mercoledì 21 dicembre 2016

«Pioggia» e «lacrime»: decifrare silenzi e respiri del destino



(Di seguito, un estratto di Silenzi e respiri del destino. Con un'ampia autobiografia).

È destino imparare a interpretare correttamente ciò che appare. Quando si dice che la pioggia è un «evento atmosferico», non ci si avvede che questa non è altro che un’interpretazione fittizia, alterata della realtà. Sarebbe come dire che, dal punto di vista di una formica, le lacrime di una donna sono anch’esse un «evento atmosferico». Tuttavia, non si sta dicendo, con questo, che la pioggia sia un insieme di lacrime e che il cielo della Terra stia piangendo, ma rimane aperta la possibilità che sia proprio così, negando invece perentoriamente che la pioggia possa essere un «evento atmosferico».
La pioggia è il destino infinito del Tutto (come ogni altro essente), e quindi è anche il modo in cui il Tutto è in luce, ed è anche quindi un certo modo in cui lo stesso Tutto è in luce, e in un senso ancora più specifico è una traccia che una certa coscienza (non si sa quale) lascia all’interno di ciò che vien chiamato «umanità». Decifrare questa traccia è il nostro compito. Innegabilmente è una traccia (la pioggia) che rimanda a una certa coscienza (come «tu» sei una cert’altra coscienza e lasci la «tua» traccia, un respiro del destino, all’interno della «mia» coscienza, ed io, decifrandola, dico che sei, ad es., «Fabio»), ma scorgere il volto di questa coscienza rimane ancora un problema, perché può anche darsi che la pioggia sia semplicemente una traccia (un silenzio del destino) che rinvia a una coscienza che però non consiste nella «pioggia» stessa (ma in qualcos’altro). Resta fermo, comunque, che la pioggia non è un «evento atmosferico», e resta aperta la possibilità che le sue gocce siano «lacrime» e che quindi, quando piove, qualcuno è triste (nonostante non si sappia ancora chi sia questo «qualcuno»: potrebbe essere l’intero «Pianeta Terra», o una sua parte). (In ogni caso, tutto è coscienza, in modi diversi).


lunedì 23 maggio 2016

Filosofia come Scienza Tecnologica e come coscienza della verità



Al contrario di quanto sostiene Severino, la (parziale) positività della parola pubblica (che cioè intende esplicitamente designare l'autentica verità dell'infinito) e quindi (anche, insieme soprattutto a Hegel) la mia parola (il mio linguaggio in quanto parola) sono un aiuto concreto agli altri strumenti di linguaggio, come ad esempio quello strumento di linguaggio in cui consiste l' "esperimento" tecnico-scientifico. 
La Scienza (= Filosofia) Tecnologica (cioè la Scienza come volontà di testimoniare l'intero della verità e pertanto anche come mia volontà di testimoniarla), avvolta dalla Scienza (= Filosofia) autentica (cioè dalla Scienza in quanto sapienza, coscienza stessa del Tutto, cioè in quanto cosa stessa indicata dal linguaggio in quanto tale), non è un passo indietro o un ostacolo alla meditazione o contemplazione finita o dimostrazione logico-analitico-linguistica del "saggio" (del "filosofo" nel senso tradizionale del termine), bensì è l'insieme di tutti quegli strumenti di linguaggio (tra cui tale dimostrazione e lo stesso esperimento tecnico-scientifico) i quali, con la potenza della parola pubblica, vanno ad esplicare dettagliatamente e con delucidazioni di tipo pleonastico i concreti passi in avanti che con quegli esperimenti (nel campo della Fisica, della Chimica, della Biologia, della Psicologia, ecc.) vengono compiuti dalla stessa volontà di richiamare e indicare il vero. In altre parole, il mio linguaggio è un modo di spiegare con la parola ciò che la Scienza Tecnologica (che include anche questo mio linguaggio) è assegnata a scoprire con altri mezzi, con altri tipi di linguaggio, con gli esperimenti in laboratorio o in altri campi di osservazione, con sofisticati tecnicismi e quindi con eventuali future "macchine del tempo" (per riuscire a sogguardare in altri modi ciò che già col ragionamento e con le parole si riesce a tracciare e denotare).
D'altro canto, non è ancora questo il tempo del prevalere della volontà pubblica di designare la verità innegabile dell'infinito, e infatti anche la mia parola rimane ancora per lo più appiattita e spinta ai margini, rispetto alla centralità delle scienze "ufficiali" (le quali, sebbene siano notevoli i passi innanzi della Fisica Quantistica seppur accompagnati da parole pesantemente inadeguate ad esprimerli e comprenderli fino in fondo, si fondano ancora sulla volontà privata di allontanarsi dalla verità autentica). Quando verrà il tempo del prevalere della volontà pubblica di rivolgersi al vero, quello sarà il momento in cui sia la parola che gli "esperimenti" (e ogni altro tipo di linguaggio della Scienza Tecnologica) cominceranno a prendere spicco, rispettivamente, come vera parola e come veri esperimenti, e cioè come esperimenti e parole pubblici, e pertanto ogni "prova tecnico-scientifica" verrà continuamente adeguata, spiegata e interpretata in relazione all'autentica parola testimoniante il vero.
Tuttavia, resta fermo che ogni volontà di agire e quindi la stessa volontà di testimoniare la verità (con la parola e con ogni altro strumento di linguaggio) si fonda sulla medesima verità indicata (cioè sulla Filosofia o Scienza autentica, ossia non Tecnologica), e non viceversa. Ciò significa che ogni "teoria" (come ad es. il principio di Archimede relativo al galleggiamento di un corpo) fondata su esperimenti tecnico-scientifici o comunque "atti pratici" (o "esperienze personali o di gruppo") che non siano a loro volta adeguati all'autentica parola pubblica fondata sulla verità da essa stessa indicata, ogni "teoria" siffatta non può essere altro che un inganno, un abbaglio, un errore, una concezione sbagliata del reale. Tanto è vero che l'autentica crescita spirituale dell'infinito che in modo finito appare è un'intensificazione sempre maggiore del modo in cui, appunto, è l'infinito stesso a illuminarsi, non semplicemente la volontà di volgere lo sguardo finito verso di esso (il modo in cui tale volontà appare andando infatti diminuendo di intensità, poiché, quando a prevalere sarà l'infinito stesso nella sua compiutezza eterna, ci sarà sempre meno bisogno di testimoniarlo: ci renderemo sempre più conto, difatti, che siamo proprio noi ad essere l'infinito, il bisogno di testimoniarlo essendo prevalentemente in luce quando l'infinito rimane per lo più nell'ombra, nell'inconscio di ogni finito).

martedì 29 marzo 2016

"Persintassi", "iposintassi" e "apparire a sé stesso"



[Riportiamo un breve estratto di Matematica dello Spirito (pp. 176-177)].

Si aggiungano ora, a riguardo del discorso filosofico di Severino, le seguenti osservazioni.
Secondo tale discorso, il Tutto assolutamente concreto è il non contraddicentesi esser sé dell’essente (cioè l’infinita e assoluta «persintassi», ossia l’oltrepassamento già da sempre e per sempre compiuto della «contraddizione C»). L’«apparire infinito», che nulla accoglie e da cui nulla si congeda (e che include ogni modalità finita dell’apparire), è «l’individuazione suprema» di tale esser sé (cfr. La morte e la terra). Altre individuazioni dello stesso non contraddicentesi esser sé dell’essente sono: 1) l’«iposintassi» (ossia la dimensione non sopraggiungente che, in quanto sopraggiungente, è «terra»); 2) la persintassi finita, includente la «costellazione infinita dei cerchi finiti» e trascendentali e la contraddizione C. Se questa costellazione la chiamiamo «la totalità non-numerabile delle manifestazioni trascendentali», allora è chiaro che ogni «apparire empirico» (ogni «terra», compresa la «terra che salva dall’isolamento»), che entra ed esce da questa totalità, proviene e rientra (dice Severino) nell’apparire infinito.
Orbene, Severino sbaglia perché intende l’apparire infinito come ciò a cui nulla sfugge, in cui nulla può sopraggiungere (sebbene egli tenti di non cadere in contraddizione dicendo che il sopraggiungere che in esso appare gli appare appunto come un sopraggiungere) e da cui nulla può ritrarsi, e, sub eodem, come ciò da cui proviene e in cui ritorna il sopraggiungente (successivamente dileguantesi). Severino non può replicare, a questo punto, che è pur sempre all’interno dell’apparire infinito che questo processo del provenire e rientrare da parte del sopraggiungente appare. Non può replicare così, proprio perché se si afferma che il sopraggiungente proviene e rientra in una certa parte dell’apparire infinito, ci si contraddice perché si intende tener fermo che questa parte è un finito e, sub eodem, che essa stessa non può essere un finito proprio in quanto è dall’intero apparire finito (cioè da quella costellazione) che il sopraggiungente si congeda (ed è nell’intero apparire finito che il sopraggiungente entra); e ci si contraddice anche se si afferma che il sopraggiungente proviene e rientra nell’apparire infinito in quanto tale, appunto perché l’apparire infinito, in quanto vede eternamente tuttonon può consentire che da esso esca qualcosa per entrare nell’apparire finito, e nemmeno che in esso entri qualcosa dopo esserne uscito.

Il vero «apparire infinito», al di là di ciò che prevale nel linguaggio di Severino, è lo stesso non contraddicentesi esser sé del Tutto (perché essere è apparire, al di fuori della loro mera distinzione terminologica), ed è l’apparire che, non aggiungendo altri essenti a quelli che in modo finito appaiono, è appunto l’apparire che mostra sé stesso come uno svolgimento finito di essenti: è l’eternità di ogni movimento, anche di quell’ultimissimo passo, del sentiero finito dell’infinito apparire, che non può né finire nel nulla assoluto né esser sorpassato da altri essenti.


[Riportiamo, ora, un altro estratto di Matematica dello Spirito (pp. 144.147)].

L’espressione «apparire a sé stesso», così isolata (senza alcuna precisazione, senza cioè il riferimento dell’apparire a qualcosa che, all’interno della sua assoluta identità con tale apparire, ne è anche parzialmente distinto cioè parzialmente identico), è autocontraddittoria, impossibile, è lo stesso nulla assoluto. In questo senso è pertanto impossibile che il Tutto (cioè l’apparire stesso, il pensiero, l’essere, il fondamento, l’Amore, l’albero in quanto concretamente legato ad ogni altro essente e quindi ogni essente in quanto così legato cioè anche finitamente distinto dalla coscienza altrui, la coscienza essendo l’essente stesso) appaia a sé stesso.
È necessario negare, come conseguenza dell’illudersi in quell’isolamento impossibile, il significato severiniano indicato dal termine «apparire dell’apparire dell’apparire».
L’apparire (totaleappare, ma nel senso che questo secondo «apparire» è parziale, giacché l’apparire totale (il Tutto) è l’apparire totale di sé stesso in quanto parziale (ossia è l’apparire totale che include sé stesso come apparire parziale e cioè come parziale non-apparire, ossia contiene sé stesso in modo parziale, in uno svolgimento limitato di eventi, negando dunque che possa esistere ogni ipotetico processo all'infinito di infinite differenze). Il Tutto concreto è proprio questa luce (apparire) che è sé stessa soltanto in modo parziale. Il Tutto non può essere sé stesso in modo totale: il «modo» è infatti la stessa «parzialità». Il «modo totale», al di fuori dell’esser totalità che ogni «modo» è in quanto già da sempre e per sempre identico a ciò, il Tutto, di cui esso è «modo», non esiste, Severino credendo invece nella sua esistenza, quando afferma l’essere dell’«apparire infinito in cui nulla sopraggiunge». L’autocoscienza autentica non è quella di cui parla Severino, bensì è coscienza (totale) della coscienza (parziale).
Il Tutto non può, simpliciter, apparire a sé stesso. Il Tutto, in verità, appare alla (ossia èparte (nel senso che il legame che unisce parte e Tutto è la loro uguaglianza, nel senso che gli essenti che costituiscono la struttura della parte sono gli stessi che costituiscono la struttura del Tutto), nel modo in cui si distingue parzialmente dalla parte, sì che gli essenti che costituiscono la struttura della parte sono anche distinti dagli stessi essenti che costituiscono la struttura del Tutto, nel senso che tali essenti (che, in quanto legati, sono il Tutto e che, in quanto distinti, sono una sua parte, cioè sono parte del proprio profondo esser sé in cui consiste il Tutto stesso che appare sempre e ovunque qualcosa appaia) si distinguono tra di loro (l’albero non è il monte, io non sono te, ecc.).
Il Tutto è un «di più» rispetto alla parte solo nel senso che il legame concreto, che unisce l’albero al monte e ad ogni altro essente, include la distinzione finita tra lo stesso albero, lo stesso monte e gli stessi altri essenti. Questa stessità (o medesimezza) è quello stesso legame concreto, appunto, tra gli stessi essenti che sono anche distinti tra di loro cioè da sé stessi in quanto Tutto. Il Tutto, in quanto appare a sé stesso nella modalità dell’esser parte (di sé stesso, appunto, in quanto Tutto), è ciò che la parte in verità vede (parzialmente, all’interno della visione totale degli essenti, la quale è sì identità di Tutto e parte, ma ciò non significa che questa visione sia il «modo totale» in cui il Tutto appare, tale «modo totale», come si è già detto, non potendo esistere), illudendosi di non veder nient’altro che la parte.
Questo apparire del Tutto a sé stesso in quanto parte, è lo stesso prevalere (finito) della parte su sé stessa in quanto Tutto. La parte che appare a sé stessa in quanto Tutto (cioè, in altre parole, lo Spirito del Tutto che vede i propri modi di essere cioè le parti), invece, è lo stesso prevalere (finito) del Tutto su sé stesso in quanto parte, tale prevalere essendo ancora un futuro (eterno, come ogni essente).
«La tua vita», in quanto parzialmente distinta dalla «mia vita», è o un passato o un futuro rispetto alla «mia vita»È certamente un passato o un futuro, rimanendo ancora problematico stabilire se sia un passato e cioè non un futuro, o se sia un futuro e cioè non un passato. «La mia vita» e «la tua vita», in quanto distinte tra di loro, sono modi diversi di esser lo stesso cioè il Tutto (in senso hegeliano, e quindi in un senso diverso da quello per il quale Severino afferma «l’identità che permane nel diverso»). Ma queste «vite» non sono soltanto distinte tra di loro, appunto perché le distinzioni appaiono nell’identità assoluta che in eterno e in modo processuale le unisce, questo «modo processuale» essendo il senso stesso della «distinzione». Se non ci fosse un processo, lo Spirito del Tutto non includerebbe alcuna distinzione, alcun modo di essere. Si sta tentando di spiegare che gli essenti possono ed è necessario che appaiano (anche) distinti tra di loro solo in quanto essi appaiono in una diacronia, la sincronia essendo il Tutto stesso (che, appunto, appare soltanto in modo diacronico).
D’altro canto, è chiaro che se la parola «Tutto» viene intesa, contraddittoriamente, come indicante un significato (in questo caso: il significato) diverso da ciò che viene indicato dalla parola «apparire» e dalla parola «relazione» (intesa a sua volta, anche qui contraddittoriamente, come semanticamente distinta dalla parola «uguaglianza»), allora l’affermazione che «il Tutto appare» (o «il Tutto è in relazione con le proprie parti») è immediatamente autocontraddittoria. Si tratta dunque di intendersi, anzitutto, sul significato autentico delle parole che usiamo e che, sbagliando, crediamo siano soltanto differenti tra di loro.
Il Tutto è l’indivisibile, ma l’indivisibile, al suo interno, è divisibile in un numero finito di modi. Ciò significa che l’indivisibile, al di là di un numero siffatto, non è ulteriormente divisibile, ossia è sé stesso, ossia appare. Ora, se l’affermazione che «l’indivisibile appare» fosse isolata dal «numero finito di modi» (in cui, appunto, l’indivisibile appare), allora tale affermazione sarebbe, anche qui, originariamente autocontraddittoria.
Quindi è chiaro che se col termine «Tutto» intendiamo «tutto ciò che appare in modo parziale» (ossia in un numero finito di modi), allora il Tutto non è (ulteriormente) in relazione con le proprie parti. Severino sbaglia perché crede in una ulteriorità siffatta (giacché, secondo lui, il Tutto è una relazione che è sé stessa includendo un percorso all’infinito di infiniti tratti finiti di sé stessa, e ciò è assurdo, non può essere). Quindi è altrettanto chiaro che quando si dice che il Tutto (l’apparire, l’Io infinito che tutti noi siamo in verità, nei modi finiti e congruenti) appare alla parte non si intende affermare che il Tutto appaia, simpliciterad altro (se così fosse, il Tutto non sarebbe il Tutto e quindi nemmeno le sue parti sarebbero). È necessario dire, infatti, che il Tutto non può  apparire, simpliciterad altro apparire, simplicitera sé stesso. In verità, il Tutto include sé stesso come altro (cioè come parte, cioè vede sé stesso ossia è sé stesso in modo parziale). La distinzione è distinzione tra le parti cioè tra Tutto e parte.

In altre parole, se l’affermazione che il Tutto si distingue dalla parte non è intesa come la stessa distinzione tra le parti (cioè tra i modi in cui il Tutto stesso è il Tutto), allora tale affermazione è, ancora una volta, immediatamente autocontraddittoria. Ne La struttura concreta dell’infinito non si fa altro che chiarire il significato autentico delle parole, delle espressioni, in modo tale che, comunicando, si volga lo sguardo verso lo stesso significato.

domenica 27 marzo 2016

Amore e sessualità



La mia risposta al post: "Perché le pornodive fanno questo mestiere?".


I soldi sono sempre relativi, non sono mai lo scopo ultimo di un'azione. Il porno è precisamente una parodia intesa come sottoprodotto estremo di quello che è il sesso sperimentato in ogni coppia (sposata o non sposata che sia). Ma è il sesso in quanto tale ad essere una parodia dell'Amore. Il vero Amore spicca nella luce non abbassandosi ai piaceri della carne, piaceri che in verità son dolori creduti come piaceri.

Mi spiego meglio. Ogni uomo e ogni donna, in generale ogni coscienza possibile desidera, nel proprio inconscio più abissale, l'incontro d'Amore non soltanto con una cert'altra coscienza piuttosto che con un'altra ancora, bensì con ogni altra coscienza. Ipocrita (o comunque per lo più inconsapevole) ogni donna che dice di voler amare soltanto un uomo (e questo vale anche per l'uomo). Oppure: può anche accadere che una donna voglia amare soltanto un uomo, ma questo accade perché ella vien sommersa nella rete di illusioni che le fan credere che quello sia vero amore.
Nell'ambito di questa ipocrisia, è preferibile e più coerente una donna che voglia amare più uomini piuttosto che una donna che voglia amare (nel significato malato della parola "amare", dove domina la sessualità, la carnalità) un uomo soltanto. Il vero incontro d'Amore tra ogni coscienza è ciò che già da sempre si libera da ogni coinvolgimento fisico-sessuale, e proprio per questo il porno è una patetica parodia dell'amor puro.

Chi fa del porno è esplicitamente dominato dalle ebbrezze che i sensi e tutta la corporeità portano con sé. E' come un illudersi di poter riportare o ricondurre l'incontro d'Amore a quel livello bassissimo di intensità amorosa che è il sesso.

La disistima e il non amare sé stessi provoca una reazione tale da voler amare e voler essere amati dall'altro di un amore spurio, la cui espressione più superficiale è appunto il mero desiderio fisico-sessuale. Si desidera, illudendosi, che l'altro riesca a colmare i vuoti di ogni "io" che rinuncia a ricercare lo spicco dell'Amore che in quello stesso "io" è destinato tuttavia a sopraggiungere. In chi non è prevalente l'Amore autentico di sé, si va alla ricerca disperata di un solo uomo, o di una sola donna, o di tante donne e tanti uomini di cui abusare sessualmente, o ancora di un marito o di una moglie. Siccome si è prevalentemente infelici e incapaci di amare veramente sé stessi, ci si illude che l'altro possa così renderci felici, essendo appunto questo impossibile proprio perché rimane il vuoto e il freddo gelido di tale infelicità originaria. Addirittura, molte persone tentano di sollevarsi un po' dalla propria infelicità volendo sopprimere la felicità altrui o accontentandosi di sapere che anche altre persone sono infelici.
E' facile (credere di) amare un solo uomo o una sola donna. Proprio per questo è un'illusione. Non è vero amore. Ogni donna (nel senso più ampio della parola) dovrebbe elevarsi raggiungendo quella vetta dell'Amore stando sulla quale si ama non solo ogni uomo (nel senso più ampio della parola) ma anche ogni donna stessa. E lo stesso vale per ogni uomo.

domenica 14 febbraio 2016

Dialogo con un'amica



Si proponga, ora, un breve dialogo con Lidia, una mia amica, amante della Filosofia.

LIDIA

Sapessi quanto leggo i tuoi libri e quanto mi stupiscono sempre piacevolmente. E' come ascoltare una sinfonia, le tue parole mi infondono una soave calma e penso al cerchio del mio finito che si chiude per nascere in quello infinito dell'eterno. E ci credo!
Sembra qualcosa di bello!

MARCO

Ciao Lidia.

Non è corretto ciò che hai scritto a riguardo del cerchio finito e di quello infinito. Tu sei già, anche ora, il cerchio infinito di luce, che però rimane prevalentemente un inconscio rispetto al tuo esser anche il cerchio finito a cui tu e solo tu (in quanto individuo) appartieni.

Tu sei qualcosa, cioè sei cosciente di qualcosa, cioè vedi qualcosa. Lo vedi, indipendentemente dal fatto che tu dorma, o che tu chiuda gli occhi durante la cosiddetta "veglia" (in cui si sogna in verità molto di più di quanto non avvenga durante il cosiddetto "sonno"). Questo tuo vedere qualcosa è il senso assoluto del vedere cioè dell'essere. Assoluto, cioè nel senso che non è soltanto "tuo", ma è anche "mio" e quello di "ognuno" che veda qualcosa.
Il problema è che questo vedere assoluto, che è la luce infinita che illumina ogni colore (cioè ogni diversità coscienziale), non prende ancora spicco sui colori da esso inclusi, bensì prendono spicco i colori, uno dopo l'altro, giacché ci si illude che ci siano soltanto i colori.
Questo problema ha già da sempre una soluzione. Il prevalere di questo problema lo chiamo "la Prima Volta", mentre il prevalere della sua soluzione eterna lo chiamo "il Ritorno". Siamo destinati al Ritorno, in cui tutto riappare in una nuova luce, la luce in cui prende spicco quel vedere assoluto avvolgente ogni colore. Siamo destinati, quindi, al prevalere della coscienza di essere il cerchio infinito di luce che vede tutto, e ciò significa che il cerchio infinito appare già da sempre, anche adesso, solo che, appunto, non è ancora prevalente sulla finitezza dei suoi modi di essere (cioè sui propri cerchi finiti).

Ma il Ritorno è ancora talmente lontano che parlarne ora suscita scalpore e turbamento (non per me però). Chi non comprende il discorso di cui vado parlando ne ha paura, perché esso include l'affermazione della necessità che tutto ciò che di ognuno di noi rimane ancora nascosto ad ognuno degli altri è destinato a sollevarsi nella luce. In altre parole, ognuno deve sapere tutto di tutti, e ciò, per chi non comprende il suo senso autentico, provoca appunto paura, è un'eresia.

Concludendo, il cerchio finito che solo tu sei in questo momento, è avvolto dal cerchio infinito che tu stessa sei ma che, prevalentemente, non ti accorgi di essere. Sei destinata, tu, come ogni altro, a quella serie di cerchi finiti in cui prende spicco l'accorgimento di essere l'insieme che li unisce, di essere appunto il cerchio infinito. Questa serie è il Ritorno. Ma perché si affacci il Ritorno è necessario che muoiano tutte le vite della Prima Volta, e non soltanto la "tua" vita.

 LIDIA

Questo tuo discorso non mi fa paura, anzi lo capisco. Sono molto sensibile e ciò mi fa sentire in modo profondo l'unione che fa di noi una cosa sola nelle sue sfumature. Mi sento avvolta da ogni piccolezza, dai colori, oggetti, natura e persone. Mi sento compresa in loro, nella mia famiglia sono solo io così.
A volte sono in uno stato di stupore, di nirvana, di allontanamento dalla realtà, non perdendola però.
Il dolore degli altri mi fa soffrire.
Mi accorgo di essere il cerchio infinito, ci credi?

 MARCO

Vedi, in realtà, al di là di un'esperienza fuori dall'ordinario vissuta da ragazzino, la mia consapevolezza di essere il Tutto (pur sempre interna alla Prima Volta in cui tutti ancora ci troviamo, cioè interna al prevalere dell'in-consapevolezza intorno a ciò che veramente si è) cominciò ad aumentare di intensità scaturendo da ragionamenti molto complessi (come puoi notare dai miei libri), da dimostrazioni logiche. Ma non nel senso di una logica distinta dall'esperienza (una distinzione inesistente in verità, anche se si crede sia il contrario), bensì nel senso che le dimostrazioni logiche sul piano del linguaggio aiutano molto la mente stessa (cioè l'esperienza) a osservare, leggere, decifrare la propria struttura sempre in luce e tuttavia così enigmatica e deviante nei suoi modi d'essere.
Io la parola "credere" la uso in senso per lo più negativo, infatti io non dico mai di "credere" in ciò che dico, bensì dico di "sapere", di "capire", di "vedere", di "constatare" ciò di cui parlo, e a volte mi meraviglio anche che gli altri non riescano a scorgere che tutto è nella quiete sopra ogni tempesta.
Spesso non ti rispondo, lo avrai notato, ma ti seguo, e vedo che ancora non hai ben compreso, ma vedo anche che sei predisposta a fare dei passi in avanti già in questa tua certa vita, in questo piccolo frammento di eternità.

LIDIA

Ti voglio raccontare una mia esperienza sconvolgente ma utilissima per ciò che ha prodotto nella mia vita.
In un momento di intensa emozione sentii in me un effetto cosmico. Si era sposata mia figlia ed io sapevo che dopo questo avvenimento potevo separarmi da mio marito senza turbare la famiglia.
Il mio stato di essente si librò in un ambito al di fuori del comune sentirsi vivere e pensai: "I millenni di anni luce sono passati su di me, e sul mio cuore". Ma non lo pensai solamente, lo provai come un viaggio tra le meteore e le stelle e mi sentii così parte di loro da farmene toccare in una sensazione come se il mio essere si fosse trasferito in loro.
Al che, ero sul letto ma vicina al telefono, sollevai la cornetta e chiamai l'avvocato per intraprendere le pratiche della separazione. Mi era necessario per poter vivere ancora altrimenti il senso del dovere avrebbe avuto il sopravvento.
Il cosmo è entrato in me e mi ha aiutato, come fosse stato il Dio dei miracoli.

Ti voglio al contempo mandare uno scritto tratto dal tuo libro Matematica dello Spirito, che mi piace. Lo capisco, però vorrei che me ne parlassi.

«Ci si illude che la repressione sia un che di negativo, e che "l'istinto di sopravvivenza" (il bisogno di mangiare, di bere, di "guadagnarsi da vivere", di costruire abitazioni e abbellirle e renderle confortevoli, di riscaldarsi vicino al fuoco dopo aver tagliato interi alberi, ecc.) debba essere sempre di più salvaguardato, avvalorato e soddisfatto. In verità è destino voler sempre di meno nutrirsi, accoppiarsi e, in generale, sopravvivere, nel significato malato della parola, poichè è destino che ci si renda sempre di più conto che l'autentica sofferenza è proprio la volontà di darsi da fare per restare in vita: tutto vive infatti in eterno, nel modo processuale che al Tutto compete di necessità e non per effetto di una volontà alienante di produrre e distruggere le cose».

Ciao carissimo!!!! 


Nel mio piccolo frammento di eternità attendo l'eternità e la certezza di esserci già dentro non mi fa pesare le cose da affrontare ancora, quelle spiacevoli naturalmente.

 MARCO

Accolgo con interesse la tua personalissima esperienza. Ce ne sono tantissime, ma quasi nessuno ne parla e quindi rimangono per lo più inascoltate. Ho letto tantissime esperienze di NDE (esperienze di pre-morte), e ho trovato molte analogie con ciò che dico sia a riguardo di ciò che affiora con la morte, sia a riguardo del senso totale dell'Universo. Ci sono molte esperienze anche di reincarnazione, nel modo in cui la intendo io.
Anche io ho fatto la mia personalissima esperienza, che tengo conservata nei miei ricordi più indelebili. Fu un'esperienza avvenuta indipendentemente dal fatto che io le andassi incontro o meno. Ogni tanto provo a esperirla nuovamente, ma non è per effetto della volontà di fare che avvengono le cose, sia quando crediamo di aver ottenuto sia quando crediamo di non aver ottenuto ciò che si voleva ottenere. Fu un'esperienza che provai più di una volta all'età di 10 anni. Mi travolse e mi coinvolse. Con quell'esperienza avvertì per la prima volta il respiro dell'infinito, ma non riuscivo ancora a riportarlo nel linguaggio. Severino mi ha aiutato. Lui stesso, tra l'altro, racconta di un'esperienza fuori dal "normale", ma molto diversa dalla mia.

Riprendendo quel passo del mio libro, dico che la repressione di cui parlo è lo stesso calmo e già da sempre fermo autocontrollo del Tutto che noi, in quanto (anche) finiti, rigettiamo nell'inconscio. Questo autocontrollo è la stessa visione di tutti gli eventi, del passato e del futuro, ma solo alla fine del percorso degli eventi esso è destinato a prevalere nella sua intensità più luminosa. Voler rinviare e allungare il processo che conduce alla morte personale di ognuno si trova in contraddizione con la verità. Ma ciò non significa che noi si riesca veramente a modificare gli eventi e quindi ad allungare la nostra vita specifica che stiamo vivendo, e non significa nemmeno che, invece, sarebbe meglio voler accorciare o tagliare il filo di questa certa vita prima o poi morente.
Parlo di destino, di un percorso inevitabile, non di volontà di costruire il proprio futuro, che invece è già scolpito da sempre sul volto del Tutto. Tuttavia, il destino include in sé la volontà di fare, cioè la volontà che si illude che nulla sia eterno e che tutto debba essere creato e ricreato all'infinito. Dentro il nostro destino appare anche questa volontà, e lo sai bene. Ognuno di noi è consapevole prevalentemente di questa volontà, non di essere anzitutto il destino. Più ci si rende conto di essere il destino e più si osserva la volontà di fare secondo prospettive più ampie. Allora la congruenza (o coerenza) della volontà di fare rispetto al destino (cioè al fatto eterno che tutto è già compiuto, come già Gesù diceva e che poi l'interpretazione malata del Cristianesimo ha travisato) è la volontà dell'attesa, cioè di lasciare che gli eventi facciano il loro corso (che in realtà lo fanno lo stesso anche quando domina la volontà privata di modificarli).
Ti faccio un esempio. Cerca di seguirmi. In verità, ciò che noi chiamiamo "albero" è anche, all'interno del suo essere l'inconscio di ogni finito (cioè la coscienza che unisce ogni evento), un segno, una traccia che rinvia a una coscienza finita (come lo è la tua o la mia). Il problema che rimane aperto è: qual è questa coscienza finita? Il segno in cui l'albero consiste rimanda alla coscienza finita che esso stesso è, oppure alla coscienza finita che un altro essente è?
Facciamo ancora qualche passo avanti insieme, Lidia, rimanendo all'esempio. Quando vedi tua figlia, vedi una certa immagine reale che la coscienza finita di tua figlia lascia nella tua. Quest'immagine reale è appunto una traccia che la vita finita di tua figlia lascia all'interno della tua vita finita, cioè della tua prospettiva di vedere lo stesso Tutto che, secondo un'altra prospettiva finita, vede anche tua figlia. Ed anche tu lasci delle tracce all'interno della vita finita di tua figlia. Ognuno lascia delle tracce in ognuno degli altri. Le tracce che vengono lasciate sono un passato o un futuro rispetto a ciò in cui esse vengono lasciate, ma noi per lo più non ce ne rendiamo conto. Quando ricordi la tua infanzia ricordi te stessa, non ricordi un'altra coscienza che non abbia a che fare con te, sebbene vi siano delle differenze tra la tua coscienza di anni fa e quella di adesso. Ecco, quando invece pensi a tua figlia credi che lei sia in assoluto un'altra coscienza, come se non appartenesse, rispetto alla tua vita finita, ad un tuo passato o ad un tuo futuro. Questa è l'illusione di non essere il Tutto.
Facciamo altri passi, per poi ritornare all'esempio dell'albero. Prova adesso ad avere nella mente tua figlia, non nel senso di averla dinanzi come quell'immagine reale, ma di immaginarla nella tua mente. Ora, anche questa immagine che hai nella mente è un segno che tua figlia lascia nella tua vita finita, ma è un segno diverso da quello in cui consiste quell'immagine reale di tua figlia che ti si presenta dinanzi. Detto questo, si può osservare come l'immagine (di tua figlia) che hai nella mente rimandi a una coscienza finita, quella di tua figlia, che però non consiste direttamente in questa immagine che hai nella mente, mentre l'altra immagine, quella reale di tua figlia che hai dinanzi, rimanda a una coscienza finita, quella di tua figlia, che consiste direttamente nell'immagine stessa che tu hai dinanzi. Ecco la differenza.
Ora, tornando all'albero, noi non sappiamo se l'immagine che abbiamo dell'albero rimandi a una coscienza finita che consiste direttamente in quest'immagine stessa o che consiste in qualcos'altro, ma di sicuro possiamo e dobbiamo dire, appunto, che questa immagine rinvia a una coscienza finita.
Ciò posto, l'albero non è disponibile ad essere sfruttato e dominato da noi che ci definiamo "esseri umani". Nulla è in realtà disponibile ad essere sopraffatto.

LIDIA

Mi viene da fare una battuta!
Da come ragioniamo sembra che non vogliamo morire, perché dichiarandoci già nell'infinito e appartenendo già all'eternità può accadere che la progettata continuità ci liberi, almeno mentalmente, da questo evento e non considerandolo più una spada di Damocle!!!!!


venerdì 12 febbraio 2016

Amare e non amare



Sarebbe la cosa più bella quella non già di restare ma di incominciare a prevalere come profondamente amici, anche di chi si crede (illudendosi) di amare o di aver amato. Sarebbe l'amore a prendere spicco nella luce. Soprattutto la donna potrebbe incominciare a scandagliare il proprio abisso di relazione con l'altro, in una vicenda dove il rapporto fisico-sessuale appare per ciò che è, ossia come ciò attraverso cui la vera donna non intende sporcarsi ulteriormente. La vera donna si sente ormai nauseata dall'intenzione maschile di sopraffarla sessualmente, anche da coloro che con animo gentile le vogliono far credere il contrario con l'inganno. Ma ciò non significa cancellare le pur vibranti sfumature di cui vive il corpo, bensì farne esperienza a partire da una fonte infinita, quella della sensualità, dove il legame tra i sensi appare libero da ogni volontà di dominio, appare cioè come legame tra infiniti, legame tra le anime.
Chi dice di non amare più qualcuno non si avvede che se l'amore splende al centro di tutto, è impossibile che esso venga successivamente spinto ai margini. Quindi chi dice di non amare più qualcuno, sta dicendo in realtà di non averlo mai amato, nel senso che in quel rapporto specifico non ha prevalso l'amore, bensì ci si illudeva di amare con verità. Può affiorare la presa di coscienza sempre più ampia e colorata di amare qualcuno che si credeva di non amare, e quando ciò accadesse questo amore non potrebbe più svanire. Ma è impossibile rendersi conto di non amare più. In altre parole, ci si può accorgere di non aver amato veramente qualcuno di quell'amore che si credeva fosse vero amore e che invece non lo era, e quindi, scoprendo il vero senso dell'amore, accorgersi di amarlo da sempre, ma non ci si può avvedere, secondo il senso autentico dell'amore, di non amare più, appunto perché è impossibile non amare più, si può soltanto non accorgersi di amare già da sempre e quindi accorgersi di amare veramente ciò che si credeva illusoriamente di amare o di non amare. Anche negli eventi più terribili si nasconde lo sguardo del vero amore, uno sguardo che si mantiene nell'ombra appunto perché tale orrore prende spicco appiattendo l'amore che pur appare.

lunedì 7 dicembre 2015

Sul denaro



Breve confronto con Andrea Berardinelli (mio amico e studioso attento di tematiche filosofiche) su un argomento delicato e spinoso come quello del "denaro", in seguito alla proposta finlandese del reddito di base.

MARCO PELLEGRINO

Ciao Andrea! Scusa ma cercare di trovare delle soluzioni rimanendo all'interno della logica del denaro significa rimanere in uno dei vortici dell'intermediazione posta sulla base del meccanismo padrone-servo (o ricco-povero). Se ci si rende conto che un'autentica organizzazione del sociale non può fondarsi su un meccanismo siffatto, ci si rende per ciò stesso conto che non v'è bisogno di alcuna intermediazione e quindi nemmeno di quella in cui consiste il denaro. 
Il reddito di cittadinanza (o di base) rientra in quella logica sbagliata, quindi è come voler scappare da una prigione per entrare in un'altra più spaziosa, ma sempre di prigione si tratta. Il denaro deve essere eliminato, come tutte le altre forme culturali e civili che fanno da "medio" tra chi padroneggia (senza essere sfruttato, e stiamo parlando di poche persone che sul Pianeta se ne occupano) e chi viene sfruttato.

ANDREA BERARDINELLI

Marco la tua soluzione è radicale, ma siamo in un mondo in cui per ottenere un cambiamento bisogna essere gradualisti, nel bene o nel male. Tutto deve partire dalla cultura, ma, anche qui, non sono ottimista.

MARCO PELLEGRINO

Capisco Andrea, ma bisogna che qualcuno incominci a scendere alla radice affinché tale gradualità sussista. Io le devo dire queste cose, dato che, da quanto mi risulta, le persone credono che una società senza denaro sia un'utopia, il che non è assolutamente vero, anzi... Se io, tu e, poniamo, dieci altre persone decidiamo di formare tra noi una società, si tratta di condividere dei progetti, non abbiamo bisogno del denaro, né della scuola così com'è gestita ancora oggi. Gli infermieri che fanno questo mestiere allo scopo di prendere lo stipendio non sono buoni infermieri, perché il loro scopo primario dovrebbe essere quello di amare ciò che fanno e cioè prendersi cura dell'ammalato. Gli insegnanti fanno lo stesso, ma potremmo estendere il discorso a qualsiasi altro tipo di lavoro. 
Basta lavorare affinché si ottenga il giusto scopo primario di un'azione. Il denaro ostacola, è una devianza pericolosissima. A scuola si manipolano le menti, a parte quei pochi che lo capiscono e tentano, spesso invano, di non cadere nella trappola. Lavorare per il denaro e acquistare per sopravvivere è una truffa bella e buona, perché, poiché il denaro crea differenze sociali condivise non da tutti, ci sarà sempre una parte della società che, pur volendo lavorare per sopravvivere, le verrà impedito di farlo non potendo quindi guadagnare quel denaro che serve per procurarsi i mezzi per andare avanti (l'equilibrio sociale è appunto ciò che i padroni del Pianeta non vogliono realizzare, altrimenti non potrebbero più padroneggiare). Non bisogna lavorare per guadagnare denaro, bisogna lavorare per avere il tempo necessario per riflettere e crescere spiritualmente (ciò che appunto viene impedito a scuola) conoscendo sé stessi condividendo la propria sapienza con gli altri.
Le persone non si avvedono che basta produrre qualcosa per sopravvivere, affinché si viva più in serenità con sé stessi e con gli altri. Non c'è bisogno del denaro in una società sana. Ci si mette d'accordo. E' perché non tutti son d'accordo su dei progetti, è per questo motivo essenziale che chi comanda ha bisogno dell'intermediazione tra cui il denaro. Vendere e comprare crea solo squilibrio e contrasti tra la gente. Se ci si mette d'accordo, tutti, ad esempio sul fatto che io necessito soltanto di una stanza per sopravvivere e star bene con me stesso, e tu invece necessiti di due case, nessuno poi potrà protestare, nessuno potrà rubare, anzi le porte di casa saranno aperte a tutti, e tutti saranno ospiti graditi. La concorrenza, interna al capitalismo, fallisce inevitabilmente, perché i concorrenti mirano all'oligopolio e infine al monopolio, e quindi al proprio compimento. La "crisi economica" c'è da sempre e non finirà sintantoché sarà fondata sul denaro. L'economia autentica si fonda invece sul dono. Io produco qualcosa e te ne faccio dono, e tu sei libero di accettare o meno il dono offerto. In una società dove i doni sono a disposizione di tutti, non v'è alcun bisogno di vendere e comprare: non solo non v'è bisogno del denaro, ma nemmeno del baratto.