Si proponga, ora, un breve dialogo con Lidia, una mia amica, amante della Filosofia.
LIDIA
Sapessi quanto leggo i tuoi libri e
quanto mi stupiscono sempre piacevolmente. E' come ascoltare una sinfonia, le
tue parole mi infondono una soave calma e penso al cerchio del mio finito che
si chiude per nascere in quello infinito dell'eterno. E ci credo!
Sembra qualcosa di bello!
MARCO
Ciao Lidia.
Non è corretto ciò che hai scritto a riguardo del cerchio finito e di quello
infinito. Tu sei già, anche ora, il cerchio infinito di luce, che però rimane
prevalentemente un inconscio rispetto al tuo esser anche il cerchio finito a
cui tu e solo tu (in quanto individuo) appartieni.
Tu sei qualcosa, cioè sei cosciente di qualcosa, cioè vedi qualcosa. Lo vedi,
indipendentemente dal fatto che tu dorma, o che tu chiuda gli occhi durante la
cosiddetta "veglia" (in cui si sogna in verità molto di più di quanto
non avvenga durante il cosiddetto "sonno"). Questo tuo vedere
qualcosa è il senso assoluto del vedere cioè dell'essere. Assoluto, cioè nel
senso che non è soltanto "tuo", ma è anche "mio" e
quello di "ognuno" che veda qualcosa.
Il problema è che questo vedere assoluto, che è la luce infinita che illumina
ogni colore (cioè ogni diversità coscienziale), non prende ancora spicco sui
colori da esso inclusi, bensì prendono spicco i colori, uno dopo l'altro,
giacché ci si illude che ci siano soltanto i colori.
Questo problema ha già da sempre una soluzione. Il prevalere di questo problema lo chiamo "la Prima Volta", mentre il prevalere della sua
soluzione eterna lo chiamo "il Ritorno". Siamo destinati al Ritorno,
in cui tutto riappare in una nuova luce, la luce in cui prende spicco quel
vedere assoluto avvolgente ogni colore. Siamo destinati, quindi, al prevalere della coscienza di essere il cerchio infinito di luce che vede tutto, e ciò
significa che il cerchio infinito appare già da sempre, anche adesso, solo che,
appunto, non è ancora prevalente sulla finitezza dei suoi modi di essere (cioè
sui propri cerchi finiti).
Ma il Ritorno è ancora talmente lontano che parlarne ora suscita scalpore e
turbamento (non per me però). Chi non comprende il discorso di cui vado
parlando ne ha paura, perché esso include l'affermazione della necessità che
tutto ciò che di ognuno di noi rimane ancora nascosto ad ognuno degli altri è
destinato a sollevarsi nella luce. In altre parole, ognuno deve sapere tutto di
tutti, e ciò, per chi non comprende il suo senso autentico, provoca appunto
paura, è un'eresia.
Concludendo, il cerchio finito che solo tu sei in questo momento, è avvolto dal
cerchio infinito che tu stessa sei ma che, prevalentemente, non ti accorgi di
essere. Sei destinata, tu, come ogni altro, a quella serie di cerchi finiti in
cui prende spicco l'accorgimento di essere l'insieme che li unisce, di essere
appunto il cerchio infinito. Questa serie è il Ritorno. Ma perché si affacci il
Ritorno è necessario che muoiano tutte le vite della Prima Volta, e non
soltanto la "tua" vita.
LIDIA
Questo tuo discorso non mi fa paura,
anzi lo capisco. Sono molto sensibile e ciò mi fa sentire in modo profondo
l'unione che fa di noi una cosa sola nelle sue sfumature. Mi sento avvolta da
ogni piccolezza, dai colori, oggetti, natura e persone. Mi sento compresa in
loro, nella mia famiglia sono solo io così.
A volte sono in uno stato di stupore, di nirvana, di allontanamento dalla
realtà, non perdendola però.
Il dolore degli altri mi fa soffrire.
Mi accorgo di essere il cerchio infinito, ci credi?
MARCO
Vedi, in realtà, al di là di
un'esperienza fuori dall'ordinario vissuta da ragazzino, la mia consapevolezza di essere il Tutto (pur sempre interna alla Prima Volta in cui tutti ancora ci troviamo, cioè
interna al prevalere dell'in-consapevolezza intorno a ciò che veramente si è) cominciò ad aumentare di intensità scaturendo da
ragionamenti molto complessi (come puoi notare dai miei libri), da
dimostrazioni logiche. Ma non nel senso di una logica distinta dall'esperienza
(una distinzione inesistente in verità, anche se si crede sia il contrario), bensì
nel senso che le dimostrazioni logiche sul piano del linguaggio aiutano molto
la mente stessa (cioè l'esperienza) a osservare, leggere, decifrare la
propria struttura sempre in luce e tuttavia così enigmatica e deviante nei suoi
modi d'essere.
Io la parola "credere" la uso in senso per lo più negativo, infatti
io non dico mai di "credere" in ciò che dico, bensì dico di
"sapere", di "capire", di "vedere", di
"constatare" ciò di cui parlo, e a volte mi meraviglio anche che gli
altri non riescano a scorgere che tutto è nella quiete sopra ogni tempesta.
Spesso non ti rispondo, lo avrai notato, ma ti seguo, e vedo che ancora non hai
ben compreso, ma vedo anche che sei predisposta a fare dei passi in avanti già
in questa tua certa vita, in questo piccolo frammento di eternità.
LIDIA
Ti voglio raccontare una mia
esperienza sconvolgente ma utilissima per ciò che ha prodotto nella mia vita.
In un momento di intensa emozione sentii in me un effetto cosmico. Si era
sposata mia figlia ed io sapevo che dopo questo avvenimento potevo separarmi da
mio marito senza turbare la famiglia.
Il mio stato di essente si librò in un ambito al di fuori del comune sentirsi
vivere e pensai: "I millenni di anni luce sono passati su di me, e sul
mio cuore". Ma non lo pensai solamente, lo provai come un viaggio tra le
meteore e le stelle e mi sentii così parte di loro da farmene toccare in una
sensazione come se il mio essere si fosse trasferito in loro.
Al che, ero sul letto ma vicina al telefono, sollevai la cornetta e chiamai l'avvocato
per intraprendere le pratiche della separazione. Mi era necessario per poter
vivere ancora altrimenti il senso del dovere avrebbe avuto il sopravvento.
Il cosmo è entrato in me e mi ha aiutato, come fosse stato il Dio dei miracoli.
Ti voglio al contempo mandare uno scritto tratto dal tuo libro Matematica
dello Spirito, che mi piace. Lo capisco, però vorrei che me ne parlassi.
«Ci si illude che la repressione sia un che di negativo, e che "l'istinto di sopravvivenza" (il bisogno di mangiare, di bere,
di "guadagnarsi da vivere", di costruire abitazioni e abbellirle e renderle
confortevoli, di riscaldarsi vicino al fuoco dopo aver tagliato interi alberi, ecc.) debba essere sempre di più salvaguardato, avvalorato e soddisfatto. In
verità è destino voler sempre di meno nutrirsi, accoppiarsi e, in generale,
sopravvivere, nel significato malato della parola, poichè è destino che ci si
renda sempre di più conto che l'autentica sofferenza è proprio la volontà di
darsi da fare per restare in vita: tutto vive infatti in eterno, nel modo
processuale che al Tutto compete di necessità e non per effetto di una volontà
alienante di produrre e distruggere le cose».
Ciao carissimo!!!!
Nel mio piccolo frammento di eternità attendo l'eternità e la certezza di
esserci già dentro non mi fa pesare le cose da affrontare ancora, quelle
spiacevoli naturalmente.
MARCO
Accolgo con interesse la tua
personalissima esperienza. Ce ne sono tantissime, ma quasi nessuno ne parla e
quindi rimangono per lo più inascoltate. Ho letto tantissime esperienze di NDE
(esperienze di pre-morte), e ho trovato molte analogie con ciò che dico sia a
riguardo di ciò che affiora con la morte, sia a riguardo del senso totale
dell'Universo. Ci sono molte esperienze anche di reincarnazione, nel modo in
cui la intendo io.
Anche io ho fatto la mia personalissima esperienza, che tengo conservata nei
miei ricordi più indelebili. Fu un'esperienza avvenuta indipendentemente dal
fatto che io le andassi incontro o meno. Ogni tanto provo a esperirla
nuovamente, ma non è per effetto della volontà di fare che avvengono le cose,
sia quando crediamo di aver ottenuto sia quando crediamo di non aver ottenuto
ciò che si voleva ottenere. Fu un'esperienza che provai più di una volta
all'età di 10 anni. Mi travolse e mi coinvolse. Con quell'esperienza avvertì
per la prima volta il respiro dell'infinito, ma non riuscivo ancora a
riportarlo nel linguaggio. Severino mi ha aiutato. Lui stesso, tra l'altro,
racconta di un'esperienza fuori dal "normale", ma molto diversa dalla
mia.
Riprendendo quel passo del mio libro, dico che la repressione di cui parlo è lo
stesso calmo e già da sempre fermo autocontrollo del Tutto che noi, in quanto
(anche) finiti, rigettiamo nell'inconscio. Questo autocontrollo è la stessa
visione di tutti gli eventi, del passato e del futuro, ma solo alla fine del
percorso degli eventi esso è destinato a prevalere nella sua intensità più
luminosa. Voler rinviare e allungare il processo che conduce alla morte
personale di ognuno si trova in contraddizione con la verità. Ma ciò non
significa che noi si riesca veramente a modificare gli eventi e quindi ad
allungare la nostra vita specifica che stiamo vivendo, e non significa nemmeno
che, invece, sarebbe meglio voler accorciare o tagliare il filo di questa certa
vita prima o poi morente.
Parlo di destino, di un percorso inevitabile, non di volontà di costruire il
proprio futuro, che invece è già scolpito da sempre sul volto del Tutto.
Tuttavia, il destino include in sé la volontà di fare, cioè la volontà che si
illude che nulla sia eterno e che tutto debba essere creato e ricreato
all'infinito. Dentro il nostro destino appare anche questa volontà, e lo sai
bene. Ognuno di noi è consapevole prevalentemente di questa volontà, non di essere
anzitutto il destino. Più ci si rende conto di essere il destino e più si
osserva la volontà di fare secondo prospettive più ampie. Allora la congruenza
(o coerenza) della volontà di fare rispetto al destino (cioè al fatto eterno
che tutto è già compiuto, come già Gesù diceva e che poi l'interpretazione
malata del Cristianesimo ha travisato) è la volontà dell'attesa, cioè di
lasciare che gli eventi facciano il loro corso (che in realtà lo fanno lo
stesso anche quando domina la volontà privata di modificarli).
Ti faccio un esempio. Cerca di seguirmi. In verità, ciò che noi chiamiamo
"albero" è anche, all'interno del suo essere l'inconscio di ogni
finito (cioè la coscienza che unisce ogni evento), un segno, una traccia che
rinvia a una coscienza finita (come lo è la tua o la mia). Il problema che
rimane aperto è: qual è questa coscienza finita? Il segno in cui l'albero
consiste rimanda alla coscienza finita che esso stesso è, oppure
alla coscienza finita che un altro essente è?
Facciamo ancora qualche passo avanti insieme, Lidia, rimanendo all'esempio.
Quando vedi tua figlia, vedi una certa immagine reale che la coscienza
finita di tua figlia lascia nella tua. Quest'immagine reale è appunto una
traccia che la vita finita di tua figlia lascia all'interno della tua vita finita,
cioè della tua prospettiva di vedere lo stesso Tutto che, secondo un'altra
prospettiva finita, vede anche tua figlia. Ed anche tu lasci delle tracce
all'interno della vita finita di tua figlia. Ognuno lascia delle tracce in
ognuno degli altri. Le tracce che vengono lasciate sono un passato o un futuro
rispetto a ciò in cui esse vengono lasciate, ma noi per lo più non ce ne
rendiamo conto. Quando ricordi la tua infanzia ricordi te stessa, non
ricordi un'altra coscienza che non abbia a che fare con te, sebbene vi siano
delle differenze tra la tua coscienza di anni fa e quella di adesso. Ecco,
quando invece pensi a tua figlia credi che lei sia in assoluto un'altra coscienza, come se non appartenesse, rispetto alla tua
vita finita, ad un tuo passato o ad un tuo futuro. Questa è l'illusione di non
essere il Tutto.
Facciamo altri passi, per poi ritornare all'esempio dell'albero. Prova adesso ad avere nella
mente tua figlia, non nel senso di averla dinanzi come quell'immagine
reale, ma di immaginarla nella tua mente. Ora, anche questa immagine che hai
nella mente è un segno che tua figlia lascia nella tua vita finita, ma è un
segno diverso da quello in cui consiste quell'immagine reale di tua figlia che
ti si presenta dinanzi. Detto questo, si può osservare come l'immagine (di tua
figlia) che hai nella mente rimandi a una coscienza finita, quella di tua
figlia, che però non consiste direttamente in questa immagine che hai nella
mente, mentre l'altra immagine, quella reale di tua figlia che hai dinanzi,
rimanda a una coscienza finita, quella di tua figlia, che consiste direttamente
nell'immagine stessa che tu hai dinanzi. Ecco la differenza.
Ora, tornando all'albero, noi non sappiamo se l'immagine che abbiamo
dell'albero rimandi a una coscienza finita che consiste direttamente in
quest'immagine stessa o che consiste in qualcos'altro, ma di sicuro possiamo e
dobbiamo dire, appunto, che questa immagine rinvia a una coscienza finita.
Ciò posto, l'albero non è disponibile ad essere sfruttato e dominato da noi che
ci definiamo "esseri umani". Nulla è in realtà disponibile ad essere
sopraffatto.
LIDIA
Mi viene da fare una battuta!
Da come ragioniamo sembra che non
vogliamo morire, perché dichiarandoci già nell'infinito e appartenendo già
all'eternità può accadere che la progettata continuità ci liberi, almeno
mentalmente, da questo evento e non considerandolo più una spada di Damocle!!!!!