presente ovunque, nel modo in cui tutto è parzialmente presente, cioè parzialmente assente. Quando allora sopraggiunge A, A sopraggiunge stando già all’interno dello stesso A in quanto non sopraggiungente dal nulla, e questo A non sopraggiungente non si distingue da B (e nemmeno dagli altri essenti), giacché, quando sopraggiunge A (in quanto distinto da B), B è già presente in questo senso profondissimo, cioè nel senso che il sopraggiungere di una parte (ad es. di A) appare solo in quanto tale sopraggiungente è non sopraggiungente dal nulla, ossia solo in quanto la parte appare all’interno di sé stessa in quanto Tutto: A-parte sopraggiunge e passa solo in quanto A-Tutto (che è identico a B-Tutto e ad ogni altro essente) non sopraggiunge e non passa nel nulla, e cioè A-parte sopraggiunge essendo il Tutto ossia non sopraggiungendo dal nulla, e passa essendo il Tutto stesso cioè non passando nel nulla. Dunque: quando sopraggiunge A, B (ed ogni altro essente) è innanzitutto presente nel suo esser il Tutto di cui B stesso è anche parte, e quindi in questo senso non è vero che, quando sopraggiunge A, B non è ancora sopraggiunto: quando sopraggiunge A, B appare (è il Tutto) nel modo in cui B-parte appare come atteso, e nel modo in cui lo stesso B-parte è destinato ad apparire come un non esser più atteso (e anche questo destino è eterno) e quindi a sopraggiungere come quel certo presente temporale che esso è in quanto è appunto parte, e, ancora, nel modo in cui lo stesso B-parte è destinato ad apparire come oltre-passato dal sopraggiungere di C.
Quando sopraggiunge A (ad es. questa giornata di lunedì), non si può dire che non appaia il Tutto che non appaia la parte: ad apparire è infatti il Tutto-parte (è il Tutto che include sé stesso come parte = è la parte che è inclusa in sé stessa in quanto Tutto). Se il Tutto è la relazione tra A, B e C, quando sopraggiunge A, ciò che appare è il Tutto ABC (cioè anche le parti A, B e C) nel modo in cui ABC appare come il sopraggiungere di A che attende il sopraggiungere di BC, e nel modo in cui, tuttavia, BC è già presente, appunto, come atteso. Per quel tanto che BC non può apparire all’interno di A, è necessario dire che tale impossibilità è propria sia della parte che del Tutto; cioè il Tutto (ABC) si struttura, in eterno, proprio nel modo in cui A appare parzialmente (cioè è parzialmente assente) in BC. È perché ci si illude che il Tutto possa apparire anche in modo totale (il modo è totale solo nel senso che è incluso in sé stesso in quanto Tutto che, appunto, include sé stesso come un modo siffatto: il modo è la stessa parzialità, in cui il Tutto è Tutto, giacché il Tutto, essendo il totale che appare in modo parziale, non può apparire anche in modo totale), è per questo motivo che tale illusione include la convinzione che il non poter apparire di BC in A è incluso in una dimensione in cui appare l’oltrepassamento eterno di questo « non poter apparire ». Ma, stiamo dicendo, questo senso dell’« oltrepassamento eterno » non esiste, non appare (ossia appare come ciò che è contraddittorio che appaia al di fuori del modo in cui il contraddirsi vuole il contraddittorio). L’autentico « oltrepassamento eterno » (cioè l’autentica visione immutabile di tutti gli essenti) è, invece, la stessa esistenza del modo in cui A si distingue da (cioè appare parzialmente in) BC, cioè del modo in cui A, al di là delle modalità in cui appare in BC (ossia in cui è BC, ossia in cui BC è identico ad A), non può apparirvi, ossia è necessario che non vi appaia. L’uguaglianza che unisce A, B e C (ossia l’uguaglianza ABC) non aggiunge nulla all’apparire della differenza tra A, B e C, bensì è appunto l’apparire di tale differenza, e cioè quando si dice che questa differenza appare (esiste), si sta dicendo, in realtà, che essa è inclusa in sé stessa in quanto non-differenza, cioè in quanto Tutto che non sopraggiunge e non finisce nel nulla. Non esiste cioè un apparire che sia diverso ed inclusivo dell’apparire di tale differenza. Il semantema « l’apparire della differenza tra le differenze » è il semantema infinito in cui il Tutto consiste, giacché esso vuol dire: « l’apparire (totale) dell’apparire (parziale) di ogni differenza in ogni altra differenza »: il termine « l’apparire dei differenti » significa « l’apparire totale di sé stesso in quanto apparire parziale cioè in quanto parziale non-apparire ».


Come il ricordo include sé stesso in quanto dimenticanza, così la previsione (del futuro) include sé stessa in quanto non-previsione (del futuro). Tutto il passato viene ricordato nel modo in cui viene (parzialmente) dimenticato, cioè nel modo in cui viene parzialmente ricordato. Tutto il futuro è annunciato nel modo in cui è (parzialmente) imprevisto, cioè nel modo in cui è parzialmente annunciato. Annunciare (prevedere) il futuro significa che esso è presente come ciò che deve ancora sopraggiungere. Il passato, il presente temporale e il futuro appaiono in ogni istante del tempo, e in questo senso sono lo stesso; tuttavia, sono questa eterna stessità nel modo in cui essi stessi si distinguono tra di loro cioè da sé stessi in quanto identici.


Conclusioni.
L’eterno presente (il Tutto) è sé stesso in modo temporale (è sé stesso, cioè, includendo le proprie parti), cioè nel modo del presente temporale, ossia del presente temporale in cui consiste il passato, di quello in cui consiste il presente temporale come distinto dal passato e dal futuro, e di quello in cui consiste il futuro. 
Tutto ciò che passa viene ricordato in modo parziale. È il modo ad essere parziale, ma ciò di cui il modo è modo è il ricordo totale del passato: il modo parziale, in cui il ricordo ricorda tutto il passato, è lo stesso significato del termine « ricordo parziale », semanticamente identico al termine « dimenticanza parziale » (oppure, semplicemente, « dimenticanza », dato che, se il dimenticare fosse totale, il passato non sarebbe in alcun modo ricordato, e lo stesso dimenticare non potrebbe apparire; il dimenticare, dimenticando il dimenticato, è comunque manifesto, e proprio per questo è un parziale dimenticare).
Nel percorso finito della Prima Volta (cioè nel prevalere dell’assenza, ossia della presenza parziale, ossia del modo processuale, in cui il Tutto è sempre presente), è la dimenticanza a prevalere (su sé stessa in quanto ricordo). A cominciare dal Passaggio che conduce al tracciato finito del Ritorno, a prevalere è invece il ricordo (su sé stesso in quanto dimenticanza). Che nella Prima Volta prevalga la dimenticanza significa che, fermo restando che il ricordo del passato è totale – in modo parziale –, è questo modo, è questa parzialità a prevalere su ciò di cui essa è parzialità, cioè significa che le tracce, che il passato lascia in ciò che lo oltre-passa, rimangono per lo più indecifrate. E che nel Ritorno prevalga il ricordo significa che, fermo restando che il dimenticare continua ad apparire, è appunto il ricordo totale del passato a prevalere sul modo parziale in cui il ricordare ricorda il ricordato, giacché se esistesse un tempo in cui il passato viene solamente ricordato (cioè senza esser anche dimenticato), ciò che passa non passerebbe, cioè non sarebbe un passare, non apparirebbe come un esser ormai passato (cioè non esisterebbe il passato).
Nel sentiero limitato della Prima Volta, non è soltanto il dimenticare a prevalere, ma, insieme ad esso, prevale anche l’incapacità di scorgere il volto del futuro. Quando sopraggiunge il Passaggio che conduce al Ritorno, la previsione del futuro comincia a prevalere su tale incapacità. La previsione del futuro è, sia nella Prima Volta che nel Ritorno, previsione totale, e lo è in modo parziale; questo modo parziale è la medesima previsione parziale, cioè la non-previsione parziale. Anche qui, se esistesse un tempo in cui il futuro viene solamente previsto (cioè senza includere la non-previsione), l’attesa dell’atteso non attenderebbe alcunché, perché non esisterebbe l’atteso (il futuro). Ancora: se la non-previsione fosse totale, il futuro non potrebbe essere annunciato in alcun modo, e nemmeno la non-previsione potrebbe apparire: la necessità che la non-previsione appaia è la necessità che la non-previsione sia previsione parziale, cioè parziale non-previsione.

Si aggiunga, infine, che la previsione è totale cioè anche parziale – tale parzialità essendo la stessa non-previsione (parziale), e quest’ultima non potendo essere totale –, proprio perché è la previsione ad includere sé stessa come non-previsione, non è cioè la non-previsione ad includere sé stessa come previsione. Si dica lo stesso a riguardo del rapporto tra ricordo e dimenticanza: è il ricordo ad includere la dimenticanza, e pertanto è necessario che il ricordo sia totale cioè anche parziale, tale parzialità del ricordo essendo la medesima dimenticanza (parziale).

mercoledì 5 giugno 2013

Nuovi scritti dopo "La struttura concreta dell'infinito" e "Del tragico Amore"



Il mio linguaggio filosofico, che procede da La struttura concreta dell'infinito verso Del tragico Amore, continua ad arricchirsi in relazioni semantiche sempre più fitte e complesse. I problemi rimasti aperti in Del Tragico Amore trovano la loro naturale soluzione col prolungamento delle analisi di quel linguaggio.
Tuttavia, tali analisi scorrono ancora e nella mia mente e nella scrittura; giacché il conseguimento del nuovo volume non è ancora nelle estreme vicinanze...
Qui, posso anticipare soltanto che quei problemi riguardano il modo in cui si intrecciano necessariamente le finite differenze del Tutto: il Tutto include un numero finito di individuazioni della sua essenza, le quali si strutturano (in eterno), dapprima, in una diacronia tra "Materie Prime", e poi, nell'aggregazione eternamente processuale che unisce via via tali Materie Prime. All'interno di questo quadro, viene analizzato, nel nuovo volume, il modo specifico in cui da quella diacronia si va verso un'aggregazione siffatta - includendo anche, in questa analisi, il senso autentico di ciò che viene detto "uomo", "animale", "Occidente", "Oriente", ecc. Filosofo per filosofo, periodo storico per periodo storico, quell'analisi coinvolge tutte le prevalenti forme di coscienza e culturali di ciò che viene chiamato "Regno umano" (e "Regno animale"). Si spiega inoltre, sempre nel nuovo saggio, la differenza tra la "storia dell'uomo e del Pianeta" quale viene intesa negli scritti di Severino e quella che, invece, viene testimoniata nei miei scritti e soprattutto in quest'ultimo (che rimane tuttavia ancora incompiuto).
Il titolo della nuova opera è ancora da decidere. In attesa di ciò e dell'Indice della medesima, rimando i lettori allo studio di tutti i miei precedenti scritti, compresi quelli di questo blog.

lunedì 11 febbraio 2013

Sopportare il dolore



Un dolore insopportabile è un dolore impossibile. L'insopportabilità, infatti, non appare e non può apparire. L'insofferenza esiste, pertanto, solo come difficoltà a sopportare il dolore, e non come un non poter sopportarlo. Il dolore è comunque sopportato, cioè patito.
In realtà (cioè dal punto di vista della coscienza della verità), è necessario che dal limite minimo della sopportabilità del dolore si proceda verso il limite massimo della medesima. Inizialmente (nel luogo dell'Inizio, cioè nel luogo che il Tutto esperisce per primo), si è meno capaci e predisposti ad affrontare la vita e il dolore, rispetto al modo sempre più concreto in cui, andando avanti oltrepassando quest'Inizio, si è sempre più predisposti a sopportare il dolore. Certo che, questa concretezza è assegnata a spogliarsi nel suo prevalere, soltanto nel e dal momento in cui si compie il cammino che dall'Inizio (cioè dalla prima vita che viviamo, benché sia discesa nell'oblio) conduce all'ultima vita del prevalere del dolore (all'ultima vita, cioè, della Prima Volta, ovverosia della prima parte essenziale del percorso finito dell'infinito).
Quello che viene chiamato "regno umano" è una fase talmente acerba del percorso del Tutto, che quell'ultima vita è molto più lontana di quanto non lo sia già quell'Inizio. Il tratto di strada che da questa fase porta a tale ultima vita è cioè assai più lungo rispetto a quello che dall'Inizio conduce ad una fase siffatta.
Il dolore è il modo in cui il Tutto ama sé stesso. Difatti, poiché il Tutto si oppone al Nulla, e poiché il Nulla è parzialmente affermato (altrimenti non si potrebbe appunto affermare che il Tutto non è il Nulla), il Tutto include la parte (il nulla parzialmente affermato), e ciò significa che esso, vedendo sé stesso in modo processuale, patisce il proprio dolore nel senso che vorrebbe (cioè vuole ma non può) vedere tutto sé stesso in un unico eterno momento. Il Tutto è sé stesso in una serie finita di momenti eterni, ognuno dei quali è un dolore perché include parzialmente e cioè esclude parzialmente ognuno degli altri; tuttavia, è pur sempre all'interno della Gioia del Tutto che essa include (totalmente) i propri dolori, il che vuol dire che ogni dolore è eternamente oltrepassato, nel modo in cui dal prevalere del dolore si va verso il prevalere di questo eterno oltrepassamento. Ognuno di noi è in verità il Tutto stesso che, processualmente, esperisce tutte le vite che siamo destinati a vivere (con le relative nascite e morti).
Quando verrà il tempo del Ritorno (che oltrepassa la Prima Volta), si andrà verso (ma in realtà è già tutto accaduto: accade tutto in eterno, anche il più lontano futuro) il modo meno intenso in cui il dolore appare, ossia il modo in cui si è più predisposti a sopportare il dolore (in un Ritorno che altro non è che il prevalere di ciò, l'Amore gioioso del Tutto, che include già da sempre e per sempre la totalità dei dolori, cioè delle parti).

giovedì 20 dicembre 2012

Fisica quantistica e autentica filosofia



1) Sebbene la tesi, propria della fisica quantistica, che ogni cosa è un "ologramma" (un "Tutto-parte", cioè sia il Tutto sia una parte di esso) sia una tesi che, quanto al suo contenuto meramente linguistico, è identica alla tesi centrale che sorregge l'intero discorso dei due volumi "La struttura concreta dell'infinito" e "Del tragico Amore", e sebbene anche la fisica (come ogni altra forma di linguaggio) sia, al di là delle proprie intenzioni relative, un modo di testimoniare la verità assoluta; sebbene così stiano le cose, non si può accogliere positivamente l'affermazione che i miei scritti e la fisica quantistica siano un designare lo stesso. Proprio perché, il Motivo per il quale il sottoscritto sostiene quella tesi è la negazione della contraddizione in cui consiste il motivo per il quale la fisica quantistica sostiene quella medesima tesi.
La filosofia autentica, infatti, è la critica radicale di ogni atteggiamento che, come quello "scientifico" (io direi, meglio, "tecnico" - se vogliamo dar valore assoluto alla parola "scienza", giacché, in questa assolutezza, la "scienza" è quella "filosofica", e cioè è la stessa "filosofia"), intende giungere ad un numero limitato di tesi sorrette dai cosiddetti "esperimenti scientifici" (ovvero "dimostrazioni o prove scientifiche"). Basta operare un (apparentemente) semplice ragionamento filosofico per scorgere l'impossibilità che tali "esperimenti" siano, in relazione alle intenzioni che gli accompagnano, l'espressione di una fondazione necessaria.

2) Ciò significa, propriamente, che l'autentica volontà di testimoniare la verità assoluta è l'affermazione che tali "esperimenti" sono e saranno veramente utili (e non dannosi), al fine appunto di indicare il vero, solo nella misura in cui vengano concepiti sul fondamento autentico di ciò che quella volontà intende dire. Infatti la "Tecnica", nel suo senso più ampio, è quella stessa volontà, di cui si sta parlando, la quale è sì un errare (perché è volontà di potenza), ma è pur sempre indissolubilmente legata alla verità, giacché l'errare è il linguaggio indicante la verità (l'errare è la volontà pubblica di potenza, includente sé stessa come volontà privata di potenza, cioè come volontà di testimoniare l'errore): la dominazione della Tecnica, a cui siamo destinati, è la dominazione della volontà di designare l'incontrovertibile, sì che se coi termini "fisica", "psicologia", "biologia", "anatomia" (ed ogni altra forma di cultura) si intende il linguaggio che intende esplicitamente testimoniare la verità, è allora necessario dire che il linguaggio dei miei scritti si colloca positivamente accanto ai linguaggi in cui consistono quei termini.
Ergo: il messaggio negativo (che cioè non intende indicare la verità) della fisica quantistica (e di tutte le altre forme tecniche di cultura, religione inclusa) è tale in relazione alla volontà privata di potenza; nella misura in cui, invece, la Tecnica (fisica, etc) incomincia a prevalere come tale, cioè come volontà pubblica di potenza, allora la Tecnica, pur essendo volontà errante (poiché l'errare è lo stesso processo finito dei segni i quali, in verità, sono segni della propria struttura immutabile: segni, cioè, di sé stessi in quanto appaiono eternamente legati, cioè in quanto sono il significato infinito da essi indicato), è il messaggio positivamente accettato da tutte le coscienze che, nel loro profondo, intendono scorgere con verità assoluta il proprio volto eterno. (Dopo la dominazione della Tecnica - che domina su sé stessa in quanto tecnica privata -, una dominazione che è pur sempre inclusa nel prevalere dell'errare - cioè della Tecnica stessa intesa complessivamente come relazione assoluta tra volontà pubblica e volontà privata di potenza -, in seguito a tale dominazione, si sta dicendo, è destinato a sopraggiungere il prevalere della verità, cioè del significato assoluto che, tuttavia, la Tecnica stessa è in grado di indicare: dal prevalere della Tecnica si procede verso il prevalere di ciò a cui la Tecnica, come volontà di indicare la verità, si rivolge in eterno: dalla Prima Volta si procede verso il Ritorno - tenendo presente che la dominazione della Tecnica, di cui qui si parla, non è inerente soltanto a ciò che solitamente viene chiamato "Regno umano" e che io chiamo l'attuale "Regno della similarità prevalente", bensì a tutti i processi che, all'interno della Prima Volta, son destinati ad essere qualificati come una dominazione siffatta, processi che, in modi diversi, sopraggiungono sia prima che dopo il sopraggiungere di quel Regno).


I nove commenti miei e di Pietro sono relativi al punto 1). Il punto 2) è l'esplicitazione di ciò che nel punto 1) rimane implicito. Il punto 2), dunque, potrà essere integrato da nuovi commenti.

domenica 2 dicembre 2012

Individuo e Totalità, bene e male


L'individuo è l'ente che non (in) si può dividere (dividuo) ulteriormente, giacché esso è ogni cosa (ente, essente) nel suo esser distinta da ogni altra. La Totalità, includente ogni individuo, è dunque ogni cosa nel suo esser legata ad ogni altra cosa, sì che Totalità e individuo consistono nei medesimi enti: ogni ente è la Totalità (l'Eterno), ovverosia è anche un individuo (una parte, un tempo).

La Totalità dell'universo è la volontà autentica che vuole il legame eterno tra ogni cosa, vuole (e ottiene già da sempre) il bene di ogni cosa. Tuttavia, una volontà siffatta è tale nel modo in cui il male è pur presente. Il male è appunto l'individuo, ossia la volontà errante di isolarsi dalla Totalità. Bene e male vanno di pari passo: in eterno, incominciando dal trionfo del male (nel quale trionfo noi tutti ancora ci troviamo), includente l'appiattimento del bene, per passare poi al prevalere del bene, includente il male che, soggiogato, non ha più la forza necessaria per imporsi.


giovedì 22 novembre 2012

Necessità del futuro, futuro della Necessità


Già da sempre in luce, ognuno di noi è l'apparire di ogni altro, nelle modalità cangianti e individuali le quali, nascendo e morendo, scolpiscono l'infinito volto dell'essere. Nell'Amore di questa sapienza infinita, la tragicità del vero sta proprio e per l'appunto nell'attraversare il percorso dei tratti e di ogni contorno dell'eterna scultura che tutti noi siamo in verità.

Necessario è il dolore, perché necessaria è la Necessità del bene supremo il quale, soffrendo, scorge sempre di più di essere il fondamento dei suoi mali. Attendere il futuro significa, dunque, stare in attesa non solo di altri modi di essere, ma anche e innanzitutto del rendersi sempre più conto di essere l'unica coscienza infinita di ogni tempo, e quindi di ogni passato e di ogni futuro (e di ogni "presente temporale").

Poiché il Tutto (e quindi ogni passato e futuro) è immutabile, e poiché è così immutabile in un numero limitato di tempi, è impossibile che il futuro continui a diversificarsi all'infinito, giacché verso un ultimo evento procediamo. E poiché, ancora, il Tutto è immutabilmente manifesto, è inevitabile che l'ultimo evento (l'Ultimo) sia eterno proprio nel modo in cui, dapprima, lo attendiamo, successivamente lo incontriamo, per poi, infine, esperire la sua morte necessaria. Ed è così che il Tutto muore in eterno, dietro questa morte ponendosi il tracciato finito che, dalla nascita eterna del Tutto, conduce quest'ultimo al suo epilogo naturale e conclusivo. Tutto appare in eterno nel modo processuale che compete ad ogni essente.