venerdì 12 maggio 2017

Pubblicazione SILENZI E RESPIRI DEL DESTINO - CON UN'AMPIA AUTOBIOGRAFIA. Indice, Quarta di copertina e Prefazione



Per ordinare il libro: http://www.youcanprint.it/filosofia/filosofia-generale/silenzi-e-respiri-del-destino-con-unampia-autobiografia-9788892661592.html (Ordinabile anche sugli altri store on-line, come Amazon, Ibs, ecc.).





Pagine: 500
Editore: Youcanprint
Data pubblicazione: maggio 2017



INDICE



PREFAZIONE


PARTE PRIMA

Storia di un ragazzo: scritti autobiografici



CAPITOLO PRIMO

Schegge di memoria di una dolce infanzia

1.    La neve e il primo pianto. «Terre di conquista» e «lavoro»
2.    Tra disegno, animali, Karate, Universo e una traccia del travaglio futuro
3.    Io e mia sorella. Tra Medicina e destino
4.    «Andare avanti»: accogliere il dolore e attendere un destino
5.    I miei nonni: l’Alzheimer e l’eterno abbandono provvisorio, agli occhi del destino

CAPITOLO SECONDO

Estate 1997: l’inizio di un inferno

1.    Cefalea ed emicrania croniche e altri dolori. Farmaci e altre terapie
2.    L’autentico «voler bene» e il rapporto con i miei

CAPITOLO TERZO

Il vero senso dell’«io» e dell’«autobiografia»

1.    L’eternità: rimembranza del passato e attesa del futuro
2.    Il bisogno di scrivere e pubblicare le parole del Silenzio
3.    Tra i veri problemi filosofici e i falsi problemi
4.    Il «film» dell’Universo. «Fotografia» e «cinematografia» come segni del destino
5.    La Sincronia degli eventi come Specchio di colori: lo svelamento di ogni mistero

CAPITOLO QUARTO

Intorno alle cause della sofferenza

1.    Interpretazioni e possibili cause della mia cefalea e di altri dolori
2.    Lavorare soffrendo
3.    Nuovi problemi: cervico-dorso-lombalgia cronica
4.    Il Silenzio del destino e il «Libro di pagine»
5.    La vera Causa: la gioia come abbraccio del dolore, e il futuro come «buona causa» del passato

CAPITOLO QUINTO

Primi studi filosofici e disagi adolescenziali 
tra scuola, famiglia e cefalea

1.    Malesseri a scuola. La vera «scuola pubblica» del futuro
2.    Scuola Superiore: pochi incontri e tanti scontri
3. Studi socio-psico-pedagogici e primo approccio filosofico. Un’esperienza «fuori dall’ordinario»
4.    Rapporto con i miei, tra scuola, cefalea e Filosofia

CAPITOLO SESTO

Adolescenza e post-adolescenza 
tra Anarchia, amicizie, Calcio e cinema

1.  Settembre 2005: un gesto estremo di Anarchia. Reggio Emilia, Genova, Firenze
2.   Altre peripezie post-adolescenziali. Alessandro, Saverio e altri amici
3.   Tra la Filosofia e il Calcio. Il ‘Fenomeno’, Simoni e gli studi per allenare
4.    Cinema: film e attori preferiti

CAPITOLO SETTIMO

Mariangela e la sua famiglia

1.    L’incontro con Mariangela e le nostre prime esperienze
2.   Mariangela, la sua famiglia e alcune nostre esperienze degli ultimi anni
3.    Viaggi
4.    Raf e i concerti
5.   Gianluca: anima ribelle come me, tra Musica e studi autodidattici
6.   Rapporto con Ines, Antonio, Valentina, Giorgio, Flavia e Carmela
7.    I miei genitori e Mariangela (e la sua famiglia)
8.    Uguaglianza e differenza tra anima e corpo
9.    Intorno al senso del «matrimonio». Amare in silenzio
10.  Sulla «volontà di far figli»: destino, responsabilità ed educazione
11. «Padre», «Madre» e «Figlio», nella Luce del destino. Aporia e soluzione

CAPITOLO OTTAVO

La mia vita, la Filosofia e Severino

1.    Primissimo approccio col pensiero di Severino
2.    Primi saggi: Essenza del nichilismo e La legna e la cenere
3.   Fondazione della struttura dell’essere: La struttura originariaStudi di filosofia della prassiDestino della necessità, Oltre il linguaggio e Tautotes
4.   Fondazione del superamento del dolore: La Gloria e Oltrepassare
5.   Fondazione dell’«istante» della morte: La morte e la terra. Gli ultimi scritti: Intorno al senso del nullaDike e Storia, Gioia
6.    Lo studio di altri scritti severiniani
7.   Altri studi: Spinoza, Leibniz, Berkeley, Hegel, V. Marchi (e altri)

CAPITOLO NONO

I miei libri: il mio linguaggio filosofico, 
criticando Severino

1.    Oltre Severino: il vero «Io infinito del destino»
2.    Incontro con Severino a Carpi e prime critiche al suo discorso
3.    Ogni esperienza è l’infinito: La struttura concreta dell’infinito
4.   Il vero senso delle «vite precedenti e successive», dal brillare del dolore al brillare della gioia: Del tragico Amore
5.    Dialogo con Antonio Lombardi: Logica della presenza
6.  Le vere «materie prime» di ognuno di noi e la «storia della Filosofia»: Le Materie Prime della coscienza
7. Numerazione degli istanti dell’infinito, verso l’ultima esperienza: Matematica dello Spirito
8.   Scritti autobiografici, intorno ad altri segni del destino: Silenzi e respiri del destino

CAPITOLO DECIMO

La ‘caduta’ e il precedente ultimo periodo

1.    Agonia negli ultimi mesi prima della ‘caduta’
2.    Ricovero all’ospedale di Tricase, una settimana prima della ‘caduta’
3.    Il giorno precedente la ‘caduta’
4.    13 maggio 2014: il giorno della ‘caduta’
5.    Attimi successivi alla ‘caduta’

CAPITOLO UNDICESIMO

Sala Rianimazione e Ortopedia: le prime 
due operazioni e i rapporti problematici...

1.    Ospedale di Lecce: la prima operazione e le ore precedenti
2.   L’inizio di un nuovo incubo: degenza in Sala Rianimazione, tra incontri lieti e altri infelici
3. Intanto, fuori dalla Sala Rianimazione, primi rapporti problematici...
4.    La seconda operazione
5.    Primi giorni in Ortopedia: ritorno di emicrania e cefalea
6.  Degenza in Ortopedia tra incontri con genitori, parenti, amici e Mariangela (e famiglia), e nuove amicizie
7.   Ultimi giorni in Ortopedia: liti decisive... e primo giorno a casa della famiglia di Mariangela

CAPITOLO DODICESIMO

Ancora in Ortopedia e due volte all’Euroitalia: 
tra la terza operazione, gli scontri... e i nuovi amici

1.    Un mese e mezzo a casa di Mariangela, tra dubbi e peggioramento della mia salute
2.    Incontro con mio padre e con amici, e prime cure riabilitative
3.   Prima volta all’Euroitalia, tra nuovi fisioterapisti, un regalo e due spiacevoli notizie
4.    Di nuovo in Ortopedia: la terza operazione
5.  Ritorno a casa di Mariangela e poi di nuovo all’Euroitalia. Riabilitazione positiva
6.  Sempre all’Euroitalia: incontri con alcuni parenti, con Flavia, Carmela e con amici degenti

CAPITOLO TREDICESIMO

Gli ultimi due anni, il presente e il futuro

1.    A casa di Mariangela, tra visite mediche e nuove vicende. Il senso del «cerchio di luce» sulla copertina (curata da Valentina)
2.    Rapporto attuale con la mia famiglia
3.    Previsioni e dubbi intorno al futuro, tra i miei perché e i segreti già svelati


PARTE SECONDA

Dialoghi sui segni del destino e scritti 
di Filosofia Tecnologica e di Poesia



CAPITOLO PRIMO

Dialoghi intorno all’apparire dell’infinito, ai mali della Prima Volta, al Bene del Ritorno e alla Filosofia di Severino

1.  «Numero cardinale», «atomi», «regno umano», Ignoranza della «Tecnica» e Sapienza gioiosa del Tutto
2.    Dialoghi con Pietro De Luigi
        a) Sullo Yoga e su Proclo. Severino e la «pars destruens». Critica a L. Messinese e il
            vero senso dell’«apparire infinito» e del «regno umano»
            b) «Pioggia» e «lacrime»: decifrare silenzi e respiri del destino
3.   Dialogo con Antonio Lombardi: la relazione Tutto-parte e la destinazione ai silenzi e respiri decifrati nel Ritorno
4.    Dialoghi con Paolo Dova
           a) Sul senso del Male. Dopo la morte si è ancora in (lunghissima) attesa del Ritorno
           b) Verso il dominio dell’Anarchia, in attesa che la volontà pubblica di potenza
              incominci a prevalere
             c) Sulla Prima Volta. Parola pubblica ed esperimenti tecnico-scientifici. Verticalità
            e orizzontalità. Intorno alle NDE. Nel Ritorno brilla il Silenzio
            d) «Discreto» e «continuo». «Istanti indivisibili» della «scala dell’infinito» e i
            «quanti» della «scala di Planck». Relatività, Quantistica e «vuoto superfluido»
            e) Su Severino: Storia, Gioia. Verticalità, orizzontalità e «ultimo punto». Il Bene
            abbraccia il Male
            f) Tra la Prima Volta, la Morte centrale e la «nuova vita» del Ritorno
            g) Trinità dell’Uno e il Ritorno come Causa della Prima Volta
5.   Dialogo con Lidia: il cerchio di luce abbraccia ogni colore; volontà dell’attesa e autocontrollo; sui segni del destino
6.  Dialogo con Alessandro Vaglia sul legame severiniano tra il «dispiegamento del sentiero della terra» e il «Tutto concreto»
7.    Dialoghi con Simone Gamberini
          a) Sull’identità assoluta tra «essere» e «apparire»
          b) Intorno alla «contraddizione C», al «Tutto concreto» e al «male» come «non»
          relativo
          c) Essere il Tutto-parte, nel suo prevalere e non-prevalere
          d) Intorno al legame tra il destino e l’antinatalismo
          e) Sul passato (e sul suo ricomparire) e sul Bene e il male
          f) Ancora sul rapporto Bene/male, in relazione alla «Gioia» e alla «morte»
          g) «Vivere tutte le vite» e metafora del «Libro di pagine»
          h) Le morti del Regno Umano e la volontà di attendere un destino
          i) D. Parfit, il male e la vera Soluzione del Tutto-parte
          l) Sul senso di ciò che si affaccia tra il «cadavere» e la «morte effettiva»
         m) Numerazione dell’infinito e ultimo istante
8.   Dialogo con Vaglia, Gamberini e De Luigi intorno all’apparire del Tutto, ai concetti di «cerchio», «piramide», «scala», «retta» e «punto», e alla necessità del Ritorno
9.   Dialogo con Roberto Fiaschi sul senso severiniano dell’«attualità» dell’eterno
10.   Oltre il Solipsismo

CAPITOLO SECONDO

Scritti intorno all’attesa che la Filosofia Tecnologica incominci a dominare. (Alcuni pensieri poetici)

1.    Sulla scuola
2.    Sulla guerra dominante
3     Sul denaro: breve dialogo con Andrea Berardinelli
4.    Amore e sessualità
5.    Filosofia come Scienza Tecnologica e come coscienza della verità
6.    I miei scritti poetici e altri pensieri
          a) Un corpo d’aria (24 ottobre 2015)
          b) Ad un soffio da Noi (25 ottombre 2015)
          c) Serenità interiore (5 novembre 2015)
          d) Sei tu (2 febbraio 2016)


PARTE TERZA

Opposizione essere/nulla e necessità delle «parti», 
in relazione allo Specchio e alle tracce del destino



CAPITOLO PRIMO

Oltre Severino: Materie Prime 
e tracce del destino infinito

1.   Soluzione di un problema: le Materie Prime, nel primordiale distinguersi tra loro, sono «punti» indivisibili
2.    Oltre Severino: il «nulla relativo» inteso come ogni «parte» che nel Tutto appare
3.    Il «modo finito» dell’infinito è negazione del severiniano «apparire infinito»
4.   Verso l’accorgersi di essere, sin dall’Inizio dei tempi e per l’eternità, il destino infinito
5.    Identità di «logica», «esperienza», «eternità», «Intero». In attesa che la lettura dei segni del destino incominci a brillare

CAPITOLO SECONDO

Opposizione tra essere e nulla, necessità 
delle «parti» e specchio infinito del destino

1.    Affermare, negare, opposizione essere/nulla e pensabilità finita del nulla
2.    Affermazione e negazione totale-parziali
3.  «Relazione-identità» di ogni tratto del destino, al di là del severiniano «Tutto assolutamente concreto»
4.    La «necessità» come «opposizione» (al nulla). Illuminarsi agli occhi della luce infinita e finita
5.    Le tracce del destino come individuazioni dell’essenza infinita. Sulla necessità che le parti siano
6.    Oltre la Fantasia, il destino è uno Specchio di colori. Differenza e identità di «occhio» e «pensiero»
7.    Il contraddirsi e il nulla. L’illimitato e altri significati. «L’essere non è il nulla» come pleonasmo

CAPITOLO TERZO

L’infinito indivisibile/divisibile e l’apparire. Ancora sull’opposizione essere/nulla come fondamento delle «parti»

1.  L’identità finita e l’indivisibile. Il movimento come un «lampeggiare» di eventi
2.    Sull’«infinito»: il non affacciarsi di ciò che pur si affaccia e il non compiersi di ciò che pur si compie
3.    Dualità dell’Uno: fondamento dell’essere di ogni «parte». Il «non-nulla», oltre Severino
4.    La luce del destino si specchia al Tutto e alla parte
5.    Sull’identità semantica tra «essere» e «apparire»
6.    Pensare un numero
7.    L’equilibrio del fondamento e lo squilibrio del fondato
8.    Intorno al nulla assoluto e relativo
9.    Ancora sulla fondazione dell’essere di ogni «parte»: l’opposizione essere/nulla come spiegazione onnipresente

CAPITOLO QUARTO

Il distinguersi dell’uguale. Illuminarsi del Tutto 
e senso del «prevalere»

1.    Sulla differenza-identità tra «distinzione» e «identità»
2.    Intorno all’identità di «legame» e «uguaglianza»
3.    L’apparire della totalità del destino, oltre le illusioni della Prima Volta
4.    Le tre stratificazioni essenziali dell’Uno. Il «prevalere» come terza stratificazione
5.    La «fonte inesauribile», al di fuori del linguaggio severiniano

CAPITOLO QUINTO

 L’ultimo istante del Ritorno e il senso dell’«eterno»

1.   L’«eternità»: oltre l’inganno indotto dal modo finito in cui lo sguardo infinito si specchia
2.   «Apparire sempre»: il modo in cui, con la fine del Ritorno, la sincronia degli eventi brilla all’infinito
3.    Il «futuro»: ancora sull’impossibilità che l’ultimo istante scompaia

CAPITOLO SESTO

Il mio discorso e quello di Severino. Oltre Heidegger e oltre il Cristianesimo. L’eternità del movimento del Tutto

1.   Il destino infinito non è «dedotto». Negare la «differenza ontologica» severiniana
2.    Severino: la Teologia Cristiana Neoeleatica. Oltre Severino: logico e fenomenologico come identici
3.    Oltre Severino e Heidegger: il modo in cui l’infinito brilla e non brilla
4.    Il movimento abbracciato dal pensiero. Vivere e non «paralizzare»

CAPITOLO SETTIMO

In attesa che i segni del destino lampeggino 
oltre il prevalere della «volontà di fare»

1.    «Storia dell’errore» indicando la verità, in attesa che venga svelato ogni mistero di silenzi e respiri del destino
2.    «Volontà di fare» e «sistemi di sopravvivenza»
3.    Sui segni del Silenzio

CAPITOLO OTTAVO

Silenzi e respiri di ogni coscienza «altrui» e ciò che 
brilla nella Prima Volta e con ogni «morte»

1.    L’inconscio. Dai silenzi e respiri della Prima Volta al modo in cui essi stessi brillano nel Ritorno
2.  Materie Prime e Regni Prevalenti. Oltre Severino: «morte», «reincarnazione», «perdurare all’infinito» ed «esperire l’esperienza altrui»





QUARTA DI COPERTINA


Viaggi infernali e laboriosi temprano, anche nei momenti di estrema fragilità, quando tutto sembra sconcertante e perdersi in oceani privi di senso.
Pur divorati dall’ansia di sapere, di guardare in faccia i segni del destino, re-primere accettando e sopportando con senso critico istinti illusoriamente fuori controllo, nostalgie e angosce, è il vero compito di ognuno, l'abbraccio di tutto con tutto, rimembrando lo spicco ormai passato di ogni de-pressione.
Nulla è affidato al caso, altrimenti, nulla sarebbe, e tutto sarebbe un assoluto dolore, non potendo escludere di dover soffrire sempre di più e all’infinito.
Ma in realtà, in carne ed ossa, tutti noi siamo la gioia del destino, lo Specchio di eterni colori che brillano in sequenza. Il futuro lampeggiare di quest’immenso desidera già da sempre oltre-passare il prevalere del proprio tormento, dell’assenza di attimi sogguardati nell’ombra.
Nel frattempo, volere l’attesa di un destino è la maggior coerenza a cui ciascuno può e deve aspirare, affinché ogni esperienza di solitudine esca dal proprio antro segreto per affacciarsi nel bagliore di ogni dove.


L’Autore


PREFAZIONE

Il mio quinto saggio. Forse l’ultimo. Nella forma espositiva e linguistica, si distingue per certi versi dai precedenti – soprattutto per gli «scritti autobiografici».
La mia eccentrica vita personale è certamente ricca di laboriose peripezie e di gesti estremi, di dolori lancinanti e di travagli, che però mi hanno avvicinato alla Filosofia e in modo sempre più intenso.

Il male, infatti, non viene mai per farci veramente del male, altrimenti, esso, non sarebbe un contraddirsi, un ignorare la verità del Bene, ma sarebbe appunto questa verità. Il male è cioè un illudersi, da parte della gioia, di non essere il Bene in cui la gioia stessa consiste: la gioia infinita del destino, in quanto è anche parte di sé, si illude di esser soltanto parte e cioè di non essere il Tutto, l'infinita gioia del destino. Questo illudersi è appunto il male, il dolore, cioè l'assenza di ciò che pur ci appartiene in eterno.
Si soffre cioè perché, nei momenti vissuti in assenza di altri, ci si illude di non essere tutti i momenti del destino.

In attesa che il Bene prenda spicco nella luce del destino di ognuno, è il Bene stesso, quindi anche il suo spiccare a cui siamo destinati, a desiderare già da sempre che i propri mali prendano spicco prima del modo in cui a brillare è il Bene.
Il futuro per lo più gioioso è destinato a spiegare il perché di tutti i mali prevalenti nel passato.

Pur con senso critico, accogliere dolcemente il dolore significa guardarlo in faccia, e ciò vuol dire procedere verso la riduzione dell’intensità del dolore, in corrispondenza della crescita dell’intensità della gioia. Più si desidera voltare le spalle al dolore e più si scende negli Inferi, ossia significa trovarsi in momenti talmente lontani dal brillare dell’Amore, che tali momenti sono più infernali rispetto a quelli in cui si accetta e cioè si ama il dolore (pur criticandolo).

Il «de-stino» è, si può dire, l’eternità – l’«intensificarsi» (de) già da sempre ultimato – dell’essere, cioè dello «stare» (stino). La parola «de-stino» è allora pleonastica, perché è una precisazione di ciò che è già lo «stino» ad esprimere in sé: l’essere è infatti l’eternità stessa, quindi non c’è bisogno di chiedersi se l’essere sia o non sia eterno. Che tutto sia «essere» significa che tutto è «eterno».
Ciò detto, il destino, che tutti noi (io, tu, loro, un fiore, una stella, ecc.) in verità siamo nell’abisso più adombrato della (o rispetto alla) nostra corporeità, lascia in eterno dei segni, delle tracce in ognuno di noi. Decifrare, ap-prendere tali segni, cioè in-segnamenti naturali del destino, vuol dire scorgere se essi sono silenzi o respiri del destino.

Quei segni che sono silenzi, supponendo che un soffio di vento sia un silenzio siffatto, sono segni che, come un soffio di vento, rinviano in modo indiretto a una certa coscienza. Mentre tu, che sei qui vicino a me, sei un respiro del destino, cioè un segno che rinvia in modo diretto a una certa coscienza, la tua, appunto, quella del segno stesso e cioè della tua immagine che lasci all’interno della mia visione del mondo.

Poiché, noi tutti, ci troviamo ancora immersi nel grande oceano dell’illusione di non essere l’eterno Specchio di colori in cui il destino consiste, tutti i segni del destino rimangono ancora per lo più enigmatici e svianti, in attesa che incominci a brillare la lettura esaustiva di ogni silenzio e respiro del destino, dove ogni menzogna vien lasciata indietro nell’eterno passato di ognuno, e dove ognuno esperisce in carne ed ossa l’abbraccio di tutto con tutto, nel Silenzio assoluto le cui parole brillano continuando a indicarlo, ma nel passato.



5 febbraio 2017



lunedì 8 maggio 2017

La morte: differenze tra il mio discorso e quello di Severino



Riportiamo ora un estratto di Silenzi e respiri del destino (pp. 496-497).

Nel discorso di Severino:
1) ogni «morto» vive solo un «istante» prima che si faccia innanzi la tanto attesa «terra che salva» e cioè la stessa «Gloria della terra e della Gioia del Tutto». La morte della «volontà empirica», che si mostra nella terra isolata che in ogni cerchio appare, è l’affacciarsi di un «unico evento» in cui si svela, in una sincronia, l’interezza della «vita» appena morta, subito dopo il quale evento viene oltre-passata definitivamente la totalità infinita delle terre isolate. L’inizio di questo oltrepassamento è, insieme, il «venerdì santo», la «pasqua» e la «terra che salva», è cioè l’inizio della «Gloria della Gioia». Ma prima che sopraggiunga la terra che salva, è necessario che muoiano tutte le volontà empiriche. Quando muore una di esse (quando cioè sta per morire, prima che sopraggiunga quell’«istante») non muore l’altra, cioè muoiono comunque in tempi diversi, perché diverse sono le loro destinazioni, e diverse sono le terre e i cerchi a cui appartengono. Tuttavia, quando una volontà empirica muore, la coscienza del cerchio in cui essa è morta non deve attendere la morte delle altre volontà empiriche, perché ogni morte è su un piano superiore rispetto al piano sul quale si trovano tutte le «vite» destinate a morire, giacché, morendo, si sale su un piano dove anche le altre morti son giunte, ed ecco allora che, dopo appunto l’«istante» di ogni morte, sopraggiunge la tanto attesa Gloria della Gioia;
2) la Gloria è un infinito allargarsi, dispiegarsi verso sempre più ampie prospettive finite di illuminare la luce infinita del Tutto (che in quanto assolutamente infinita rimane «indecifrabile» lungo tutto il cammino all’infinito della Gloria);
3) «ognuno di noi» è destinato, prima dell’avvento della terra che salva, a esperire in modo congruente l’esperienza della terra isolata di «ogni altro»; ed è destinato, con quell’avvento, a esperire, come esperienza della terra isolata di «ogni altro» (e cioè non in modo congruente), l’esperienza della terra isolata di «ogni altro»; ed è destinato, sempre con quell’avvento, a esperire in modo congruente l’esperienza della terra che salva di «ogni altro» – essendo impossibile che, con quell’avvento, venga esperita, come esperienza della terra che salva di «ogni altro», l’esperienza della terra che salva di «ogni altro», perché, se così accadesse, sopraggiungerebbe nel finito l’infinità del Tutto concreto in quanto sfondo infinito e cioè in quanto assolutamente non-sopraggiungente (un sopraggiungere appunto impossibile).
Nel mio discorso, si esprimono invece le seguenti riflessioni.
1) Solo dopo l’ultimo «morto» dell’intera Prima Volta sopraggiunge il Ritorno. Ciò significa che se (un qualsiasi) «tu» (o «io») non sei quest’ultimo destinato a morire, con la «tua» morte non affiora il Ritorno, ma un’altra modalità (che magari consiste in un «altro individuo umano» che ora viene interpretato appunto come «un altro» rispetto a quel «tu») di essere la coscienza infinita in quanto inscritta nella Prima Volta. Il processo delle autentiche «reincarnazioni» («vite precedenti e successive») è lunghissimo, e deve essere esperito tutto (proprio da «te», che credi ancora di essere soltanto «te» e invece sei in verità quello stesso «Io infinito del destino» che in verità sono «io» e che in verità è «ogni altro» nel profondo infinito di ogni singolo essente) affinché si stagli il Ritorno degli eterni della Prima Volta. Inoltre, la «morte» di «ognuno di noi» non è un «istante» bensì la relazione di due istanti che sopraggiungono brillando uno dopo l’altro: il primo istante raccoglie sincronicamente tutto ciò che, nella «vita» appena morta, si manifestava (e si manifesta ancora, in eterno, poiché tutto ciò che appare in modo finito-diveniente appare in eterno) in una diacronia, e il secondo istante anticipa, sempre in una sincronia, gli eventi che dopo tale «morte» costituiranno la «nuova vita», vivendo la quale ci si dimentica di tale morte, della vita precedente e di tutte le eventuali altre vite che precedono quest’ultima.
2) Il viaggio finito dell’infinito, che dalla Prima Volta conduce al Ritorno, è un camminio finito, che cioè si compie (già da sempre nel modo opportuno e cioè finito-diacronico), ossia abbraccia un «ultimo evento». La necessità, poi, che quest’ultimo evento (l’ultimo istante che siamo destinati a vivere nel Ritorno) sia un «perdurare all’infinito» (ovvero una «continuazione all’infinito»), significa che, poiché esso è l’ultimo, non può essere sorpassato da altri eventi né può, come ogni altro evento, cadere nel nulla, giacché esso, incominciando a brillare nel suo compimento, continua, in questo stesso istante (in cui incomincia a brillare, tale «incominciare» non precedendo il «compimento» di ciò che in tal modo incomincia), a brillare (prevalere) all’infinito, non scendendo mai nei labirinti finiti dell’oblio: è l’angolazione più nitida e cioè il modo più congruente e concreto in cui l’«eterno presente» del destino infinito del Tutto si specchia.

3) «Ognuno di noi» non è desti-nato (in un futuro) ad esperire in modo congruente (come vorrebbe Severino) l’esperienza di «ognuno degli altri», perché questo lo sperimentamo già: in modo congruente, in «ognuno di noi» appare già (nonostante non prevalga) l’esperienza di «ognuno degli altri». «Ognuno di noi», in verità, è destinato (in un futuro, cioè nel Ritorno) a brillare come «l’Io infinito del Tutto» che si rende sempre più conto di essere l’esperienza totale degli eventi, l’abbraccio di tutto con tutto. Non è «Fabio» (cioè la «tua vita») in quanto finitezza che, nel Ritorno, si rende conto di tutto ciò, bensì è «Fabio» in quanto identità concreta che unisce i finiti che, nel Ritorno, aumenta sempre di più l’intensità secondo cui si manifesta il Tutto e cioè questa stessa identità concreta. Cioè tale identità concreta, destinata a lampeggiare nel Ritorno, è la stessa per «ognuno di noi», è unica, è una, è appunto l’Uno (che noi siamo anche adesso, tendendo ancora a non accorgercene poiché prevalentemente illusi di essere soltanto un frammento interno all’Uno, quel frammento che ognuno di noi identifica con «la propria vita»).

giovedì 9 marzo 2017

Estratto di "Silenzi e respiri del destino"



Come ripeto spesso, il desiderio più coerente rispetto al destino è quello di attendere ciò che, appunto, è desti-nato ad affiorare nel futuro (e di accettare tutto ciò che è sopraggiunto in passato e che si affaccia in ogni istante del presente). Poiché il destino di tutti gli eventi è già da sempre ultimato, è un’incoerenza sia il desiderio di morire non sapendo quando la morte busserà alla propria porta, sia il desiderio di vivere non sapendo per quanto tempo tale vita potrà prolungarsi.
Se non si conosce il destino, ad esempio, di una certa vita e della sua relativa morte, la coscienza di tale vita è coerente, rispetto al destino che essa non conosce, se desidera rimanere in attesa che, appunto, incominci a brillare il proprio destino futuro, sia quello di una eventuale continuazione di tale vita, sia quello di una possibile morte imminente. Se, nello sguardo del destino, quella morte è imminente, la coscienza di tale vita è incoerente se desidera continuare a vivere ancora a lungo. Oppure, se in quello sguardo si mostra che quella vita è assegnata ad un ampio prolungamento di sé stessa, la coscienza di tale vita, anche qui, è incoerente se desidera morire il prima possibile. Se, invece, la coscienza di quella vita conosce il proprio destino – supponendo che la sua morte sia imminente –, è coerente se non desidera prolungare ulteriormente la propria vita, in attesa di desiderare, da un momento all’altro, la propria morte.
 Vivere significa esser consapevoli che tutte le esperienze sono eterne. Vivere non è sopravvivere. Non si può sopravvivere, e non si può nemmeno «morire» nel senso di un assoluto finire di esistere, cioè di un finire nel nulla. Ci si illude, cioè, di dover e poter sopravvivere, allungando ancora per un po’ la propria effimera vita (quella che si crede, appunto, che sia effimera). Ma la nostra vera vita non è effimera, è un’immensità sempreviva, che mai ha incominciato ad essere, poiché splende sin dall’eternità e per sempre.

[...]

In altre parole, essendo comunque un illudersi la volontà di sopravvivere (poiché la vita non è affatto sopravvivenza), se è destino che una certa vita si concluda in un certo momento, è un’incoerenza desiderare di vivere (non di «sopravvivere») quella certa vita dopo quel momento conclusivo, ed è un’incoerenza anche desiderare che quella certa vita si concluda (nel senso autentico della morte) prima di quello stesso momento. Se si conosce quel destino, è cioè coerente voler vivere fino a quel momento. Se invece non lo si conosce, è coerente restare in attesa di ciò che è comunque destinato a lampeggiare nella luce, ed è quindi coerente non voler vivere ancora per un po’ morire subito (o comunque in momenti successivi diversi da quello assegnato dal destino) – a meno che con «volontà di vivere» non si intenda appunto la volontà di quell’attesa.

martedì 24 gennaio 2017

Un altro estratto di "Silenzi e respiri del destino"



Di notte, un uomo su un grattacielo ma senza luci intorno, quasi completamente al buio. Un uomo impaurito. Ma, lentamente, qualche luce comincia a illuminare la città, e così via fino a quando tutte le luci giungono a brillare. L’ansia di quell’uomo comincia pertanto a diminuire di intensità, e ancor di più quando, finalmente e senza ulteriori indugi, sorge l’alba del giorno nuovo, e poi l’aurora seguente e così via, passando per il mezzogiorno, verso il tramonto, nel modo in cui brillano sempre di più tutte le luci della città. Giunto il tramonto, quell’uomo gioisce dell’Amore più intenso, mai provato prima. Quel tramonto (l’ultimo) è allora ciò che non verrà seguito da alcun altra «sera» e «notte», e pertanto continua a brillare senza fine.

Ecco, questa può essere una metafora adeguata alla necessità che tutte le esperienze che non brillano ancora e quelle che sono ormai un passato si facciano innanzi, tutte, sulle vette della nostra coscienza, fino all’ultimissima vetta, giacendo sulla quale non ci si potrà più muovere, bensì ammirare per sempre, in carne ed ossa, lo spettacolo infinito in cui ognuno di noi consiste sin dall’eternità. E tutto ciò avverrà (e già avviene da sempre in sé) provando la gioia massima e subendo il minimum di dolore.

Estratto di "Silenzi e respiri del destino"



Ma vorrei adesso rispondere a quella che considero la più potente aporia intorno al mio discorso filosofico. Un’aporia che comunque, come vedremo, non riesce a negarlo, e quindi essa è un illudersi di poterlo negare.
L’aporia suona: «Tu, Marco, ci stai dicendo che tutto, l’intero percorso universale è già da sempre e per sempre compiuto, ultimato, proprio nel modo in cui si procede dal più lontano passato dell’Universo intero al più lontano futuro di questo stesso Universo (che noi stessi siamo nel profondo); ma, se così stanno le cose, com’è possibile che, ad esempio, ognuno di noi si trovi ancora in un certo punto di quel percorso e non negli altri?».
Rispondo. Leggendo bene tra le righe, si può comprendere come tale aporia presupponga, errando, che in verità l’intero percorso non stia sempre qui con noi, in luce, e che quindi noi ci si trovi soltanto in un certo punto (o in una certa serie di punti) e non in tutti gli altri. L’aporia sollevata, dunque, si risolve dicendo appunto che non può essere vero, è cioè un’illusione che l’intero percorso non si mostri ovunque qualcosa si mostri, ed è quindi anche un’illusione che ad apparire sia soltanto un certo punto piuttosto che gli altri.
Ma ciò non significa, tuttavia, che lo stare in certi punti e non negli altri non sia necessario, bensì significa che è però impossibile stare, appunto, soltanto in certi punti e non negli altri, appunto perché, se ciò fosse vero, implicherebbe che l’intero percorso non appare mai, cioè implicherebbe, in altre parole, che il destino totale degli eventi (il Tutto), essendo tutti gli eventi, sarebbe tali eventi che però, secondo l’aporia, sono soltanto un tratto, una parte, un punto del percorso intero, giacché il destino totale non sarebbe, appunto, sé stesso, e questo è l’impossibile.

Si deve dire allora che, nel modo futuro in cui a brillare sarà l’intero percorso e cioè la stessa Sincronia di tutti gli eventi, pur continuando a stare via via in certi punti del percorso e non negli altri, ciò che in quel modo futuro prevale non è lo stare in certi punti piuttosto che in altri (fermo restando che anche questo «stare» appare), bensì l’eterno stare, in verità, in tutti i punti del percorso (anche quando sarà l’ultimo punto a brillare nella luce). Ecco, questa è la differenza tra il prevalere attuale dell’illusione e il prevalere futuro della verità.

mercoledì 21 dicembre 2016

«Pioggia» e «lacrime»: decifrare silenzi e respiri del destino



(Di seguito, un estratto di Silenzi e respiri del destino. Con un'ampia autobiografia).

È destino imparare a interpretare correttamente ciò che appare. Quando si dice che la pioggia è un «evento atmosferico», non ci si avvede che questa non è altro che un’interpretazione fittizia, alterata della realtà. Sarebbe come dire che, dal punto di vista di una formica, le lacrime di una donna sono anch’esse un «evento atmosferico». Tuttavia, non si sta dicendo, con questo, che la pioggia sia un insieme di lacrime e che il cielo della Terra stia piangendo, ma rimane aperta la possibilità che sia proprio così, negando invece perentoriamente che la pioggia possa essere un «evento atmosferico».
La pioggia è il destino infinito del Tutto (come ogni altro essente), e quindi è anche il modo in cui il Tutto è in luce, ed è anche quindi un certo modo in cui lo stesso Tutto è in luce, e in un senso ancora più specifico è una traccia che una certa coscienza (non si sa quale) lascia all’interno di ciò che vien chiamato «umanità». Decifrare questa traccia è il nostro compito. Innegabilmente è una traccia (la pioggia) che rimanda a una certa coscienza (come «tu» sei una cert’altra coscienza e lasci la «tua» traccia, un respiro del destino, all’interno della «mia» coscienza, ed io, decifrandola, dico che sei, ad es., «Fabio»), ma scorgere il volto di questa coscienza rimane ancora un problema, perché può anche darsi che la pioggia sia semplicemente una traccia (un silenzio del destino) che rinvia a una coscienza che però non consiste nella «pioggia» stessa (ma in qualcos’altro). Resta fermo, comunque, che la pioggia non è un «evento atmosferico», e resta aperta la possibilità che le sue gocce siano «lacrime» e che quindi, quando piove, qualcuno è triste (nonostante non si sappia ancora chi sia questo «qualcuno»: potrebbe essere l’intero «Pianeta Terra», o una sua parte). (In ogni caso, tutto è coscienza, in modi diversi).


lunedì 23 maggio 2016

Filosofia come Scienza Tecnologica e come coscienza della verità



Al contrario di quanto sostiene Severino, la (parziale) positività della parola pubblica (che cioè intende esplicitamente designare l'autentica verità dell'infinito) e quindi (anche, insieme soprattutto a Hegel) la mia parola (il mio linguaggio in quanto parola) sono un aiuto concreto agli altri strumenti di linguaggio, come ad esempio quello strumento di linguaggio in cui consiste l' "esperimento" tecnico-scientifico. 
La Scienza (= Filosofia) Tecnologica (cioè la Scienza come volontà di testimoniare l'intero della verità e pertanto anche come mia volontà di testimoniarla), avvolta dalla Scienza (= Filosofia) autentica (cioè dalla Scienza in quanto sapienza, coscienza stessa del Tutto, cioè in quanto cosa stessa indicata dal linguaggio in quanto tale), non è un passo indietro o un ostacolo alla meditazione o contemplazione finita o dimostrazione logico-analitico-linguistica del "saggio" (del "filosofo" nel senso tradizionale del termine), bensì è l'insieme di tutti quegli strumenti di linguaggio (tra cui tale dimostrazione e lo stesso esperimento tecnico-scientifico) i quali, con la potenza della parola pubblica, vanno ad esplicare dettagliatamente e con delucidazioni di tipo pleonastico i concreti passi in avanti che con quegli esperimenti (nel campo della Fisica, della Chimica, della Biologia, della Psicologia, ecc.) vengono compiuti dalla stessa volontà di richiamare e indicare il vero. In altre parole, il mio linguaggio è un modo di spiegare con la parola ciò che la Scienza Tecnologica (che include anche questo mio linguaggio) è assegnata a scoprire con altri mezzi, con altri tipi di linguaggio, con gli esperimenti in laboratorio o in altri campi di osservazione, con sofisticati tecnicismi e quindi con eventuali future "macchine del tempo" (per riuscire a sogguardare in altri modi ciò che già col ragionamento e con le parole si riesce a tracciare e denotare).
D'altro canto, non è ancora questo il tempo del prevalere della volontà pubblica di designare la verità innegabile dell'infinito, e infatti anche la mia parola rimane ancora per lo più appiattita e spinta ai margini, rispetto alla centralità delle scienze "ufficiali" (le quali, sebbene siano notevoli i passi innanzi della Fisica Quantistica seppur accompagnati da parole pesantemente inadeguate ad esprimerli e comprenderli fino in fondo, si fondano ancora sulla volontà privata di allontanarsi dalla verità autentica). Quando verrà il tempo del prevalere della volontà pubblica di rivolgersi al vero, quello sarà il momento in cui sia la parola che gli "esperimenti" (e ogni altro tipo di linguaggio della Scienza Tecnologica) cominceranno a prendere spicco, rispettivamente, come vera parola e come veri esperimenti, e cioè come esperimenti e parole pubblici, e pertanto ogni "prova tecnico-scientifica" verrà continuamente adeguata, spiegata e interpretata in relazione all'autentica parola testimoniante il vero.
Tuttavia, resta fermo che ogni volontà di agire e quindi la stessa volontà di testimoniare la verità (con la parola e con ogni altro strumento di linguaggio) si fonda sulla medesima verità indicata (cioè sulla Filosofia o Scienza autentica, ossia non Tecnologica), e non viceversa. Ciò significa che ogni "teoria" (come ad es. il principio di Archimede relativo al galleggiamento di un corpo) fondata su esperimenti tecnico-scientifici o comunque "atti pratici" (o "esperienze personali o di gruppo") che non siano a loro volta adeguati all'autentica parola pubblica fondata sulla verità da essa stessa indicata, ogni "teoria" siffatta non può essere altro che un inganno, un abbaglio, un errore, una concezione sbagliata del reale. Tanto è vero che l'autentica crescita spirituale dell'infinito che in modo finito appare è un'intensificazione sempre maggiore del modo in cui, appunto, è l'infinito stesso a illuminarsi, non semplicemente la volontà di volgere lo sguardo finito verso di esso (il modo in cui tale volontà appare andando infatti diminuendo di intensità, poiché, quando a prevalere sarà l'infinito stesso nella sua compiutezza eterna, ci sarà sempre meno bisogno di testimoniarlo: ci renderemo sempre più conto, difatti, che siamo proprio noi ad essere l'infinito, il bisogno di testimoniarlo essendo prevalentemente in luce quando l'infinito rimane per lo più nell'ombra, nell'inconscio di ogni finito).