domenica 14 febbraio 2016

Dialogo con un'amica



Si proponga, ora, un breve dialogo con Lidia, una mia amica, amante della Filosofia.

LIDIA

Sapessi quanto leggo i tuoi libri e quanto mi stupiscono sempre piacevolmente. E' come ascoltare una sinfonia, le tue parole mi infondono una soave calma e penso al cerchio del mio finito che si chiude per nascere in quello infinito dell'eterno. E ci credo!
Sembra qualcosa di bello!

MARCO

Ciao Lidia.

Non è corretto ciò che hai scritto a riguardo del cerchio finito e di quello infinito. Tu sei già, anche ora, il cerchio infinito di luce, che però rimane prevalentemente un inconscio rispetto al tuo esser anche il cerchio finito a cui tu e solo tu (in quanto individuo) appartieni.

Tu sei qualcosa, cioè sei cosciente di qualcosa, cioè vedi qualcosa. Lo vedi, indipendentemente dal fatto che tu dorma, o che tu chiuda gli occhi durante la cosiddetta "veglia" (in cui si sogna in verità molto di più di quanto non avvenga durante il cosiddetto "sonno"). Questo tuo vedere qualcosa è il senso assoluto del vedere cioè dell'essere. Assoluto, cioè nel senso che non è soltanto "tuo", ma è anche "mio" e quello di "ognuno" che veda qualcosa.
Il problema è che questo vedere assoluto, che è la luce infinita che illumina ogni colore (cioè ogni diversità coscienziale), non prende ancora spicco sui colori da esso inclusi, bensì prendono spicco i colori, uno dopo l'altro, giacché ci si illude che ci siano soltanto i colori.
Questo problema ha già da sempre una soluzione. Il prevalere di questo problema lo chiamo "la Prima Volta", mentre il prevalere della sua soluzione eterna lo chiamo "il Ritorno". Siamo destinati al Ritorno, in cui tutto riappare in una nuova luce, la luce in cui prende spicco quel vedere assoluto avvolgente ogni colore. Siamo destinati, quindi, al prevalere della coscienza di essere il cerchio infinito di luce che vede tutto, e ciò significa che il cerchio infinito appare già da sempre, anche adesso, solo che, appunto, non è ancora prevalente sulla finitezza dei suoi modi di essere (cioè sui propri cerchi finiti).

Ma il Ritorno è ancora talmente lontano che parlarne ora suscita scalpore e turbamento (non per me però). Chi non comprende il discorso di cui vado parlando ne ha paura, perché esso include l'affermazione della necessità che tutto ciò che di ognuno di noi rimane ancora nascosto ad ognuno degli altri è destinato a sollevarsi nella luce. In altre parole, ognuno deve sapere tutto di tutti, e ciò, per chi non comprende il suo senso autentico, provoca appunto paura, è un'eresia.

Concludendo, il cerchio finito che solo tu sei in questo momento, è avvolto dal cerchio infinito che tu stessa sei ma che, prevalentemente, non ti accorgi di essere. Sei destinata, tu, come ogni altro, a quella serie di cerchi finiti in cui prende spicco l'accorgimento di essere l'insieme che li unisce, di essere appunto il cerchio infinito. Questa serie è il Ritorno. Ma perché si affacci il Ritorno è necessario che muoiano tutte le vite della Prima Volta, e non soltanto la "tua" vita.

 LIDIA

Questo tuo discorso non mi fa paura, anzi lo capisco. Sono molto sensibile e ciò mi fa sentire in modo profondo l'unione che fa di noi una cosa sola nelle sue sfumature. Mi sento avvolta da ogni piccolezza, dai colori, oggetti, natura e persone. Mi sento compresa in loro, nella mia famiglia sono solo io così.
A volte sono in uno stato di stupore, di nirvana, di allontanamento dalla realtà, non perdendola però.
Il dolore degli altri mi fa soffrire.
Mi accorgo di essere il cerchio infinito, ci credi?

 MARCO

Vedi, in realtà, al di là di un'esperienza fuori dall'ordinario vissuta da ragazzino, la mia consapevolezza di essere il Tutto (pur sempre interna alla Prima Volta in cui tutti ancora ci troviamo, cioè interna al prevalere dell'in-consapevolezza intorno a ciò che veramente si è) cominciò ad aumentare di intensità scaturendo da ragionamenti molto complessi (come puoi notare dai miei libri), da dimostrazioni logiche. Ma non nel senso di una logica distinta dall'esperienza (una distinzione inesistente in verità, anche se si crede sia il contrario), bensì nel senso che le dimostrazioni logiche sul piano del linguaggio aiutano molto la mente stessa (cioè l'esperienza) a osservare, leggere, decifrare la propria struttura sempre in luce e tuttavia così enigmatica e deviante nei suoi modi d'essere.
Io la parola "credere" la uso in senso per lo più negativo, infatti io non dico mai di "credere" in ciò che dico, bensì dico di "sapere", di "capire", di "vedere", di "constatare" ciò di cui parlo, e a volte mi meraviglio anche che gli altri non riescano a scorgere che tutto è nella quiete sopra ogni tempesta.
Spesso non ti rispondo, lo avrai notato, ma ti seguo, e vedo che ancora non hai ben compreso, ma vedo anche che sei predisposta a fare dei passi in avanti già in questa tua certa vita, in questo piccolo frammento di eternità.

LIDIA

Ti voglio raccontare una mia esperienza sconvolgente ma utilissima per ciò che ha prodotto nella mia vita.
In un momento di intensa emozione sentii in me un effetto cosmico. Si era sposata mia figlia ed io sapevo che dopo questo avvenimento potevo separarmi da mio marito senza turbare la famiglia.
Il mio stato di essente si librò in un ambito al di fuori del comune sentirsi vivere e pensai: "I millenni di anni luce sono passati su di me, e sul mio cuore". Ma non lo pensai solamente, lo provai come un viaggio tra le meteore e le stelle e mi sentii così parte di loro da farmene toccare in una sensazione come se il mio essere si fosse trasferito in loro.
Al che, ero sul letto ma vicina al telefono, sollevai la cornetta e chiamai l'avvocato per intraprendere le pratiche della separazione. Mi era necessario per poter vivere ancora altrimenti il senso del dovere avrebbe avuto il sopravvento.
Il cosmo è entrato in me e mi ha aiutato, come fosse stato il Dio dei miracoli.

Ti voglio al contempo mandare uno scritto tratto dal tuo libro Matematica dello Spirito, che mi piace. Lo capisco, però vorrei che me ne parlassi.

«Ci si illude che la repressione sia un che di negativo, e che "l'istinto di sopravvivenza" (il bisogno di mangiare, di bere, di "guadagnarsi da vivere", di costruire abitazioni e abbellirle e renderle confortevoli, di riscaldarsi vicino al fuoco dopo aver tagliato interi alberi, ecc.) debba essere sempre di più salvaguardato, avvalorato e soddisfatto. In verità è destino voler sempre di meno nutrirsi, accoppiarsi e, in generale, sopravvivere, nel significato malato della parola, poichè è destino che ci si renda sempre di più conto che l'autentica sofferenza è proprio la volontà di darsi da fare per restare in vita: tutto vive infatti in eterno, nel modo processuale che al Tutto compete di necessità e non per effetto di una volontà alienante di produrre e distruggere le cose».

Ciao carissimo!!!! 


Nel mio piccolo frammento di eternità attendo l'eternità e la certezza di esserci già dentro non mi fa pesare le cose da affrontare ancora, quelle spiacevoli naturalmente.

 MARCO

Accolgo con interesse la tua personalissima esperienza. Ce ne sono tantissime, ma quasi nessuno ne parla e quindi rimangono per lo più inascoltate. Ho letto tantissime esperienze di NDE (esperienze di pre-morte), e ho trovato molte analogie con ciò che dico sia a riguardo di ciò che affiora con la morte, sia a riguardo del senso totale dell'Universo. Ci sono molte esperienze anche di reincarnazione, nel modo in cui la intendo io.
Anche io ho fatto la mia personalissima esperienza, che tengo conservata nei miei ricordi più indelebili. Fu un'esperienza avvenuta indipendentemente dal fatto che io le andassi incontro o meno. Ogni tanto provo a esperirla nuovamente, ma non è per effetto della volontà di fare che avvengono le cose, sia quando crediamo di aver ottenuto sia quando crediamo di non aver ottenuto ciò che si voleva ottenere. Fu un'esperienza che provai più di una volta all'età di 10 anni. Mi travolse e mi coinvolse. Con quell'esperienza avvertì per la prima volta il respiro dell'infinito, ma non riuscivo ancora a riportarlo nel linguaggio. Severino mi ha aiutato. Lui stesso, tra l'altro, racconta di un'esperienza fuori dal "normale", ma molto diversa dalla mia.

Riprendendo quel passo del mio libro, dico che la repressione di cui parlo è lo stesso calmo e già da sempre fermo autocontrollo del Tutto che noi, in quanto (anche) finiti, rigettiamo nell'inconscio. Questo autocontrollo è la stessa visione di tutti gli eventi, del passato e del futuro, ma solo alla fine del percorso degli eventi esso è destinato a prevalere nella sua intensità più luminosa. Voler rinviare e allungare il processo che conduce alla morte personale di ognuno si trova in contraddizione con la verità. Ma ciò non significa che noi si riesca veramente a modificare gli eventi e quindi ad allungare la nostra vita specifica che stiamo vivendo, e non significa nemmeno che, invece, sarebbe meglio voler accorciare o tagliare il filo di questa certa vita prima o poi morente.
Parlo di destino, di un percorso inevitabile, non di volontà di costruire il proprio futuro, che invece è già scolpito da sempre sul volto del Tutto. Tuttavia, il destino include in sé la volontà di fare, cioè la volontà che si illude che nulla sia eterno e che tutto debba essere creato e ricreato all'infinito. Dentro il nostro destino appare anche questa volontà, e lo sai bene. Ognuno di noi è consapevole prevalentemente di questa volontà, non di essere anzitutto il destino. Più ci si rende conto di essere il destino e più si osserva la volontà di fare secondo prospettive più ampie. Allora la congruenza (o coerenza) della volontà di fare rispetto al destino (cioè al fatto eterno che tutto è già compiuto, come già Gesù diceva e che poi l'interpretazione malata del Cristianesimo ha travisato) è la volontà dell'attesa, cioè di lasciare che gli eventi facciano il loro corso (che in realtà lo fanno lo stesso anche quando domina la volontà privata di modificarli).
Ti faccio un esempio. Cerca di seguirmi. In verità, ciò che noi chiamiamo "albero" è anche, all'interno del suo essere l'inconscio di ogni finito (cioè la coscienza che unisce ogni evento), un segno, una traccia che rinvia a una coscienza finita (come lo è la tua o la mia). Il problema che rimane aperto è: qual è questa coscienza finita? Il segno in cui l'albero consiste rimanda alla coscienza finita che esso stesso è, oppure alla coscienza finita che un altro essente è?
Facciamo ancora qualche passo avanti insieme, Lidia, rimanendo all'esempio. Quando vedi tua figlia, vedi una certa immagine reale che la coscienza finita di tua figlia lascia nella tua. Quest'immagine reale è appunto una traccia che la vita finita di tua figlia lascia all'interno della tua vita finita, cioè della tua prospettiva di vedere lo stesso Tutto che, secondo un'altra prospettiva finita, vede anche tua figlia. Ed anche tu lasci delle tracce all'interno della vita finita di tua figlia. Ognuno lascia delle tracce in ognuno degli altri. Le tracce che vengono lasciate sono un passato o un futuro rispetto a ciò in cui esse vengono lasciate, ma noi per lo più non ce ne rendiamo conto. Quando ricordi la tua infanzia ricordi te stessa, non ricordi un'altra coscienza che non abbia a che fare con te, sebbene vi siano delle differenze tra la tua coscienza di anni fa e quella di adesso. Ecco, quando invece pensi a tua figlia credi che lei sia in assoluto un'altra coscienza, come se non appartenesse, rispetto alla tua vita finita, ad un tuo passato o ad un tuo futuro. Questa è l'illusione di non essere il Tutto.
Facciamo altri passi, per poi ritornare all'esempio dell'albero. Prova adesso ad avere nella mente tua figlia, non nel senso di averla dinanzi come quell'immagine reale, ma di immaginarla nella tua mente. Ora, anche questa immagine che hai nella mente è un segno che tua figlia lascia nella tua vita finita, ma è un segno diverso da quello in cui consiste quell'immagine reale di tua figlia che ti si presenta dinanzi. Detto questo, si può osservare come l'immagine (di tua figlia) che hai nella mente rimandi a una coscienza finita, quella di tua figlia, che però non consiste direttamente in questa immagine che hai nella mente, mentre l'altra immagine, quella reale di tua figlia che hai dinanzi, rimanda a una coscienza finita, quella di tua figlia, che consiste direttamente nell'immagine stessa che tu hai dinanzi. Ecco la differenza.
Ora, tornando all'albero, noi non sappiamo se l'immagine che abbiamo dell'albero rimandi a una coscienza finita che consiste direttamente in quest'immagine stessa o che consiste in qualcos'altro, ma di sicuro possiamo e dobbiamo dire, appunto, che questa immagine rinvia a una coscienza finita.
Ciò posto, l'albero non è disponibile ad essere sfruttato e dominato da noi che ci definiamo "esseri umani". Nulla è in realtà disponibile ad essere sopraffatto.

LIDIA

Mi viene da fare una battuta!
Da come ragioniamo sembra che non vogliamo morire, perché dichiarandoci già nell'infinito e appartenendo già all'eternità può accadere che la progettata continuità ci liberi, almeno mentalmente, da questo evento e non considerandolo più una spada di Damocle!!!!!


venerdì 12 febbraio 2016

Amare e non amare



Sarebbe la cosa più bella quella non già di restare ma di incominciare a prevalere come profondamente amici, anche di chi si crede (illudendosi) di amare o di aver amato. Sarebbe l'amore a prendere spicco nella luce. Soprattutto la donna potrebbe incominciare a scandagliare il proprio abisso di relazione con l'altro, in una vicenda dove il rapporto fisico-sessuale appare per ciò che è, ossia come ciò attraverso cui la vera donna non intende sporcarsi ulteriormente. La vera donna si sente ormai nauseata dall'intenzione maschile di sopraffarla sessualmente, anche da coloro che con animo gentile le vogliono far credere il contrario con l'inganno. Ma ciò non significa cancellare le pur vibranti sfumature di cui vive il corpo, bensì farne esperienza a partire da una fonte infinita, quella della sensualità, dove il legame tra i sensi appare libero da ogni volontà di dominio, appare cioè come legame tra infiniti, legame tra le anime.
Chi dice di non amare più qualcuno non si avvede che se l'amore splende al centro di tutto, è impossibile che esso venga successivamente spinto ai margini. Quindi chi dice di non amare più qualcuno, sta dicendo in realtà di non averlo mai amato, nel senso che in quel rapporto specifico non ha prevalso l'amore, bensì ci si illudeva di amare con verità. Può affiorare la presa di coscienza sempre più ampia e colorata di amare qualcuno che si credeva di non amare, e quando ciò accadesse questo amore non potrebbe più svanire. Ma è impossibile rendersi conto di non amare più. In altre parole, ci si può accorgere di non aver amato veramente qualcuno di quell'amore che si credeva fosse vero amore e che invece non lo era, e quindi, scoprendo il vero senso dell'amore, accorgersi di amarlo da sempre, ma non ci si può avvedere, secondo il senso autentico dell'amore, di non amare più, appunto perché è impossibile non amare più, si può soltanto non accorgersi di amare già da sempre e quindi accorgersi di amare veramente ciò che si credeva illusoriamente di amare o di non amare. Anche negli eventi più terribili si nasconde lo sguardo del vero amore, uno sguardo che si mantiene nell'ombra appunto perché tale orrore prende spicco appiattendo l'amore che pur appare.

lunedì 7 dicembre 2015

Sul denaro



Breve confronto con Andrea Berardinelli (mio amico e studioso attento di tematiche filosofiche) su un argomento delicato e spinoso come quello del "denaro", in seguito alla proposta finlandese del reddito di base.

MARCO PELLEGRINO

Ciao Andrea! Scusa ma cercare di trovare delle soluzioni rimanendo all'interno della logica del denaro significa rimanere in uno dei vortici dell'intermediazione posta sulla base del meccanismo padrone-servo (o ricco-povero). Se ci si rende conto che un'autentica organizzazione del sociale non può fondarsi su un meccanismo siffatto, ci si rende per ciò stesso conto che non v'è bisogno di alcuna intermediazione e quindi nemmeno di quella in cui consiste il denaro. 
Il reddito di cittadinanza (o di base) rientra in quella logica sbagliata, quindi è come voler scappare da una prigione per entrare in un'altra più spaziosa, ma sempre di prigione si tratta. Il denaro deve essere eliminato, come tutte le altre forme culturali e civili che fanno da "medio" tra chi padroneggia (senza essere sfruttato, e stiamo parlando di poche persone che sul Pianeta se ne occupano) e chi viene sfruttato.

ANDREA BERARDINELLI

Marco la tua soluzione è radicale, ma siamo in un mondo in cui per ottenere un cambiamento bisogna essere gradualisti, nel bene o nel male. Tutto deve partire dalla cultura, ma, anche qui, non sono ottimista.

MARCO PELLEGRINO

Capisco Andrea, ma bisogna che qualcuno incominci a scendere alla radice affinché tale gradualità sussista. Io le devo dire queste cose, dato che, da quanto mi risulta, le persone credono che una società senza denaro sia un'utopia, il che non è assolutamente vero, anzi... Se io, tu e, poniamo, dieci altre persone decidiamo di formare tra noi una società, si tratta di condividere dei progetti, non abbiamo bisogno del denaro, né della scuola così com'è gestita ancora oggi. Gli infermieri che fanno questo mestiere allo scopo di prendere lo stipendio non sono buoni infermieri, perché il loro scopo primario dovrebbe essere quello di amare ciò che fanno e cioè prendersi cura dell'ammalato. Gli insegnanti fanno lo stesso, ma potremmo estendere il discorso a qualsiasi altro tipo di lavoro. 
Basta lavorare affinché si ottenga il giusto scopo primario di un'azione. Il denaro ostacola, è una devianza pericolosissima. A scuola si manipolano le menti, a parte quei pochi che lo capiscono e tentano, spesso invano, di non cadere nella trappola. Lavorare per il denaro e acquistare per sopravvivere è una truffa bella e buona, perché, poiché il denaro crea differenze sociali condivise non da tutti, ci sarà sempre una parte della società che, pur volendo lavorare per sopravvivere, le verrà impedito di farlo non potendo quindi guadagnare quel denaro che serve per procurarsi i mezzi per andare avanti (l'equilibrio sociale è appunto ciò che i padroni del Pianeta non vogliono realizzare, altrimenti non potrebbero più padroneggiare). Non bisogna lavorare per guadagnare denaro, bisogna lavorare per avere il tempo necessario per riflettere e crescere spiritualmente (ciò che appunto viene impedito a scuola) conoscendo sé stessi condividendo la propria sapienza con gli altri.
Le persone non si avvedono che basta produrre qualcosa per sopravvivere, affinché si viva più in serenità con sé stessi e con gli altri. Non c'è bisogno del denaro in una società sana. Ci si mette d'accordo. E' perché non tutti son d'accordo su dei progetti, è per questo motivo essenziale che chi comanda ha bisogno dell'intermediazione tra cui il denaro. Vendere e comprare crea solo squilibrio e contrasti tra la gente. Se ci si mette d'accordo, tutti, ad esempio sul fatto che io necessito soltanto di una stanza per sopravvivere e star bene con me stesso, e tu invece necessiti di due case, nessuno poi potrà protestare, nessuno potrà rubare, anzi le porte di casa saranno aperte a tutti, e tutti saranno ospiti graditi. La concorrenza, interna al capitalismo, fallisce inevitabilmente, perché i concorrenti mirano all'oligopolio e infine al monopolio, e quindi al proprio compimento. La "crisi economica" c'è da sempre e non finirà sintantoché sarà fondata sul denaro. L'economia autentica si fonda invece sul dono. Io produco qualcosa e te ne faccio dono, e tu sei libero di accettare o meno il dono offerto. In una società dove i doni sono a disposizione di tutti, non v'è alcun bisogno di vendere e comprare: non solo non v'è bisogno del denaro, ma nemmeno del baratto.

giovedì 22 ottobre 2015

Sulla scuola



Il sistema scolastico è ancora il carcere più distruttivo. Anche se fosse istruttivo, rimarrebbe comunque un carcere, un'istruzione ai prigionieri. Istruire i prigionieri vuol dire rigorizzare un insegnamento fondato sull'errore essenziale, tenendo presente, tuttavia, che istruire è in ogni caso controproducente. Invitare è l'atto invece più florido e adeguato alla volontà pubblica di testimoniare ciò di cui nella scuola attuale non si immagina nemmeno l'esistenza, ovvero l'Amore autentico che già da sempre ci tiene uniti.
Nella scuola attuale, è anzitutto ciò che viene insegnato ad esser contraddittorio. Essendo contraddittorio, l'insegnamento attuale sbaglia anche il modo di insegnare, ossia il metodo. Obbligare ad andare a scuola è sempre dannoso. Obbligare è sempre dannoso. Come dannosi sono il voto, la promozione e la bocciatura. Educare l'allievo ad esser migliore degli altri è il principio stesso della guerra, della violenza più meschina e occulta. In un contesto scolastico malato come quello attuale, semmai dovrebbe essere bocciato l'insegnante che non sa insegnare nemmeno a mentire, dato che il sistema scolastico attuale è fondato sull'infingimento, sulla simulazione, sulla cortina, cioè sui codici attuali di relazione tra gli individui. Nella scuola attuale ci si prende gioco della vita delle persone, si impedisce loro di pensare, ragionare col proprio intelletto.
Eccezionalmente, nella scuola attuale permangono comunque coloro, tra allievi e insegnanti, che più o meno implicitamente son consapevoli dell'orrore che son costretti a diffondere e reclamizzare. Allievi e insegnanti per lo più consapevoli di navigare nell'oceano dell'errore, e tuttavia incapaci di reagire positivamente e con coraggio ribellandosi a questo scempio immane.
Ma andiamo verso il prevalere dell'autentica scuola pubblica. Nella scuola in cui è la sapienza autentica a prendere spicco come volontà di indicarla, a prevalere è il confronto, il puro dialogo dove i dialoganti non si danno del "lei" (una delle forme più insulse e insignificanti di non rispetto, dato che rispettare significa vedere anzitutto sé stessi nell'altrui coscienza, al di là delle pur necessarie differenze che ci caratterizzano), bensì scendono nel proprio abisso per donarlo all'altro. Il ruolo attivo dei dialoganti è la stessa volontà pubblica di designare la Filosofia autentica dell'essere, la verità del Tutto.

domenica 16 agosto 2015

"Matematica dello Spirito": "Quarta di copertina","Indice" e un estratto della "Introduzione"





Editore: Youcanprint
Pubblicazione: ottobre 2015
Pagine: 196

QUARTA DI COPERTINA

 In Matematica dello Spirito la ricerca filosofica sulla verità assoluta si concretizza con maggiore potenza. L’Autore giunge ad esplicitare con grande chiarezza il senso del rapporto tra finito ed infinito, tra i «numeri» e lo Spirito indivisibile, continuando a confrontarsi con Emanuele Severino e avvicinandosi sempre di più al pensiero di Hegel. Si fanno avanti, inoltre, nuove indagini su ciò che affiora «con la morte», e quindi anche con la morte dell’«ultimo istante di vita eterna» che il Tutto è destinato a vivere «senza mai più celarsi».
    Siamo nel tempo in cui prevale la coscienza che interpreta gli eventi come un alternarsi isolato di essenti, esposti al nulla, e dunque al dolore. Si tratta di spogliare questa interpretazione dagli inganni sui quali si fonda, per ricondurla al suo senso veritativo. È la verità dell’errore, che si manifesta necessario, ma che prelude allo spicco della verità come sintesi tra le coscienze che, in eterno, sono in relazione tra loro, legate da un Amore la cui variazione lo renderà progressivamente più concreto ed intenso, fino alla gioia suprema.
    Questo è un libro in cui la speranza non è atto di fede fine a sé stesso, ma necessità incontrovertibile. È un pensiero che non si accontenta di una verità precostituita, ma che osa raccontare e descrivere, senza pregiudizi, il destino straordinario che attende ognuno di noi non più accerchiato dal dominio dell’illusione nel quale tuttavia è ancora immerso, e che l’Autore riassume efficacemente in questo passo: «Ogni simulacro appropriato alle coscienze finite è impossibile che, ombreggiando l’intima natura che in esse alberga, prenda spicco “per sempre”. Ogni menzogna che ognuno di noi dice a sé stesso e ad ogni altro, credendo di inventare e di diventare dei “personaggi”, è destino che si spogli e, nuda, mostri (ad ognuno di noi, nella totalità che ci unisce) ciò che essa in verità è».

Andrea Berardinelli





Esponiamo qui di seguito l’«Indice» e un estratto dell'«Introduzione» (il paragrafo 1)


INDICE



INTRODUZIONE

1            Intorno a Matematica dello Spirito
2            Sul significato che Severino conferisce alla «contraddizione C»
3            Dialogo con Alberto Maso sul rapporto tra il mio linguaggio filosofico, quello di Severino e quello di Hegel (e altri autori)
4            Breve dialogo con Paolo Dova: il significato autentico del «mistico», oltre Severino e Cacciari
5            Dialogo con Alessandro Vaglia su alcune tematiche de La struttura originaria (cap. VII, par. 8)
6            Risposta ad alcune osservazioni di Antonio Lombardi, dopo Logica della Presenza


PARTE PRIMA

Tra il prevalere dell’errante «volontà di fare» e il prevalere della verità autentica


1            Analisi semantica del termine «prevalere»
2            Sulla «volontà di fare»: interpretazione pubblica e privata
3            La contraddizione in quanto illudersi di affermare l’impossibile
4            La «re-pressione» come oltrepassamento originario della «de-pressione»
5            Tra il dominio della Scienza Tecnologica e il prevalere della verità del Tutto


PARTE SECONDA

I.                  Il numero finito di «punti» della «retta» inclusa nel «cerchio» infinito dello Spirito


Avvertenza

1       La «somma» come «relazione». Rapporto tra il «prima», l’«adesso» e il «poi»; «verticalità» e «orizzontalità» dei «punti» che il Punto infinito include; significato autentico della «distanza»
2       Impossibilità di un «numero infinito di differenze» e legame tra il «cerchio», la «retta» e il «punto»
3       Sincronia e diacronia degli essenti
4       Inattuabilità dell’«oltrepassamento infinito e mai compiuto» di cui parla Severino e necessità dell’ultimo «poi»
5       Indeterminatezza dell’autentico «apparire infinito» e quantificazione del suo contenuto
6       L’impossibile «ritorno periodico» dei pitagorici e la necessità del Ritorno
7       Atomismo e Materie Prime
8       Il senso autentico dell’«eternità» in relazione alla necessità che il Tutto non sia l’«infinità di infinità» in cui crede Severino
9       Significato non nichilistico di «atto» e «potenza» manifesti nello Spirito del Tutto
10  Sulla contraddittorietà di alcuni «postulati di Euclide»
11  Impossibilità della «dimensione mediazionale» del Neopitagorismo e le autentiche «incarnazioni» dello Spirito
12  L’autentico «Circolo dell’essere», oltre Plotino
13  Il prevalere della verità nel linguaggio di Hegel: autentica «infinità», «cattiva infinità» e relazione tra «quantità», «qualità» e «misura»
14  Rapporto tra la teoria della relatività e la Geometria Euclidea e Non Euclidea. Impossibilità del «transfinito»


II.                  I «calcoli» interni al «numero cardinale» dell’Uno indivisibile


1   Sul Passaggio centrale. Il significato autentico della «durata» e della «velocità»
2   Gli istanti indivisibili; relazione tra «numero 1», «numero 2» e «numero 3»; un’«operazione matematica» il cui «risultato» corrisponde al «numero cardinale»
3     Significato della «Matematica»; il Pari, il Dispari e lo Zero; addizionare, sottrarre, moltiplicare e dividere
4     Aggiungere e sottrarre; lo «0», l’«1», il «2» e il «numero cardinale»


III.  La «mia vita» e la «vita altrui» come sequenze di istanti della totalità eterna


1       Sul fondamento della necessità del prevalere parziale dell’infinito e di quello del finito
2       Prevalere del problema e prevalere della soluzione
3       Legame tra ogni «punto» e la «sequenza di punti». Intorno al senso delle «galassie» e delle «cellule del corpo umano». Questa mia vita ed ogni altra vita
4       La «serie m1... m8» e gli istanti non ulteriormente analizzabili
5       Sulla contraddittorietà dei concetti severiniani dell’«Indecifrabile» e dell’«istante» della morte
6       Senso contraddittorio e veritativo del termine «apparire a sé stesso»; lo Spirito del Tutto, la «mia vita» e la «tua vita»


PARTE TERZA

I.    Ciò che affiora tra il «cadavere» e la morte intesa come «passaggio» ad un’altra vita dello Spirito


1       Su Severino: precisazioni, in Intorno al senso del nulla, sull’«istante» della morte
2       Fondamento della necessità dell’«intervallo di tempo» che affiora tra il «cadavere» e la morte intesa come «diacronia tra due sincronie»
3       Sviluppo del progetto, iniziato ne Le Materie Prime della coscienza, sulle NDE, in relazione a quel necessario «intervallo di tempo» e alla volontà di potenza


II.   Intorno all’ultimo passo compiuto
dallo Spirito


1       Fondamento della necessità che la vita finita dell’Ultimo, morendo, non s-compaia: l’autentica «continuazione all’infinito»
2       L’autentico «sopraggiungente inoltrepassabile», oltre Severino
3       L’intensità secondo la quale l’ultima «scena fissa» è un «perdurare all’infinito» del suo legame con l’Amore e col dolore
4       Attendere di salire sul gradino più alto della scala dell’infinito
5       L’impossibilità che, con la morte dell’Ultimo, sopraggiungano altri essenti. Su Severino: contraddittorietà del rapporto tra «persintassi» e «iposintassi»
6       Dall’epilogo della Prima Volta all’ultimo evento del viaggio di Ritorno la cui morte non è un «passaggio»
7       Il «corpo» dell’Universo in relazione al modo finito in cui consiste il compimento dell’Ultimo
8       Lo Spirito, il Ritorno e l’Ultimo, in relazione al linguaggio filosofico di Hegel
9       L’Amore del Silenzio, in relazione all’ultima vita finita e alla rassegnazione che essa, accettando il dolore e la morte, porta dentro di sé
10  Individuo e Totalità, Bene e male. Necessità del futuro, futuro della Necessità
11  Prevalere finitamente all’infinito e negazione della «Gloria della Gioia» cui allude Severino
12  Dall’immenso spettacolo affiorante subito prima che il compimento dell’Ultimo si affacci, alla più ampia sincronia modale che con questo compimento risplende
13  L’ultimo istante di vita eterna, non cadendo dalla vetta più alta dell’Amore e non scendendo nell’oblio, è il modo più intenso in cui si è «in pace con sé stessi»


1.   Intorno a Matematica dello Spirito

Matematica dello Spirito è il naturale prolungamento ulteriore delle tematiche affrontate, dapprima, ne La struttura concreta dell’infinito, poi in Del tragico Amore e in seguito ne Le Materie Prime della coscienza. Acclarare, delucidare ed esplicitare sempre di più alcuni concetti che nei miei scritti precedenti tendono a rimanere per lo più nell’ombra, nell’implicito, è appunto il compito, lo scopo autentico che ci si prefigge quando è destino salire su «gradini» superiori della «scala» finita che nell’infinito è già da sempre in luce per l’eternità.
Lo «Spirito» è la stessa luce infinita del Tutto che, nell’eterno modo diacronico in cui consiste la «misurazione» («numerazione») o «matematicità» finita dei diversi «punti» (non ulteriormente divisibili, all’interno di ogni «serie m1... m8», di cui si incomincia a parlare nel Tragico Amore fino appunto a questo nuovo volume) della «retta» che il «cerchio» infinito avvolge, illumina sé stessa opponendosi al nihil absolutum. La «Matematica», in quanto parzialmente distinta da sé nel suo esser lo Spirito stesso degli eterni, è appunto l’incontraddittoria e non nichilistica divisione, frammentazione limitata che l’Uno autenticamente indivisibile include nell’infinità cioè in sé stesso.
Nella tragicità che attraversa una frammentazione siffatta – una tragicità che scaturisce dal relativo oscuramento che compete a tale frammentazione –, prende maggiormente spicco anche il senso della «morte», intesa sia 1) come «diacronia tra due sincronie» e cioè come un transitare da una vita ad un’altra, sia 2) come la semplice e indivisibile «conclusione» di ogni istante, non ulteriormente analizzabile, che incomincia a prevalere (parzialmente) durando, appunto, «per quell’istante che esso è», sia 3) come la serie di passi finali che si affaccia prima di ogni «diacronia tra sincronie» e dopo ogni evento che viene solitamente chiamato «cadavere» (e che in verità, come si analizza nel testo, non è soltanto un «cadere giù»), e sia 4) come l’ultimissimo compimento – quello dell’«eterna vita finita dell’Ultimo» – che, come viene analiticamente spiegato nel libro, è impossibile che sia lo s-comparire di ciò che si compie: solo con l’ultima morte ciò che muore non si cela mai più nell’ombra (non si ritrae sotto i veli dell’illusione di non veder l’infinito): l’ultima morte è un unico evento inoltrepassabile (cioè che non può essere oltre-passato da altri eventi), il più intenso e concreto, in cui, all’infinito, si gioisce, si ama ogni singola coscienza, si contempla l’abbraccio di tutto con tutto.

a) Il significato (infinito, cioè in quanto tale, in quanto significato) a cui si riferisce il linguaggio (quest’ultimo concepito nel suo senso più ampio e tuttavia distinto, appunto, dal significato indicato, e cioè inteso come lo svolgimento finito delle tracce che il Tutto infinito lascia in eterno in ogni singolo essente) è lo Spirito stesso dell’Intero, cioè il Silenzio accerchiante ogni segno che intende designarlo. Se il linguaggio viene inteso semplicemente nel suo cerchio finito, allora tutto ciò che esso dice è sbagliato. Il linguaggio, autenticamente inteso, è assegnato ad affiorare così come affiora, questa assegnazione essendo la necessità che il linguaggio, scorporato dalle interpretazioni ingenue che ne alterano il senso, sia l’indicazione denotante il significato sempr’acceso del Tutto.
b) In me tende a prendere spicco l’intenzione esplicita di testimoniare lo Spirito sempiterno di ogni essente, ossia il fondamento incontrovertibile e cioè, anche, la fede errante di non essere lo Spirito infinito (ogni «io», infatti, è l’Io eterno del Tutto, attraverso le congruenti e numerabili prospettive diverse in cui consiste ogni modo in cui si sogna di non essere un fondamento siffatto).
Lo testimonia anche Severino, Eraclito, Spinoza ed ogni altra mente dell’Intero. La distinzione (finita tra ogni mente) sta nel modo in cui la coscienza infinita vien designata (in quel modo, cioè, prevalentemente congruente o prevalentemente incongruente, prevalentemente esplicito o prevalentemente implicito, con l'intenzione prevalente di indicare o con l'intenzione prevalente di non indicare tale coscienza infinita).
Ognuno di noi vuol bene a sé stesso e ad ogni altro, e il nostro destino è volerci bene secondo prospettive finite di luce infinita, sempre più ampie e appaganti. L’«odio» è, difatti, come si dice nell’«esergo» del Tragico Amore, «il non accorgersi di amare». Il «disprezzo» infinito (totale, assoluto) verso qualcosa o qualcuno è impossibile, ciò che in realtà esiste è un parziale disprezzo verso sé stessi (in quanto finiti) e gli altri (in quanto finiti), ma un disprezzo finito che appare all’interno di sé stesso in quanto Amore infinito: è l’Amore stesso che, in quanto è (anche) parte di sé, disprezza parzialmente sé stesso nel senso che si illude di esser soltanto un disprezzo siffatto e cioè di essere un assoluto disprezzare. L’Amore, tuttavia, accetta con «senso critico» il disprezzo giacente al suo interno, perché sa che il corpo (il finito, l’odio stesso) è la prigionia dello Spirito.
Già da sempre in eterno siamo lo Spirito sempr’acceso del Tutto, e pertanto è necessario che ognuno di noi abbia «rispetto» di sé stesso e di ogni altro – «rispettare» significa, infatti, che ognuno di noi osserva la verità di sé stesso e di ogni altro e, così osservando, non possiamo far altro che accettare tutto ciò che a noi stessi appartiene: ci rispettiamo in relazione, appunto, alla verità autentica del nostro essere, e non in relazione a ciò che, in senso assolutamente negativo, sogniamo di essere (cioè non in relazione al nulla assoluto a cui crediamo di rivolgerci quando cadiamo nel sonno in cui si sogna di essere ciò che non si può essere).
c) Il prevalere del Silenzio è la miglior parola. Il pensiero, rinchiuso in un carcere di atrocità, mi ha aiutato a chiedere il perché delle cose, mi ha salvato la vita, questa certa vita che non è ancora giunta al suo epilogo naturale (calpestata invece dalla volontà alienante di imporre qualcosa che verità non è, un’alienazione che in me è per lo più soggiogata, torreggiante invece nelle molteplici volontà alienanti di «creare una famiglia», di «insegnare» e «imparare» nelle scuole o in altre sedi volendo distogliere lo sguardo dalla verità, di credere alle «ovvietà», «banalità», ai «luoghi comuni», a «stereotipi e pregiudizi»). È necessità difendere la verità (ed è innanzitutto la verità a difendersi, al di là dell’errante volontà pubblica di difenderla), e il «linguaggio interiore» è quella forma di volontà pubblica (di indicare la verità) che più di ogni altra custodisce in sé, nei modi opportuni, la verità autentica dell’essere.
D’altro canto, è per la mia inevitabile «crescita» spirituale, non per la «crescita» dell’intensità secondo la quale la mia volontà di potenza crede di potenziare la mia corporeità (che, in verità e in corrispondenza della «crescita» spirituale, è destinata ad essere appiattita sempre di più e cioè a spiccare sempre di meno), che la mia «resistenza» ai dolori e agli orrori più terrificanti (e alle tentazioni più frequenti) può ed è necessario che sia intesa come un che di «positivo». Il prevalere della serenita affiora perché la psiche non rifiuta ma concentra la propria attenzione (anche) sulle orrende e tremende esposizioni che la invadono. Lasciarsi indietro tutto il patimento e la sofferenza e l’agonia che precede la morte è impossibile. Non si può scappare dal dolore e dalla morte. I mostri intrappolati nel carcere dell’io sono anch’essi necessari affinché sia necessario che la cima sulla quale essi dimorano sia meno alta di quella destinata a stagliarsi dopo di essa e che è la vetta dell’Amore.

a) Lo Spirito infinito è la necessità che ogni coscienza (la «mia», la «tua», ecc.) sia, in quanto appare nella sua concreta identità che la unisce al Tutto (cioè allo Spirito stesso che ogni coscienza è in verità), l’Intimo che più si nasconde agli occhi di ogni stessa coscienza in quanto appare come (parzialmente) distinta da una concreta identità siffatta.
Tutto ciò che si trova ancora contornato dal (finito) non appagamento, che scaturisce dal mancato rilevamento della decifrazione dei crepuscoli, delle tracce che lo Spirito infinito lascia nelle membra di ogni coscienza, è destino che venga oltre-passato dal castello, sempre più ampio, in cui a regnare è la simultaneità di ogni coscienza.
Ogni simulacro appropriato alle coscienze finite è impossibile che, ombreggiando l’intima natura che in esse alberga, prenda spicco «per sempre». Ogni menzogna che ognuno di noi dice a sé stesso e ad ogni altro, credendo di inventare e di diventare dei «personaggi», è destino che si spogli e, nuda, mostri (ad ognuno di noi, nella totalità che ci unisce) ciò che essa in verità è.
b) È inevitabile che ogni segno sia decifrato.
La lettura del labirinto finito dei segni e cioè dei brividi del Silenzio è ancora manifesta come per lo più impenetrabile, ambigua. È arginata, assediata e coperta dal mistero, in attesa che incominci a prevalere la soluzione di ogni enigma.
Poiché il Silenzio eterno è la luce cui si rivolge la parziale totalità finita dei segni, ogni anima è silenziosa, accerchiando sé stessa come una totalità siffatta.
È necessità che la torre (il prevalere) delle anime silenziose sopravvenga successivamente alla torre sulla quale appaiono le impronte del finito. Il trionfo eterno del Silenzio è infatti il trionfo eterno dell’autentica «coscienza pulita», cioè del vero Amore per ogni singola esperienza.
Tutto è amato, già da sempre e per sempre desiderato e ottenuto cioè tenuto in sé stesso. La sfera infinita di luce abbraccia tutto nel Silenzio in cui essa stessa consiste, attraverso i laboriosi e finiti tragitti che, intrisi di dolore e morte, sono anch’essi amati, guardati in faccia, abbracciati. Guardare la faccia del dolore è lenirlo. La volontà di respingere il dolore è dolore. Più ci si rende conto del motivo per il quale il dolore si fa innanzi e più ci si rende conto che ogni dolore è già da sempre e per sempre oltrepassato attraverso la sua destinazione a sopraggiungere in modo sempre meno intenso, in corrispondenza dell’intensità sempre più alta secondo la quale brilla la gioia dell’Amore, cioè l’infinita tenerezza verso ogni dove.

Ogni morte, intesa come «passaggio» e cioè come «diacronia tra due sincronie» (tranne la morte della vita eterna dell’Ultimo, una morte che non può consistere in un «passaggio» siffatto), è una porta aprendo la quale si approda e cioè incomincia a lampeggiare (a prevalere) una vita diversa da quella appena morta, una diversa vita – dell’Io infinito che tutti noi siamo e che vive un certo numero di vite differenti – che, lungo il tracciato finito della Prima Volta, viene creduta come una certa vita isolata dalle altre. Nella Prima Volta, la vita diversa che sopraggiunge dopo la morte della vita precedente è, in altre parole, ciò che in quest’ultima vita (eterna) ci si illude sia qualcosa di assolutamente estraneo rispetto a questa vita.
Ciò che della «mia vita» appare all’interno della «tua vita» è il segno lasciato dalla «mia vita» nella «tua». Questo segno è cioè la traccia di «un’altra vita» (la «mia»), passata o futura rispetto alla «tua», di quel Tutto infinito in cui consiste ogni «vita» finita nel profondo più latente di sé stessa – la «latenza» essendo tale rispetto al finito stesso in quanto parzialmente distinto da sé stesso nel suo essere l’infinito il quale, dunque, è la coscienza che oltrepassa in eterno ogni «latenza», e che è così oltrepassante nel modo diacronico e quindi occultante in cui la luce sempr’accesa dello Spirito illumina sé stessa già da sempre e per l’eternità.

Siamo destinati (Noi, che siamo il Centro, il Cuore mai tremante del Tutto, il «battito» del Cuore essendo il movimento che già da sempre in eterno appare nel Cuore stesso, un tremore che non trema nel senso che ciò che incomincia e finisce di tremare non è un incominciare a tremare provenendo dal nulla assoluto, e non è un finire di tremare sprofondando nel nulla assoluto, bensì è un incominciare e finire di tremare provenendo e rientrando nella Quiete e cioè nell’assoluto non tremare del Cuore eterno) a veder sopraggiungere in Noi («sopraggiungere in Noi», cioè sopraggiungere stando già in eterno, noi in quanto sopraggiungenti, all’interno di Noi stessi in quanto non sopraggiungenti e non cessanti nel nulla assoluto) il tramonto finale che già da sempre, sin dall’Inizio, attendiamo.
Il modo più intenso in cui lo Spirito si specchia è il vertice, la sommità, il «punto» più alto (l’ultimissimo istante di vita eterna) verso il quale ognuno di noi procede già da sempre in eterno. Dimorando (prevalendo parzialmente) all’infinito sul «gradino» più alto della «scala» finita del Tutto, ognuno di noi (la coscienza stessa del Tutto) contempla, nell’immensa prospettiva più estesa, la chiarità sempreverde di ogni fioritura.
L’eterna costellazione del Silenzio è lo sguardo infinito che, in un viaggio finito di istanti lo spicco dell’ultimo dei quali è un «perdurare» senza mai più celarsi, assiste al «film» («membrana») della propria vita. Nulla va perduto del nostro apparire e quindi della «carne» e delle «ossa» che nel sempiterno apparire totale sono un finito apparire. Tutto splende in eterno, benché sia così lucente nel modo finito in cui il Tutto stesso, in quanto è (anche) parte di sé, si perde nei colori del suo splendore. E tuttavia è insieme all’ultimo colore (in quanto parzialmente diverso dai precedenti) che la luce infinita del Silenzio ritrova sé stessa nel modo più intenso e meno dispersivo e, dunque, all’infinito.