sabato 7 luglio 2012

"Del tragico Amore": Glossario





Certi termini (parole, espressioni), al di là delle interpretazioni che ne alterano il significato autenticamente innegabile, si mostrano come semanticamente identici tra di loro. Tale identità semantica (quella, cioè, che unisce i termini indicanti il Tutto) comprende in sé, (anche) distinguendosene, l’identità semantica tra cert’altri termini (indicanti la parte).
La prima identità semantica (la si indichi col simbolo I.S.¹), concretamente intesa, appare nella sua relazione originaria con la seconda (I.S.²), appare, cioè, anche nel suo distinguersi dalla seconda – tale distinguersi essendo la medesima distinzione tra gli essenti (mare, albero, questa mia vita, le altre vite, etc.), che in quanto distinti tra di loro sono certi essenti (ossia parti, differenze, tempi, luoghi, modi). L’unione di tali identità semantiche si oppone a un cert’altro gruppo di termini semanticamente identici tra loro, e cioè quelli che fan riferimento al nulla (I.S.³). (Cfr. in particolare: parte prima, cap. 1° e le Appendici terza e quinta; parte seconda, cap. 1°).


Affermare, dire

L’«affermare» o il «dire» (appartenenti, in quanto figure del linguaggio, all’insieme dei termini di I.S.², e in quanto figure del significato indicato dal linguaggio, all’insieme dei termini di I.S.¹) non consistono semplicemente (cioè soltanto) in modi in cui ci si riferisce all’«indicare» («testimoniare») in quanto distinto dall’«indicato», bensì sono innanzitutto lo stesso significato che viene testimoniato (ossia a cui si riferisce il linguaggio).
L’«affermare» è il «filosofare», ossia il «pensare» cioè l’«essere»: è un affermarsi, un fermarsi eternamente su sé stessi, contrapponendosi al nulla.
(V. Filosofia; Linguaggio; Segno; Significato).


Altro

L’«Altro» è sia l’assolutamente (infinitamente, compiutamente) altro (I.S.³) dalla totalità dell’essere, cioè il nulla, sia l’«altro» relativo (I.S.²) all’Io infinito della struttura concreta dell’essente.
La coscienza infinita della totalità dell’essere è anche, nel suo esser coscienza finita, un esser altro da sé stessa in quanto infinita. Tuttavia, è da capire che tale distinguersi (interno alla coscienza infinita) è lo stesso distinguersi tra le coscienze finite. Infatti, tutto l’«altro» (la «coscienza altrui», gli altri essenti, le altre vite, le altre differenze) che non si pone in un certo «io», si pone (esiste, appare) prima e dopo quel certo «io». (Soltanto la vita dell’Inizio non ha dietro di sé un «prima», e soltanto la vita dell’Ultimo non ha davanti a sé un «dopo»).
(V. Diacronia; Nulla; Numerabilità; Reincarnazione. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 4; S.C.d.I., cap. V).


Amore

L’Amore (I.S.¹) è la relazione, l’unione, il legame infinito e cioè l’uguaglianza assoluta che unisce, in eterno, ogni singolo essente. È la coscienza concreta del Tutto infinito dell’essere, la quale, guardando (= essendo) ogni evento, nel modo tragico in cui nasce e muore, non può che amarlo.
Amare significa, pertanto, essere tutto ciò che si è, anche nei modi in cui è prevalente l’esser parte, cioè il disprezzare sé stessi (il «proprio io» e l’«io altrui»), bramando, desiderando un qualcosa in più (come una situazione di estrema gioia in cui sia assente ogni forma di dolore) che in verità (cioè nell’Amore autentico) non può esistere. Amare vuol dire accettare, «nella buona e nella cattiva sorte», ogni singola esperienza del Tutto.
Dapprima, si ama nel prevalere della contraddizione del dolore e della violenza (ossia nel cammino della Prima Volta), per poi amare accogliendo il Passaggio che conduce al prevalere della verità della quiete e del sincero «volersi bene» (che conduce, cioè, alla via del Ritorno).
(V. Felicità; Volontà. Cfr. Esergo; Prefazione; parte prima, cap. 2°, par. 2; parte seconda, cap. 4°; parte terza, cap. 2°, par. 5; Epilogo; Conclusioni; S.C.d.I., cap. IX, par. 7).





Annunzio

Il senso dell’«annunzio» (I.S.²) prende notevolmente spicco quando, con la morte dell’ultima vita del percorso della Prima Volta, si fa innanzi il Passaggio in cui, appunto, viene annunciato il prossimo e imminente sopraggiungere del Ritorno. (Per il termine «annunzio», cfr. parte seconda, cap. 2°, par. 1).
Il futuro si manifesta, nel sentiero della Prima Volta, come non annunciato, non previsto, e cioè come annunciato nell’ambiguità e impenetrabilità proprie di quel sentiero. Nel Passaggio e in tutto il percorso del Ritorno il futuro si manifesta, invece, come annunciato, ossia come già previsto in tutti i suoi tratti (e comunque differendo, tale previsione, dalla visione futura).
(V. Attesa; Futuro).


Apparire, manifestazione, vedere

L’apparire (manifestazione, svelamento, rivelazione, mostrarsi, vedersi; I.S.¹) è l’essere, cioè questo nostro pensare, questo esser coscienti di tutto ciò di cui si può ed è inevitabile esser coscienti. Quando si usa il termine «apparire» ci si rivolge, nella realtà concreta, a quello stesso cui ci si rivolge quando si usa il termine «essere», a sua volta identico all’«eternità» e cioè, in una sola espressione, alla «struttura concreta della totalità infinita in cui consiste tutto ciò – case, animali, montagne ed ogni istante – che appare anche come un differire dagli altri essenti».
Tutto appare, ed appare in modo processuale, ossia nel modo in cui il Tutto è parzialmente assente (cioè parzialmente presente): il Tutto appare totalmente (e questo «totalmente» non è un «modo», bensì include ossia è anche un «modo») nel modo in cui appare parzialmente (cioè nel modo in cui è parzialmente assente). Il senso autentico di questo «modo» è ciò che consente di negare categoricamente che il Tutto appaia, sub eodem, totalmente e parzialmente.
(V. Autocoscienza; Esperienza; Io. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 3; Appendice terza; S.C.d.I., Indicazioni preliminari…; cap. I, parr. 13-20).


Astratto

L’astratto (I.S.²) è la parte, cioè la volontà di separarsi da ciò – il Tutto concreto – da cui è impossibile separarsi. Questa volontà è dominante nel percorso della Prima Volta, ed è invece in quello del Ritorno, condotto dal Passaggio, che tale volontà perde il suo dominio. (V. Contraddirsi; Individuo umano; Interpretare; Isolamento; Potenza; Volontà).


Attesa

Un’attesa (I.S.¹) si manifesta in ogni essente, fuorché in quell’essente che è la vita dell’Ultimo (in cui appare che ogni attesa è un passato), con la morte della quale non affiora alcun altro atteso. Nella vita dell’Inizio si mostra (cioè la vita dell’Inizio è anche) l’attesa di ogni altra vita; tuttavia, in quell’Inizio – come in ogni altra vita della Prima Volta – l’atteso, che l’attesa attende, si manifesta come non annunciato. A partire dal sopraggiungere del Passaggio che porta al cammino finito del Ritorno, l’attesa è l’annunzio totale dell’atteso. (V. Annunzio; Futuro. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 1).


Autocoscienza, autofondazione

L’autocoscienza (autofondazione; I.S.¹) è la medesima coscienza (fondazione), cioè la coscienza di sé (il «sé» essendo appunto la «coscienza», giacché l’espressione «coscienza di sé» è un pleonasmo della parola «coscienza»), cioè l’esser sé, ovverosia la coscienza infinita della coscienza finita (coscienza infinita di sé in quanto finita: coscienza infinitamente cosciente di sé in modo finito). (V. Apparire; Esperienza; Fondamento; Io. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 1; S.C.d.I., cap. I, par. 20; cap. II, par. 10).


Coincidenza

La coincidenza (I.S.¹) è la cooriginarietà tra il Tutto e la parte, ossia tra le parti. La coincidenza è cioè la relazione, l’identità che è anche un differire.
Quando, nell’«Appendice quarta» della «Parte prima», viene distinta la «coincidenza» dall’«inclusione», precisiamo, qui, che tale distinzione è la stessa distinzione tra la «coincidenza parziale» e la «coincidenza totale», tale distinzione essendo identica alla distinzione tra l’«inclusione (relazione, identità) parziale» e l’«inclusione (relazione, identità) totale».
(V. Identità; Inclusione; Relazione; Sincronia).

Concreto

Il concreto (I.S.¹) è la visibilità dell’Assoluto nel suo esser eterno mediante l’invisibile – quest’ultima parola («invisibile») essendo semanticamente identica alle espressioni «invisibilità finita» e «visibilità finita».
Noi siamo il concreto, cioè siamo anche l’astrattezza in cui consistono i tratti della struttura concreta dell’infinito.


Contenuto

Il contenuto (I.S.²) è ciò che la forma include, e poiché quest’ultima include sé stessa come contenuto, il contenuto è la medesima forma astratta (finita, parziale, temporale). Il contenuto è cioè la parte stessa, la quale è appunto contenuta da (o in) sé medesima nel suo esser la totalità. (V. Fondato).


Contraddirsi, illudersi, errare

Contraddirsi (illudersi, errare; I.S.²) significa non accorgersi di essere il Tutto infinito dell’essente eterno, e cioè illudersi di esser soltanto un finito (una parte, un tempo, un luogo).
In quanto il contraddittorio (l’illusorio, l’erroneo), in cui il contraddirsi crede, viene concepito (dal contraddirsi stesso) come indipendente dall’illudersi che esso si mostri – concepito, cioè, come separato innanzitutto dall’infinito –, il contraddittorio (ad es. l’affermazione: «Tutto è niente») è il nulla stesso. In quanto il contraddittorio è concepito, invece, come legato al contraddirsi che crede nella sua esistenza (cioè nell’esistenza del contraddittorio), il contraddittorio è identico al contraddirsi. Cioè la differenza è tra il contraddirsi ossia il contraddittorio, in quanto essente, e il contraddirsi ossia il contraddittorio, in quanto non-essente.
Il contraddirsi è il distinguersi tra la totalità infinita e le sue parti finite, cioè tra queste parti: è la parte stessa (ossia il tempo, il luogo): è l’assenza (parziale, processuale) di ciò che pur appartiene a ciò rispetto a cui si costituisce l’assenza (le parti mancanti provocando pertanto il dolore, identico al contraddirsi).
(V. Astratto; Individuo umano; Interpretare; Isolamento; Potenza; Volontà. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 5; parte terza, cap. 1°, par. 2; cap. 2°, par. 1; S.C.d.I., cap. II; cap. VII, par. 6; cap. IX).


Cosa, qualcosa

La cosa (il qualcosa; I.S.¹) è tutto ciò che è essente: è la totalità infinita che appare eternamente nel modo i cui certe cose si distinguono da certe altre.
È l’apparire eterno dell’Uno (cioè della Cosa) che include sé stesso come una pluralità limitata di «certe cose» (ossia di differenti e finite modalità attraverso le quali il Tutto è sé stesso opponendosi al nulla). (V. Essente; Essere. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 3; Appendice terza; S.C.d.I., Indicazioni preliminari…; cap. I, parr. 6-9).





Decifrazione, lettura

La decifrazione (la lettura; I.S.²) è decifrazione dei segni (tracce) che gli essenti lasciano, in eterno, negli altri essenti.
Nella strada del prevalere del finito, i segni rimangono indecifrati (e interpretati cioè alterati). Già col sopraggiungere dell’eterno Passaggio, invece, i segni, che gli altri essenti lasciano nel Passaggio, sono decifrati; ed anche tutti gli altri segni appartenenti alla via del Ritorno appaiono nella loro lettura esauriente.
(V. Linguaggio; Segno. Cfr. parte seconda, capp. 3° e 4°; parte terza, cap. 2°, par. 3).


Diacronia

La diacronia (I.S.²) è lo stesso «modo» in cui l’eterno è eterno: il Tutto infinito appare in sé stesso (è sé stesso) nel modo diacronico in cui dalla vita dell’Inizio si procede verso quella dell’Ultimo.
Nei «passaggi», che affiorano con la morte di ogni vita (tranne che con la morte della vita eterna dell’Ultimo, dopo il quale non sopraggiunge alcun altro essente), appare in modo sincronico ciò che in quelle vite appare in modo diacronico.
(V. Divenire; Modo; Morte; Passaggi. Cfr. parte prima, cap. 2°, par. 3; parte seconda, cap. 3°; S.C.d.I., cap. V, par. 12).




Differenza, distinzione

Il differire (il distinguersi; I.S.²) è il differire dell’infinita identità dell’essere. Le differenze («la mia vita», «la tua vita» ed ogni altro essente) consistono nei medesimi essenti che strutturano eternamente l’identità totale.
L’autentica «differenza ontologica» (cfr. S.C.d.I., cap. III, par. 1) è, appunto, la «differenza», semanticamente identica alle espressioni «differenza tra l’identità e la differenza» e «differenza tra le differenze (cioè tra le identità)».
(V. Altro; Individuazione; Modo; Parte. Cfr. parte prima, cap. 1°; cap. 2°, par. 1; Appendici terza e quinta; parte seconda, cap. 1°; cap. 2°, par. 1; cap. 4°, par. 3; S.C.d.I., Indicazioni preliminari…; cap. I, par. 3; cap. III, parr. 2, 9; cap. V, parr. 5, 14; cap. IX).


Dimenticanza

Il dimenticare (I.S.²) è la dimenticanza del passato: ciò che passa può essere dimenticato, solo in quanto l’essente che passa è passato, e non in quanto è presente (cfr. parte seconda, cap. 4°, par. 6).
Nel cammino della Prima Volta, il passato appare come dimenticato; a cominciare dal Passaggio che conduce alla via del Ritorno, invece, la dimenticanza viene lasciata alle spalle, poiché, con quel cominciamento, il passato si manifesta come totalmente ricordato.
(V. Passato; Ricordare. Cfr. parte seconda, cap. 2°, par. 1; cap. 3°; parte terza, cap. 1°, par. 1).


Divenire, tempo, movimento

Il divenire (tempo, movimento; I.S.²) è la modalità secondo la quale il Tutto eterno è sé stesso opponendosi al nulla.
Il «divenire» è, innanzitutto, un «venire-dal» Tutto, nel senso che questo «venire-dal» è un dimorare già eternamente, da parte del diveniente, in sé stesso nel suo essere la totalità immutabile (non diveniente): l’essente diveniente non è un «venire», nel senso che non viene dal nulla, ed è un «venire», nel senso che viene cioè dimora già da sempre all'interno di sé in quanto Tutto infinito (cioè in quanto non incominciante e non cessante nel nulla).
Il divenire è il tempo, ossia la parte: le parti sono i tempi (momenti, istanti). I tempi, i movimenti sono già da sempre uguali a sé, strutturati eternamente in sé stessi in quanto relazione immediata e assoluta che unisce le parti (le differenze), cioè i tempi, cioè i movimenti.
Il movimento incomincia (sorge, affiora), ossia è costituito da un primo passo, e finisce (si compie, si conclude), ossia è costituito da un ultimo passo; ma è il Tutto immutabile che, non incominciando e non finendo nel nulla, incomincia e finisce, cioè si muove (in eterno).
(V. Diacronia; Evento; Finire; Incominciare; Modo; Percorso. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 3; parte seconda, cap. 1°; S.C.d.I., cap. II, par. 18; cap. III).


Dolore, sofferenza

Il dolore (la sofferenza; I.S.²) è la medesima presenza parziale del Tutto (il quale è presente totalmente nel modo in cui è parzialmente presente), immedesimata all’assenza (anch’essa parziale).
Il dolore è la contraddizione delle differenze finite (contenute in sé medesime in quanto uguaglianza assoluta dell’Intero), perché lo si accetta parzialmente cioè lo si rifiuta parzialmente.
Soffriamo, in quanto parti, per l’assenza di ciò che, in quanto siamo il Tutto, è già da sempre e per sempre presente. Se la presenza assoluta del Tutto infinito fosse tale indipendentemente dal modo parziale (processuale, astratto) in cui esso appare, allora esisterebbe l’impossibile, ossia una felicità senza alcun dolore. Siamo destinati a patire il dolore all’interno di noi stessi in quanto Tutto gioioso dell’Amore, un Amore che appare in eterno proprio nel modo in cui esso è destinato a lasciarsi per sempre alle spalle il prevalere del dolore (cioè l’eterno percorso limitato della Prima Volta).
(V. Tragicità. Cfr. parte prima, cap. 2°, par. 2; cap. 3°; cap. 4°, parr. 2-4; parte terza, cap. 2°, par. 5; S.C.d.I., cap. IX, par. 12).


Esperienza

L’esperienza (I.S.¹) è l’apparire cioè l’eternità dell’essere. Non esiste pertanto differenza semantica tra l’«esperienza» («fenomenologia») e la «logica» (cfr. S.C.d.I., cap. I, parr. 18, 24).
Si è preferito differenziare, ne La struttura concreta dell’infinito e in quest’opera, l’«esperienza» dall’«empirico», intendendo con quest’ultima parola il «trasceso», ovverosia il cangiante (il diveniente).
(V. Apparire; Autocoscienza).
Essente

L’essente (I.S.¹) è la manifestazione dell’eterno esser sé del Tutto concreto. È la vita infinita che contiene un numero limitato di vite diverse, ossia di certi essenti (parti, tempi, luoghi). (V. Cosa; Essere. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 3; Appendice terza; S.C.d.I., Indicazioni preliminari…; cap. I, parr. 6-9, 22-24).


Essenza

L’essenza (I.S.¹) è la «sintassi» (la «persintassi»: cfr. parte prima, Appendice terza; S.C.d.I., cap. VI, par. 3; cap. IX, parr. 9-10) ovvero la forma concreta dell’infinito: è l’uguaglianza che lega in eterno tutte le sue differenze, individuazioni.
Ognuno di noi è l’essenza eterna che dal cammino della Prima Volta procede verso quello del Ritorno; e tutto ciò accade nell’immutabilità del Tutto concreto, cioè della stessa essenza (accade cioè in eterno, non venendo e non andando nel nulla).
(V. Fondamento; Forma; Identità; Io; Struttura).


Essere, esistere, esser sé

L’essere (esistere, esser sé; I.S.¹) è ciò che da sempre ed eternamente si contrappone al niente: è l’apparire infinito del Tutto concreto dell’essente, includente sé stesso come un certo essere.
Quando si dice che «l’essente esiste», l’«essente» è semanticamente identico al suo «esistere». Sono semanticamente uguali anche le espressioni «l’essente esiste», «l’essente è eterno», «l’essente appare», «l’essente si contrappone al nulla», «l’essente è la struttura concreta dell’Uno indivisibile».
(V. Cosa; Essente; Significato; Vita. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 3; Appendice terza; S.C.d.I., Indicazioni preliminari…; cap. I, parr. 1, 6-20; cap. VII, parr. 6, 8).


Eternità, immutabilità

L’eternità (immutabilità; I.S.¹) è l’essente stesso, che si illumina nella sua compiutezza concreta. Che qualcosa sia eterno non significa che esso non si muova, bensì vuol dire che tutto l’essente si muove in eterno, ossia contrapponendosi al nulla, cioè non emergendo e non rientrando nel nulla. (V. Infinito; Necessità. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 3; Appendice terza; parte seconda, cap. 1°, par. 3; S.C.d.I., Indicazioni preliminari…; cap. II, parr. 9-16; cap. VII, parr. 6, 8).


Evento, accadimento

L’evento (accadimento; I.S.²) è il medesimo affiorante che, dopo un certo periodo di permanenza, si dilegua. Concretamente distinto dal Tutto infinito dell’essere, l’evento è il tempo stesso, la parte. La coscienza infinita dell’eterno procede dal primo evento verso l’ultimo (dall’eterna vita dell’Inizio a quella altrettanto eterna dell’Ultimo). (V. Divenire; Finire; Incominciare. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 4; S.C.d.I., cap. IV; cap. V, par. 5).

Felicità

La felicità (I.S.¹) è l’essere: essere felici significa essere ciò che si è necessariamente (essendo tutto necessario). È lo stesso Amore infinito del Tutto.
La ricerca di una felicità mai ultimata in cui venga a mancare la totalità del dolore è una ricerca vana, che non potrà mai trovare quello che cerca. La felicità autentica è qui, e in ogni istante della totalità delle vite. Tuttavia, tale felicità autentica è ancora dominata dalle terrificanti esperienze del percorso della Prima Volta, piene di angosce, rimorsi, disperazioni, prostrazioni. Con lo stagliarsi del Passaggio che conduce al percorso del Ritorno, la felicità comincia ad elevarsi e a patire in modo sempre meno intenso il dolore che pur appare.
(V. Amore. Cfr. Prefazione; parte seconda, cap. 4°, par. 4; parte terza, cap. 2°, par. 5; S.C.d.I., cap. IX, par. 12).


Filosofia

La filosofia (I.S.¹) non è soltanto un linguaggio (e in quanto linguaggio, essa appartiene a I.S.²), bensì è la cosa stessa che il linguaggio indica. La filosofia è cioè il pensiero, l’essere. E in quanto linguaggio, essa è il linguaggio per eccellenza, che giace al fondamento di sé medesima in quanto linguaggio «scientifico», «politico», «poetico», «artistico», etc. Qualsiasi cosa si affermi, lo si fa filosofando. (V. Affermare; Linguaggio; Logica. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 2; Appendici seconda e quinta; S.C.d.I., Introduzione; cap. VI, par. 5).


Finire, cessare, togliersi, dileguarsi

Il finire (cessare, togliersi, dileguarsi; I.S.²) di qualcosa è il completarsi di ciò che, essendo affiorato, non può che procedere verso la propria fine (eterna, come ogni movimento).
Ciò che finisce, non finendo nel nulla, rimane in sé stesso, e continua a farsi avanti come un passato (eterno). Soltanto la fine della vita dell’Ultimo non conduce tale vita ad una continuazione di sé in quanto affiorante.
(V. Divenire; Incominciare; Morte; Parte. Cfr. S.C.d.I., cap. III; cap. V, par. 13).


Finito

Il finito (I.S.²) è tutto ciò che appare nel suo esser parte del Tutto infinito dell’essente eterno. Tutti gli essenti sono essenti finiti (astratti), all’interno della struttura infinita di questi stessi essenti (infiniti, cioè eterni).
La finitezza è il distinguersi tra i tempi cioè il loro esser limitati da sé stessi in quanto a-temporalità del senza limite (cioè del Tutto infinito): la finitezza è la modalità attraverso la quale l’infinito è infinito.
(V. Modo. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 4; Appendice terza; S.C.d.I., cap. IX).


Fondamento

Il fondamento (I.S.¹) è tutto, ogni essente. Il perché, la causa, il motivo per cui esiste qualcosa e non il nulla è lo stesso qualcosa che, stabilmente, si contrappone al nulla. Tale «motivo», cioè, non può essere diverso da ciò che si fonda su di esso (a meno che non ci si rivolga al «fondato», il quale è appunto diverso da sé stesso in quanto fondamento), proprio perché, se così fosse, anche questo «motivo» sarebbe qualcosa – giacché, se esistesse tale diversità, quel «motivo» verrebbe rinviato in indefinitum (essendo d’altronde impossibile che il fondamento dell’essere sia il nulla: il nulla non fonda alcunché).
Il fondamento fonda (= è) sé stesso; che esso fondi sé stesso significa che fonda anche il «fondato»: fonda sé stesso come fondato.
(V. Autocoscienza; Essenza; Inclusione; Originario; Sfondo. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 1; Appendici terza e quinta; parte seconda, cap. 4°, parr. 1-3; S.C.d.I., cap. II, par. 10; cap. VI, par. 4).


Fondato

Il fondato (I.S.²) è la parte, cioè il modo in cui il fondamento fonda sé stesso opponendosi al nulla. Il fondato è fondato eternamente da sé stesso in quanto fondamento che fonda sé medesimo e cioè, appunto, anche il fondato. I «fondati» (i «derivati», gli «effetti», le «conseguenze») sono i tempi, già da sempre incisi nella struttura del fondamento infinito. (V. Contenuto; Differenza; Parte. Cfr. ibid.).


Forma

La forma (I.S.¹) è l’infinito. Se la forma è intesa astrattamente, allora essa è identica al «contenuto», incluso nella forma autentica e infinita dell’essere. (V. Essenza; Fondamento; Identità; Io; Struttura. Cfr. S.C.d.I., cap. V, par. 1-3; cap. IX, parr. 1-3).


Futuro, atteso

Il «futuro» (l’atteso; I.S.²) è semanticamente identico alle «parti (tempi, luoghi, differenze) future». Il futuro, come il passato ed ogni presente, è già da sempre manifesto in sé stesso in quanto oltrepassamento concreto di ogni tempo, nel modo in cui si procede dalla vita dell’Inizio, che «ha» ma non «è» un futuro, alla vita dell’Ultimo, che «è» il futuro di ogni altro evento senza «avere» alcun futuro.
Ciò che sopraggiungerà domani esiste eternamente proprio nel modo in cui esso, rispetto a questo presente, è atteso ed è assegnato a manifestare, come un passato, questo suo esser atteso, e destinato, ancora, a passare esso stesso (a meno che non si tratti della vita dell’Ultimo).
(V. Annunzio; Attesa; Parte. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 1).


Identità, uguaglianza

L’identità (uguaglianza; I.S.¹) è l’apparire dell’eternità dell’Io concreto del Tutto: è la relazione tra ogni essente.
L’identità del Tutto indivisibile include un numero finito di differenze; ché, se tale numero fosse infinito, l’identità non esisterebbe, e quindi non esisterebbero neppure le differenze.
Essere identico a sé significa essere eternamente opposto al niente, nel modo in cui l’identità concreta nasce e muore.
(V. Essenza; Forma; Io; Struttura; Uno; Volontà. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 3; Appendice terza; S.C.d.I., cap. III, par. 10).


Inclusione

L’inclusione (I.S.¹) è l’includente che include sé stesso come incluso (non è cioè l’incluso ad includere sé stesso come includente: l’incluso è incluso in sé stesso in quanto includente). Pertanto, l’includente è anche l’incluso, questo ultimo non essendo altro che la parte, il tempo. L’includente è la trascendenza concreta di sé stesso in quanto finitezza trascesa cioè inclusa. L’includente è il Tutto stesso che unisce eternamente ogni sua parte.
La differenza tra l’includente e l’incluso è la stessa differenza tra gli inclusi, cioè tra gli includenti (in quanto appunto inclusi). L’includente è la relazione tra gli inclusi, identica alla relazione tra l’incluso e l’includente e alla relazione tra l’includente e l’incluso. (Si deve fare in modo che il linguaggio non crei confusioni semantiche).
(V. Fondamento; Forma; Oltrepassamento; Relazione. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 1; Appendici terza, quarta e quinta; S.C.d.I., Indicazioni preliminari…; cap. I, par. 22; cap. II, par. 10; cap. III, par. 12; cap. V, par. 4; cap. VI, par. 4).




Incominciare, affiorare, nascere, aggiungersi

L’incominciare (affiorare, nascere, aggiungersi; I.S.²) di un essente è il suo affiorare non aggiungendosi dal nulla. Il Tutto concreto incomincia e finisce in eterno: l’incominciante appare, ossia è eterno, cioè si trova già eternamente all’interno di sé nel suo apparire come non-incominciante e non-cessante, ossia in quanto Tutto indivisibile. (V. Divenire; Evento; Finire. Cfr. parte prima, cap. 2°, par. 3; parte seconda, cap. 3°; S.C.d.I., cap. II, parr. 17-18; capp. III-IV; cap. V, par. 6).


Individuazione, specificazione

L’individuazione (specificazione; I.S.²) è il particolarizzarsi, temporalizzarsi dell’essenza concreta e trascendentale del Tutto eterno dell’essente. Ogni essente è l’individuazione di sé stesso nel suo esser l’essenza che così si individua. (V. Divenire; Evento; Individuo umano; Parte. Cfr. parte prima, Appendice quinta; parte seconda, cap. 2°, par. 3).


Individuo umano

Se l’«individuo umano» è inteso come un prodotto emerso dal nulla (magari per «volontà di Dio»), allora l’«individuo umano» (I.S.³) non esiste. Se esso viene inteso, invece, come l’illudersi che sia un tale prodotto, allora l’«individuo umano» (I.S.²) è la stessa «individuazione», inclusa in sé stessa in quanto essenza infinita (cioè in quanto «popolo», inteso appunto come la totalità delle coscienze). (V. Altro; Astratto; Contraddirsi; Individuazione; Interpretare; Isolamento; Potenza; Volontà. Cfr. parte prima, Appendice seconda; parte seconda, cap. 2°, par. 3; cap. 3°, parr. 2-4, 6; S.C.d.I., cap. VI, par. 2; cap. IX, parr. 11-12).


Indivisibilità, non-numerabilità

L’indivisibilità (non-numerabilità; I.S.¹) è l’unione eterna, l’uguaglianza che è tale nel modo in cui l’indivisibile è divisibile in un numero finito di elementi. (V. Identità; Infinito; Io; Totalità; Uno. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 4; Appendice quinta; parte seconda, cap. 2°, parr. 3-4; S.C.d.I., Indicazioni preliminari…; cap. II, par. 8; capp. IV-V; cap. VII, parr. 5, 7).


Infinito

L’infinito (I.S.¹) è ciò che, non essendo limitato da alcunché, è la totalità dell’essere.
Noi siamo già da sempre ed eternamente l’infinito, lo siamo cioè originariamente, immediatamente, anapoditticamente. Esso è, in effetti, ciò per cui appare tutto ciò che appare, e quindi non può non apparire: appare come il fondamento assoluto di ogni cosa, un fondamento contenente sé stesso come finitezza fondata. Questa foglia è l’infinito, e cioè è anche un finito: non esiste cosa che non sia l’infinito, ossia non esiste cosa che non sia anche un finito.
(V. Eternità; Indivisibilità; Totalità; Uno. Cfr. parte prima, cap. 1°, parr. 3-5; Appendice terza; S.C.d.I., Introduzione; Indicazioni preliminari…; cap. IV, parr. 4-5; cap. V, par. 10; cap. IX).


Inizio

L’Inizio (I.S.²) è la vita che, per prima, affiora stando eternamente in sé stessa in quanto vita infinita del Tutto concreto.
L’Inizio è il passato più lontano di tutto quel che sopraggiunge al suo seguito. Il buio profondo di tale Inizio è la caratteristica del «cominciamento». L’Inizio è, cioè, un «avvertire» di essere molto di più di quell’ombra immane.
(Cfr. parte seconda, cap. 3°, par. 1).


Io, coscienza

L’Io (la coscienza; I.S.¹) è l’anima, lo spirito che consiste negli stessi essenti (mare, albero, etc.) di cui si mostra anche il loro esser «materia» («corporeità») di tale spirito.
La coscienza (l’Io) è il Tutto stesso nella sua concreta infinità: è l’essere, contrapposto già da sempre e definitivamente al nulla.
(V. Autocoscienza; Identità; Volontà. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 4; parte terza, cap. 1°, par. 2; S.C.d.I., cap. I, par. 20; cap. II, par. 7; cap. IV, par. 5; cap. V, parr. 1, 8).


Intensità

L’intensità (I.S.²) è il prevalere e non prevalere attraverso i quali si costituisce, dapprima (in eterno), il prevalere della contraddizione del finito e il non prevalere dell’infinito, e poi (sempre in eterno), il prevalere dell’infinito e il non prevalere del finito.
L’intensità minima è sia quella del dolore, la quale si manifesta nell’eterna vita dell’Ultimo, sia quella dell’Amore, la quale appare nella vita dell’Inizio. E l’intensità massima è, anche qui, sia quella del dolore, la quale appare nella vita dell’Inizio, sia quella dell’Amore, la quale appare nella vita dell’Ultimo.
(V. Prevalere. Cfr. parte seconda, cap. 3°, par. 5).


Interpretare

Interpretare (I.S.²) vuol dire voler alterare l’essente che innegabilmente si manifesta, apponendo, a tale essente, configurazioni estranee ed ulteriori rispetto a ciò che esso in verità è.
Ogni parte è l’interpretazione della totalità, cioè anche della parte stessa. Quando vogliamo che qualcosa sia «costruito» dal nulla (mediante le «capacità umane»), vogliamo l’assurdo (l’inattuabile, il contraddittorio, l’impossibile): tale qualcosa, inteso come incominciante dal nulla, è il nulla stesso (cioè non può esistere che qualcosa sopraggiunga dal nulla), e tuttavia quel qualcosa, in quanto si pone, è la stessa interpretazione che lo vuole, la quale si manifesta all’interno di sé in quanto non-interpretazione del Tutto infinito.
(V. Astratto; Contraddirsi; Isolamento; Potenza; Volontà. Cfr. parte prima, Appendice seconda; S.C.d.I., cap. II, par. 19; cap. VI, parr. 1-3).


Isolamento, separazione

L’isolamento (la separazione; I.S.²) è il niente, non esiste cioè la capacità di isolare qualcosa: esiste la volontà di isolare. In questo senso, l’isolamento esiste, cioè nel senso che è la volontà di isolare ciò che non può essere isolato.
L’isolamento tra le parti è impossibile, è impossibile cioè la separazione tra l’infinito e il finito. La volontà isolante è la parte stessa che, appunto, vuole isolarsi dal Tutto (cioè da sé stessa in quanto Tutto).
(V. Astratto; Contraddirsi; Interpretare; Nulla; Potenza; Volontà. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 5; parte terza, cap. 1°, par. 2; cap. 2°, par. 1; S.C.d.I., cap. IX).


Linguaggio

Il linguaggio (I.S.²) è il segno, l’indicazione che si rivolge alla verità semantica della sintassi infinita dell’essere. Il linguaggio «ha senso» solo in quanto è, innanzitutto, il senso (significato) da esso designato. Tutti gli equivoci provocati dal linguaggio scaturiscono dal mancato rilevamento dell’identità tra il linguaggio e ciò che esso designa. (V. Decifrazione; Filosofia; Logica; Segno. Cfr. parte prima, cap. 1°, parr. 2-3; Appendici seconda, terza e quinta; parte seconda, cap. 1°; S.C.d.I., Introduzione, Indicazioni preliminari…; cap. I, par. 24; cap. VI).


Logica

La logica (I.S.¹) è la stessa totalità dell’essente (l’autentica «filosofia»), includente sé medesima come l’autentico «linguaggio filosofico», contenente a sua volta sé stesso come «logica linguistica», «logica matematica», etc.
La logica autentica è, ad esempio, questo stesso telefono (ciò che chiamiamo «telefono») che si contrappone, in quanto Tutto concreto, al nulla assoluto, e che si distingue, in quanto parte astratta (temporale), dalle altre parti ossia dal Tutto che esso in verità è. La parola «logica» è semanticamente identica alla parola «esperienza».
(V. Filosofia; Necessità; Verità. Cfr. parte prima, Appendice quinta; S.C.d.I., cap. I, parr. 18, 24).


Luogo

Il luogo (I.S.²) è il tempo, la parte, il differire, il modo in cui l’infinito include eternamente ogni luogo. (V. Parte. Cfr. S.C.d.I., cap. II, par. 18).


Male

Il male (I.S.²) appartiene a tutti noi, ad ogni essente. L’autentico male è la volontà di dominio, di esser signori e padroni delle cose, di essere potenti escludendo il pensiero altrui. (Precisiamo che il «dominio» che, in questo caso, la volontà vuole, non è lo stesso di quello che appare quando parliamo di «dominio della contraddizione del dolore finito» o «dominio della verità dell’infinito»).
Il male è l’illudersi (il credere) di poter squartare per sempre qualcosa sospingendolo nel nulla. Tutto è eterno, anche la tremenda volontà di disfarsi di sé o di «qualcun altro». A cominciare dal Passaggio, il prevalere del male si mostra come un passato; il «bene» (I.S.¹) autentico può così dispiegare il suo apparire trionfante in ogni coscienza.
(V. Dolore; Tragicità).


Modo

Il «modo» (I.S.²) è la medesima finitezza, astrattezza, temporalità in cui consiste ogni essente nel suo esser parte. L’apparire concreto del Tutto vede eternamente sé stesso in un certo numero di modi, e tale numerabilità modale è la stessa individualità cangiante inclusa nella totalità infinita. (V. Individuazione. Cfr. parte prima, cap. 2°, par. 2; parte seconda, cap. 2°, parr. 3-4; cap. 4°, par. 4; parte terza, cap. 2°, par. 3).


Morte

La parola «morte» (I.S.²) può essere concepita in due modi: come lo stesso processo del nascere e morire, e come questo morire.
La totalità infinita dell’essere è sé stessa, in eterno, nel modo in cui nasce e muore. Ogni morte (tranne quella della vita dell’Ultimo) è l’affiorare di un «passaggio», in cui si mostra una diacronia tra due sincronie: tra la sincronia delle configurazioni della vita che è appena morta, e la sincronia delle configurazioni della vita che è in procinto di nascere. Ciò che in tali vite si manifesta in modo diacronico appare, nel passaggio – che si affaccia con la loro morte – in modo sincronico.
In ogni caso (tranne quello dell’Ultimo), quando si muore si approda ad un passaggio in cui si mostra, prima, l’insieme delle fasi della vita che è appena morta, e poi, l’insieme delle configurazioni della vita che è pronta a sopraggiungere.
Nel percorso della Prima Volta, ci si dimentica via via delle vite vissute in passato, e non si riesce a prevedere le vite destinate ad essere vissute nel futuro. Il passaggio è, comunque, come una «boccata d’ossigeno» (cfr. parte seconda, cap. 3°, par. 3).
Con l’affacciarsi del Passaggio che conduce sulla via del Ritorno, le vite del futuro appaiono come già annunciate, e le vite passate continuano ad essere totalmente ricordate.
(V. Finire. Cfr. parte prima, cap. 2°, par. 3; Appendice terza; parte seconda, cap. 2°, parr. 1-2; cap. 3°; parte terza, cap. 2°; S.C.d.I., cap. V, par. 8).


Necessità, inevitabilità

La «necessità» (inevitabilità; I.S.¹) è semanticamente identica all’«eternità», e quindi all’«apparire», all’«essere», al «Tutto infinito». La necessità è il destino dell’essere, è la necessità di esser ciò che si è. E ciò significa, propriamente, che siamo noi stessi (ogni essente) ad aver già da sempre e per sempre deciso di essere tutto ciò che siamo, e che lo siamo in modo processuale, temporale. (V. Eternità; Verità. Cfr. S.C.d.I., cap. II, par. 16).


Non-apparire, nascondimento, assenza

Il non-apparire (il nascondimento, l’assenza; I.S.²) è l’apparire parziale in cui consiste il modo in cui l’apparire è la luce che illumina eternamente tutto l’essere, che illumina cioè la totalità di sé stessa.
Il non-apparire è lo stesso «nulla come (parzialmente) affermato» (cfr. parte prima, cap. 1°, par. 5; Appendice terza; S.C.d.I., cap. II), il quale rinvia al nulla assoluto (e, in tal caso, il non-apparire, essendo il non-essere, è lo stesso nulla; I.S.³).
(Cfr. parte prima, Appendice terza; S.C.d.I., Indicazioni preliminari…; cap. II; cap. V, par. 3; cap. IX).


Numerabilità, divisibilità, molteplicità

La numerabilità (la divisibilità, la molteplicità; I.S.²) del Tutto infinito è la necessità del distinguersi tra gli essenti. Una molteplicità che non sia numerabile è una molteplicità che non può essere tale, poiché i «molti», i «distinti», per essere tali, richiedono la loro numerazione, e cioè sono gli stessi «numeri».
La molteplicità numerabile è propria dell’Uno non-numerabile, il quale è non-numerabile (indivisibile) non nel senso che esso sia un numero infinito di differenze (essendo infatti impossibile una tale infinità di numeri), bensì nel senso che l’Uno non è ulteriormente divisibile, al di là, cioè, della divisibilità che in esso si mostra: la non-numerabilità (infinita) è l’identità che contiene sé stessa come differenza, cioè come numerabilità (finita).
(V. Altro; Differenza; Parte. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 4; cap. 2°, par. 5; Appendice quinta; parte seconda, cap. 2°, parr. 3-4; S.C.d.I., Indicazioni preliminari…; cap. II, par. 8; capp. IV-V; cap. VII, parr. 5, 7; cap. IX, par. 9).

Nulla, non-essere

Il nulla (il non-essere; I.S.³) è il negativo, ovverosia il non-qualcosa, eternamente contrapposto alla totalità degli essenti. Tuttavia, il nulla, che è totalmente negato dall’essere, è anche parzialmente negato, cioè parzialmente affermato. Infatti, se il nulla non fosse così parzialmente affermato, non si potrebbe appunto affermare che l’essere non è il nulla. (V. Opposizione. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 5; S.C.d.I., cap. II).


Oltrepassamento

La parola «oltrepassamento» acquista, ne La struttura concreta dell’infinito e nel Tragico Amore, un duplice significato: il primo è quello dell’oltrepassamento concreto (I.S.¹) in cui consiste la totalità eterna dell’infinito; il secondo è invece quello dell’oltrepassamento astratto (I.S.²), in base al quale si dice che ogni diveniente oltrepassa parzialmente sé stesso (all’interno dell’oltrepassamento concreto di ogni diveniente).
Da questo secondo significato di quella parola, scaturisce anche l’affermazione necessaria che certi essenti eterni passano-oltre (oltre-passano) certi altri essenti eterni.
Quando si affaccia la vita dell’Ultimo, questa vita e la sua morte appaiono già all’interno di sé stesse in quanto oltrepassamento concreto del loro divenire; e cioè esse sono anche l’oltrepassamento astratto di sé stesse. Quando quella morte viene ad aggiungersi, non c’è alcun bisogno, quindi, che la vita dell’Ultimo venga lasciata alle spalle e sia oltrepassata da altri essenti.
(V. Inclusione; Passato. Cfr. parte seconda, cap. 3°, par. 5; parte terza, cap. 1°, par. 1; S.C.d.I., cap. II, parr. 5, 10; cap. IV; cap. V, parr. 2, 3, 5, 7; cap. VI, par. 4).


Opposizione, contrapposizione

L’opposizione (contrapposizione) è la distanza infinita tra la totalità dell’essere e il nulla. In quanto l’opposizione è opposizione al nulla, essa (I.S.¹) è l’essere stesso; in quanto, invece, è opposizione all’essere, essa (I.S.³) è il nulla. (V. Cosa; Essente; Essere; Nulla. Cfr. parte prima, Appendice seconda; S.C.d.I., cap. II, parr. 1-4).


Originario, immediato

L’originario (l’immediato; I.S.¹) è ciò che si manifesta sempre e ovunque, in ogni tempo: è l’infinito, anapoditticamente in luce come fondamento di ogni alba e tramonto. (V. Presente; Trascendentale. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 4; S.C.d.I., Introduzione; cap. II, par. 12; cap. IV, par. 5; cap. IX, parr. 3, 6).


Parte, tratto

La parte (il tratto; I.S.²) è la totalità in quanto parte: è la totalità parziale, è ogni essente nel suo essere il modo in cui lo stesso essente è infinitamente contrapposto al nulla.
La struttura infinita della totalità concreta dell’essente eterno consiste nei medesimi essenti (x, y, z…) in cui consistono i tratti finiti (x, y, z…) di questa eterna ed unica struttura.
(V. Differenza; Divenire; Individuazione; Luogo; Modo. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 3; Appendice quinta; parte seconda; cap. 1°, parr. 1 e 2; parte terza, cap. 1°, par. 3; S.C.d.I., l’Introduzione; le Indicazioni preliminari…; cap. II, parr. 5-8, 12-14, 18; cap. III, parr. 1, 12; cap. IX).


Passaggi, Passaggio

I «passaggi» (I.S.²) sono necessari affinché il divenire dell’infinito possa essere tale. Infatti, il divenire è inevitabilmente un differire tra differenze, e le differenze, nel loro differire, sono lo stesso modo diacronico in cui il Tutto è eternamente sé stesso. Da una differenza, dunque, si passa ad un’altra: tra le vite (sia quelle del cammino della Prima Volta, sia quelle della via del Ritorno) appare un passaggio: esso è appunto ciò che consente di passare ad un’altra vita.
In ogni passaggio (anche nell’eterno Passaggio «centrale»; I.S.²) si manifesta una diacronia tra due sincronie: tra la sincronia degli stati della vita che, prima di morire, gli mostrava in modo diacronico, e la sincronia degli stati della vita che, nascendo (dopo quel passaggio), gli mostrerà anch’essa in modo diacronico.
Nei passaggi appartenenti al percorso limitato della Prima Volta, le tracce, che gli altri essenti lasciano eternamente in essi, non sono decifrate. Nel Passaggio e nei passaggi appartenenti alla strada del Ritorno, invece, le tracce sono totalmente decifrate – giacché il passato è rimembrato e il futuro è annunciato.
(V. Diacronia; Morte; Passato; Sincronia. Cfr. parte prima, cap. 2°, par. 3; parte seconda, capp. 3° e 4°; parte terza, cap. 2°).


Passato

Il «passato» (I.S.²) è semanticamente immedesimato alle «parti (tempi, differenze, luoghi, individuazioni) passate». Ciò che passa rimane in sé stesso per l’eternità, nonostante esso appaia, nel cammino della Prima Volta, come un passato obliato. Ma con lo stagliarsi del Passaggio e in tutto il sentiero del Ritorno, il passato si manifesta come totalmente ricordato. (V. Finire; Dimenticanza; Oltrepassamento; Passaggi; Ricordare. Cfr. parte prima, Appendice terza; parte seconda, cap. 3°; cap. 4°, parr. 1, 3, 5; parte terza, cap. 1°, par. 1; S.C.d.I., cap. III, par. 6; cap. V, parr. 5, 6, 13).


Percorso, cammino, via, processo

Il percorso (il cammino, la via, il processo; I.S.²) è il medesimo movimento, divenire, cambiamento interno alla struttura immobile del Tutto. Il percorso finito dell’infinito apparire dell’essere include un primo accadimento – la vita dell’Inizio –, interno al prevalere della contraddizione del finito (interno cioè al cammino della Prima Volta); ed include un ultimo accadimento – la vita dell’Ultimo –, interno al prevalere dell’infinità dell’Amore eterno (interno cioè alla via finita del Ritorno). (V. Diacronia; Divenire. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 4; parte seconda, cap. 3°, par. 5; S.C.d.I., cap. IV; cap. IX, par. 9).


Potenza

Se con la parola «potenza» si intende la medesima capacità eterna di opporsi al nulla, allora la potenza (I.S.¹) è la coscienza infinita dell’essere. Se con quella parola viene invece intesa la capacità di far uscire qualcosa dal nulla, allora la potenza (I.S.³) non esiste (ci si illude che esista: è la medesima volontà – I.S.² – che essa esista). (V. Identità; Interpretare; Isolamento; Volontà. Cfr. S.C.d.I., cap. VI, parr. 1-3; cap. IX, par. 1).


Presente, presenza

Il presente (la presenza; I.S.¹) è la coscienza originaria dell’eterna struttura della totalità infinita. Lo si deve pertanto distinguere dal «presente temporale» (I.S.²).
Tutto è già da sempre e definitivamente presente nel modo in cui esso è temporalmente (parzialmente) presente. Il passato è presente come passato (ricordato o dimenticato), e il futuro è presente come atteso (previsto o imprevisto).
(V. Apparire; Originario; Trascendentale).


Prevalere

Il prevalere (I.S.²) è, da una parte, quello della contraddizione delle differenze finite e divenienti, e dall’altra parte, quello della verità del Tutto immutabile. Il prevalere della parte è la stessa parte come distinta dal Tutto; e il prevalere del Tutto è lo stesso Tutto come distinto dalla parte. Il prevalere della parte finita è quello che abbiamo chiamato «la Prima Volta», e il prevalere del Tutto è invece «il Ritorno» – tra la Prima Volta e il Ritorno ponendosi il Passaggio. (V. Intensità. Cfr. parte prima, cap. 2°, par. 1; parte seconda, cap. 2°, par. 1; cap. 4°, par. 3).


Prima Volta

La Prima Volta (I.S.²) è il percorso del prevalere della contraddizione della finitezza del dolore della morte. Il cammino della Prima Volta è costituito da un numero finito di vite (vita dell’Inizio, seconda vita, e così via fino all’ultima), con la morte delle quali appare un passaggio che conduce ad un’altra di quelle vite; solo l’ultima vita di quel cammino porta al Passaggio dopo il quale sopraggiunge la via del Ritorno.
Nel percorso della Prima Volta è dominante l’angoscia, la paura, il rimpianto, la tristezza, le guerre, i dolori fisici più atroci (in attesa del lieto acquietarsi dell’eterna coscienza nella dimensione del Ritorno).
(Cfr. parte prima, cap. 2°, parr. 2, 5; parte seconda, cap. 2°, par. 1; cap. 3°).


Problema, domanda

Il problema (la domanda; I.S.²) è l’assenza parziale in cui consiste il modo di essere eterno dell’immutabile risolvimento di ogni problema.
Ogni essente, in quanto finito, è la soluzione astratta (parziale, astratta, incompleta) di sé stesso (ossia del problema in cui esso consiste); ed esso è, anche, sia un problema che è risolto dalla soluzione astratta propria degli altri essenti, sia la soluzione astratta dei problemi in cui consistono gli altri essenti.
(Cfr. parte prima, cap. 2°, par. 1; Appendici seconda e terza; parte seconda, cap. 2°, par. 2; cap. 4°, par. 3; S.C.d.I., cap. VI, par. 3; cap. IX, par. 9).


Reincarnazione

L’autentica «reincarnazione» (I.S.²), cioè il senso autentico delle «vite precedenti e successive», è la necessità che l’Io infinito del Tutto eterno esperisca tutto sé stesso nel modo in cui passa da una «propria vita» ad un’altra «propria vita».
Nel cammino finito della Prima Volta, le vite passate scendono nell’oblio e le vite future appaiono come non annunciate. Quando affiora il Passaggio che conduce alla via del Ritorno, la vita viene vissuta rimembrando le vite già vissute e prevedendo quelle future.
(V. Diacronia; Passaggi. Cfr. parte terza, cap. 2°).


Relazione, legame

La relazione (il legame; I.S.¹) è l’uguaglianza che unisce già da sempre e per sempre ogni evento: è il Tutto concreto dell’essente.
La relazione avvolge la totalità di sé stessa in quanto distinzione – questa distinzione essendo la distinzione finita cioè la relazione finita. Tutte le vite (e rispettivi passaggi) sono distinte tra di loro, cioè sono parzialmente legate, all’interno di sé stesse in quanto infinitamente legate nel loro non emergere e non rientrare nel nulla.
(V. Coincidenza; Identità; Inclusione; Io; Sincronia; Struttura. Cfr. parte prima, Appendice quinta; S.C.d.I., cap. III, parr. 9-10; cap. IX, par. 8).


Riaffiorare, risorgere

Il riaffiorare (risorgere; I.S.²) è l’inevitabile farsi nuovamente innanzi di ciò che, non avendo decifrato i propri segni, è appunto necessario che, nella «nuova venuta», gli decifri esaustivamente. La «resurrezione» autentica è, pertanto, la via del Ritorno. (V. Ritorno. Cfr. parte prima, cap. 2°; parte seconda, cap. 4°; parte terza, cap. 2°).


Ricordare, rimembrare

Ricordare (rimembrare; I.S.²) significa che le tracce, che il passato lascia nel presente temporale, appaiono nel loro esser decifrate. L’esaustività e purezza di tale decifrazione accade con l’avvento del Passaggio, fino all’ultima identità della via finita del Ritorno. Nel percorso della Prima Volta, invece, trionfa l’oblio. (V. Dimenticanza; Passato. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 1; cap. 2°; parte seconda, cap. 2°, par. 1; cap. 4°).




Ritorno

Il Ritorno (I.S.²) è il percorso condotto dal Passaggio, quest’ultimo essendo preceduto dalla strada della Prima Volta. Il Ritorno è il necessario prevalere dell’infinito apparire del Tutto che si lascia alle spalle il prevalere del finito apparire della parte.
Nella via del Ritorno (e già nel Passaggio) sono decifrati i segni che nella Prima Volta, invece, rimangono enigmatici e svianti. In quella via, vengono rivissute tutte le vite già sperimentate nel cammino finito della Prima Volta; rivivendole, ci si rende sempre più conto del loro senso autentico.
(V. Riaffiorare. Cfr. parte prima, cap. 2°; parte seconda, cap. 2°, par. 1; cap. 4°; parte terza, cap. 2°).


Segno, traccia

Il segno (la traccia; I.S.²) è tutto ciò che appare come parte diveniente della totalità immutabile.
In «questa mia vita» appare il segno di «ogni altra vita» (e in ogni passaggio, che porta da una vita all’altra, è posto il segno di ogni altro essente). Ad esempio, nella vita dell’Inizio appaiono i segni che tutte le altre vite (essenti) lasciano in essa, e vi appaiono come un atteso imprevisto; invece, nell’eterna vita dell’Ultimo appaiono, come un passato rimembrato, tutte le vite (essenti) che la precedono.
(V. Decifrazione; Linguaggio. Cfr. parte prima, cap. 2°, par. 2; Appendice quarta; parte seconda, cap. 3°; cap. 4°, par. 3; parte terza, cap. 2°, par. 3; S.C.d.I., cap. I, parr. 1-2).


Sfondo

Lo sfondo (I.S.¹) è l’infinito stesso: è la struttura concreta del Tutto eterno dell’essente. Lo sfondo è costituito, pertanto, dai medesimi eterni di cui appare (anche) il loro divenire finito ed astratto. (V. Essenza; Fondamento; Forma; Originario; Struttura; Trascendentale. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 4; S.C.d.I., cap. II, parr. 15, 17, 18; cap. IV, parr. 7, 10; cap. V, par. 3; cap. VI, par. 4).


Significato, semantica

Il significato (la semantica; I.S.¹) è il Tutto semantico dell’essere. L’esistere è il significare: che qualcosa esista, appaia, sia eterno, sia l’infinito, vuol dire che questo qualcosa (che è il medesimo esistere, apparire, etc.) è significante, ossia significa ciò che esso è (= significa).
Il significato infinito è unico, ed è designato da una pluralità finita di segni, ossia di significati significanti (= essenti = manifestantisi) come segni.
(V. Essere. Cfr. parte prima, cap. 1°, parr. 2-3; Appendice terza; parte seconda, cap. 1°; S.C.d.I., Introduzione; cap. I, parr. 1, 2, 5, 6; cap. II, par. 18; cap. VI, parr. 1-4).


Sincronia

La sincronia (I.S.¹) è, concretamente intesa, lo stesso stare insieme di ogni essente con ogni altro essente: è la relazione originaria che è già da sempre ed eternamente sé stessa in modo diacronico.
Il prevalere del Tutto infinito dell’essente, ossia l’eterna e finita via del Ritorno, è il prevalere della sincronia tra tutti gli eventi. E già nei passaggi appartenenti al percorso della Prima Volta appaiono delle sincronie che sono invece assenti nelle vite specifiche di quel percorso.
(V. Coincidenza; Relazione. Cfr. parte prima, cap. 2°, par. 3; Appendici terza e quarta; parte seconda, cap. 3°; parte terza, cap. 2°, par. 1; S.C.d.I., cap. V, par. 12).


Struttura

La «struttura» (I.S.¹) è lo stesso Io infinito della totalità concreta dell’essente eterno. La struttura dell’infinito comprende sé stessa come un numero finito di «tratti»: la struttura è struttura dei suoi tratti, cioè di sé stessa in quanto tratto; e cioè i tratti sono tratti della loro struttura, cioè di sé stessi in quanto struttura. (V. Essenza; Fondamento; Forma; Identità; Relazione; Sfondo; Trascendentale. Cfr. parte prima, Appendice seconda; S.C.d.I., Introduzione; cap. VI, par. 4).


Totalità, Tutto, Intero

La totalità (il Tutto, l’Intero; I.S.¹) è ogni essente che appare anche come un distinguersi dagli altri essenti. Questo mio star qui seduto è il Tutto infinito dell’essere, come lo è ogni altra questità. Infatti, il Tutto concreto è veramente tutto, nel modo parziale (diveniente, temporale, finito) che compete ad ogni essente (cioè al Tutto stesso).
La totalità concreta è cioè l’apparire eterno del processo finito di sé stesso: è la relazione tra il cammino finito della Prima Volta e la via altrettanto finita del Ritorno: è la-Prima-Volta-del-Ritorno, e cioè il Ritorno-della-Prima-Volta, ossia la Prima Volta e il Ritorno (includenti il Passaggio).
(V. Indivisibilità; Infinito; Trascendentale; Uno. Cfr. parte prima, cap. 1°, parr. 3, 5; cap. 2°, par. 1; Appendici terza e quinta; parte seconda, cap. 1°, parr. 1 e 2; cap. 2°, parr. 1, 4; cap. 4°, par. 3; parte terza, cap. 1°, par. 3; S.C.d.I., Introduzione; Indicazioni preliminari…; cap. I, par. 9; cap. II; cap. III, parr. 5, 12; capp. VII, IX).


Tragicità

La tragicità (I.S.²) è il modo in cui l’Amore del Tutto ama (= è) eternamente sé stesso. Questo modo è «tragico» perché esso è il processo del nascere e morire di ciò che, in eterno, ama ogni singolo istante di tale processo.
Nella via del Ritorno, la tragicità, pur continuando ad affiorare, riduce di gran lunga la propria intensità luminosa – rispetto, invece, all’atrocità del modo in cui vengono vissute le vite del cammino della Prima Volta.
(V. Dolore; Isolamento; Male. Cfr. Esergo; Prefazione; Prologo; parte prima, cap. 2°, par. 2; parte seconda; cap. 4°, parr. 2-4; parte terza, cap. 2°, par. 5; Epilogo; Conclusioni).


Trascendentale, trascendente

Il «trascendentale» (I.S.¹) autentico è il medesimo «trascendente». Il vero «apparire trascendentale» è, quindi, lo stesso «apparire infinito del Tutto concreto».
Se per «empirico» si intende il «diveniente» (il cangiante, il finito, il temporale, l’astratto, l’individuale), allora il trascendentale infinito trascende sé stesso nel suo apparire come un empirico trasceso.
(V. Essenza; Forma; Fondamento; Originario; Sfondo; Struttura. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 4; Appendici terza e quinta; S.C.d.I., cap. II, parr. 17 e 18; cap. IV, par. 9; cap. V, parr. 1 e 2).


Ultimo

L’Ultimo (I.S.²) è la vita conclusiva (l’epilogo finale) che il Tutto è destinato a vivere (in eterno). Essa appartiene alla via del Ritorno. Con la morte definitiva della vita dell’Ultimo, non affiora alcun passaggio, poiché non esiste alcun’altra vita che possa oltrepassare quella vita. La vita dell’Ultimo, infatti, si manifesta (come ogni altro evento) all’interno di sé stessa in quanto oltrepassamento concreto del suo divenire, quest’ultimo essendo già di per sé stesso l’oltrepassamento astratto di sé medesimo.
Si conclude, così, ciò che in verità è già da sempre ed eternamente concluso, proprio nei modi specifici e processuali in cui si vive.
(V. Divenire; Evento; Finire; Morte; Oltrepassamento. Cfr. parte seconda, cap. 4°, par. 5; parte terza, cap. 1°, par. 1).


Uno

L’Uno (I.S.¹) è ciò che noi siamo eternamente, nella molteplicità finita dei suoi modi di contrapporsi allo Zero infinito (cioè al nulla). (V. Indivisibilità; Infinito; Totalità. Cfr. parte prima, cap. 2°, par. 5; Appendice quinta; S.C.d.I., cap. V, par. 11; cap. VII, parr. 4 e 5).


Verità

La verità (I.S.¹) è l’assolutamente innegabile, ciò che in nessun tempo può essere smentito, abbattuto. Essa è lo stesso esser coscienti di essere eternamente contrapposti al nulla, nel modo in cui si nasce e si muore. (V. Necessità. Cfr. parte prima, cap. 1°, parr. 2 e 3; parte seconda, cap. 3°, par. 5; parte terza, cap. 1°, par. 2; S.C.d.I., cap. VI; cap. VII, par. 6; cap. IX, parr. 13, 7, 12).


Vita

La vita (I.S.¹) è, concretamente, la medesima esistenza del Tutto infinito, includente sé stesso come una pluralità limitata di vite differenti.
Dalla vita dell’Inizio, siamo destinati (noi, che siamo l’Uno infinito), con la sua morte, al passaggio che conduce alla seconda vita, e così via fino all’ultima vita del percorso della Prima Volta; quando quest’ultima vita muore, si fa avanti il Passaggio dopo il quale riaffiora la vita dell’Inizio – tale riaffiorare essendo la prima vita della strada del Ritorno –, e così via fino al riaffiorare di quell’ultima vita – tale riaffiorare essendo l’ultima vita del sentiero del Ritorno, cioè la vita dell’Ultimo.
(V. Essere. Cfr. parte prima, cap. 2°, parr. 3-4; parte seconda, capp. 2-4; parte terza, cap. 2°; S.C.d.I., cap. V, par. 8).
Volontà

La volontà è sia la volontà (I.S.¹) della verità del Tutto – una volontà che vuole eternamente tutto ciò che, in modo temporale, si contrappone al nulla –, sia la volontà (I.S.²) dell’errare in cui consiste il finito – la quale, essendo quello stesso «modo temporale» in cui la volontà eterna della verità vuole sé stessa, vuole isolarsi da sé stessa nel suo esser volontà infinita (un isolamento impossibile).
Il prevalere della volontà isolante è assegnato ad esser lasciato indietro dal prevalere della volontà dell’Amore.
(V. Amore; Autocoscienza; Identità; Individuo umano; Interpretare; Io; Isolamento; Potenza. Cfr. parte prima, cap. 1°, par. 5; parte terza, cap. 1°, par. 2; S.C.d.I., cap. VI, par. 5; cap. IX).

giovedì 14 giugno 2012

Esergo di "Del tragico Amore"



Il motivo per cui siamo qui (in eterno) è l’Amore. Non esiste cosa che non sia l’Amore, non esiste esperienza che non sia un gesto d’Amore. Difatti, l’Amore autentico è l’infinito legame che unisce già da sempre tutte le «nostre vite», che sono le vite di questo legame, originariamente identico ad ogni coscienza.
Disdegno, crudeltà e atroci sofferenze sono ancora prevalenti e «all’ordine del giorno», e tuttavia è l’Amore a volere (cioè ad amare, mostrare, essere) eternamente tutto ciò – e a volere, a maggior ragione, l’oltrepassamento futuro di questo prevalere (un oltrepassamento che è «futuro» rispetto a un prevalere siffatto, manifesto a sua volta come il «passato» di tale oltre-passamento, tutti gli eventi «passati», «futuri» e «presenti temporalmente» essendo un «presente eterno», cioè costituendosi in eterno, ossia non emergendo e non rientrando nel nulla).
Vitale è ogni evento, sensazione, emozione; è quello che stiamo provando qui, ora, coi turbamenti e le angustie; è tutto il passato (in gran parte ancora nell’oblio) e l’attesa di quell’oltrepassamento, ossia del «Ritorno» (riaffiorare) di tutte le vite che, nella «Prima Volta» (cioè nel percorso del dominio della morte, sul quale camminiamo ancora, in attesa che si stagli il «Passaggio» che conduce a quel Ritorno), rimangono avvolte da timori e disperazioni, con l’illusione, anche, di poter patire (o gioire) «all’infinito».
La tragicità dell’Amore è assegnata a sopraggiungere all’interno di quel Ritorno, dove l’intensità della contraddizione del dolore va via via riducendosi.
Amiamo sempre, anche quando a prevalere è il credere di odiare e di amare – questo «credere» costituendosi come l’autentico significato dell’«odio», che altro non è che il non accorgersi di amare. Amare è indispensabile, e cioè tutto è indispensabile, importante, degno di essere vissuto, perché chi ama è il Tutto, uguale ad ogni cosa. Ognuno di noi è infatti, in una molteplicità finita di modi, l’unico respiro dell’essere.

sabato 26 maggio 2012

"Del tragico Amore": quarta di copertina (a cura di Andrea Berardinelli)


  
   <<Non esiste cosa che non sia l’Amore, non esiste esperienza che non sia un gesto d’Amore>>. Con queste parole esordisce l’Autore nell'opera che segue La struttura concreta dell’infinito, ove si compiono i passi decisivi verso il superamento dell’immensa opera di Emanuele Severino.
   L’Amore di cui parla Pellegrino non è un astratto sentimentalismo. Esso rappresenta la chiusura ontologica del discorso sul Tutto. Il legame che unisce gli essenti, che essi credano di volerlo o meno, è l’Amore. La necessità dell’accadimento delle cose implica, però, che questo Amore sia anche tragico, perché alla sua essenza è legato il manifestarsi del dolore.
   Nel caos esistenziale del nostro tempo avvertiamo dentro di noi una sensazione di infinita impotenza di fronte alla tragicità degli avvenimenti. Ci consideriamo esseri finiti privi di un valore reale nel mondo. Ma ognuno di noi, nel proprio profondo, è l’unica verità eterna dell’infinito, nei modi finiti e temporali in cui essa è sé stessa.
   Ogni avvenimento è movimento del Tutto, la scintilla divina avvolge ogni singolo apparire. E tuttavia il Tutto non è il <<grande inquisitore>> che punisce o premia a seconda dei comportamenti terreni. La vera divinità consiste nella coscienza di ognuno di noi – noi, destinati all’ultimo tratto del cammino dell’infinito, giacché (come dice l’Autore) <<osserviamo dall’alto, senza vertigini, l’intero percorso che ci ha portato fino a quel punto>>.
   Il massimo dolore è un passo verso il <<prevalere>> dell’Amore come legame infinito. Un prevalere definitivo che, nel discorso dell’Autore, non si struttura come speranza, bensì come incontraddittoria necessità.

mercoledì 9 maggio 2012

"Del tragico Amore" (proseguimento de "La struttura concreta dell'infinito")



Titolo: Del tragico Amore
Editore: Youcanprint
Pagine: 416
Data di uscita: giugno 2012

INDICE




Prefazione

Prologo
            
       Dialogo tra me e me

Avvertenza

PARTE PRIMA

INTRODUZIONE. Da La struttura concreta 
dell'infinito a Del tragico Amore

CAPITOLO PRIMO. Richiami e delucidazioni sulle tematiche principali sviluppate ne La struttura concreta dell'infinito

1.    Richiamo generale: le stanze della casa infinita dell'essere
2.    L'intenzione di indicare la verità e l'autentico significato della <<filosofia>>
3.   Identità e differenze semantiche tra termini: l'<<essere>> è l'<<apparire>> cioè l'<<eternità>> (<<totalità>>, <<infinito>>, <<felicità>>, etc.), distinti e legati alla <<parte>> identica al <<tempo>> cioè al <<luogo>> (<<finitezza>>, <<nascita e morte>>, <<sofferenza>>, etc.)
4.   Trascendenza infinita e finitezza diveniente; numerabilità delle parti in relazione al primo e all'ultimo evento dell'infinito; la coscienza altrui
5.    Il significato autentico della contraddizione è negazione dell'esistenza della <<contraddizione C>>

CAPITOLO SECONDO. Del tragico Amore risponde alle domande de La struttura concreta dell'infinito

1.    Il prevalere del Tutto si lascia alle spalle il prevalere della parte
2.    Tragicità modale dell'Amore coscienziale: dalla Prima Volta al Ritorno
3.    Prima della nascita e dopo la morte: i <<passaggi>> e il Passaggio <<centrale>>
4.    Rapporto tra il percorso finito del Tutto e la <<storia dell’uomo>>
5.    Ripresa della metafora del <<libro>> e delle sue <<pagine>>

APPENDICI (ALL'INTRODUZIONE)

APPENDICE PRIMA. Il linguaggio ultimo di Severino

        Breve sintesi de La morte e la terra

APPENDICE SECONDA. Tra il <<personale>> e l’infinito, tra Severino e l'Occidente

        Risposta ad alcune domande di Alessandro Bagnato

APPENDICE TERZA. Tra il mio linguaggio filosofico e quello di Severino

        Discussione con Roberto Fiaschi

APPENDICE QUARTA. Delucidazioni sul par. 2 del cap. I de La struttura concreta dell'infinito<<Il segno è oltrepassato da ciò di cui esso è il segno>>

           Confronto con Pietro De Luigi

APPENDICE QUINTA. La <<classe>>, l’<<inclusione>>, la <<parte>>: tra Gödel, Strumia e Russell (e altri ancora)

        Una replica ad altre interessanti osservazioni di De Luigi


PARTE SECONDA

PARTE CENTRALE: SVILUPPO ANALITICO. La Prima Volta, il Passaggio e il Ritorno: amarsi dall'Inizio alla vita dell'Ultimo

CAPITOLO PRIMO. L'eternità del movimento: oltre i malintesi provocati dal linguaggio

1.     Precisazione sulle differenze linguistiche
2.     Delucidazione intorno all'identità semantica tra la differenza di Tutto-parte e la differenza tra le parti
3.     Sui termini <<eternamente>> e <<temporalmente>>

CAPITOLO SECONDO. La <<vita>> e la numerabilità dei modi in cui l'infinito è infinito

1.     L'equilibrio strutturale tra gli squilibri: la relazione tra il prevalere del finito e il prevalere dell'infinito
2.     Domandare e rispondere
3.     I modi in cui <<questa mia vita>> si distingue ed è unita ad <<ogni altra vita>>
4.     Noi siamo la totalità delle <<vite>>: il rinvio dei <<modi>> non si prolunga in indefinitum

CAPITOLO TERZO. Il cammino della Prima Volta: l'Inizio e il prevalere del dolore della morte

1.     La vita dell'Inizio
2.     I <<passaggi>> e la morte; diacronie e sincronie
3.     Passare da una vita all'altra del tracciato della Prima Volta: la morte come un <<prender fiato>>
4.     Non leggere i segni: dimenticanza del passato e imprevedibilità del futuro
5.     Ascesa senza saliscendi: la scala perfetta dell'infinito
6.     La Prima Volta: dalla paura alla depressione

CAPITOLO QUARTO. Il Passaggio e la via del Ritorno: il prevalere dell'Amore

1.     Il Passaggio: rimembrare il passato ed annunciare il futuro
2.     Libera necessità di essere il tragico Amore
3.     Il Ritorno: il riaffiorare di tutti gli eterni della Prima Volta
4.     Il valore autentico di ogni cosa: gioire soffrendo
5.     Verso la vita dell'Ultimo
6.     Aporia e soluzione


PARTE TERZA

POSTILLE. Confronto tra Del tragico Amore e La morte e la terra; su Severino: impossibilità dell'<<istante>> della morte

CAPITOLO PRIMO. Richiami e approfondimenti sulla confutazione dell'impianto logico che ha condotto Severino alle conseguenze de La morte e la terra

1.     L'inevitabile <<sopraggiungente inoltrepassabile>> e l'oltrepassamento autentico di ogni oblio
2.     Identità e differenza tra l'Io della verità e l'io dell'errore
3.     Il vero senso del Tutto infinito

CAPITOLO SECONDO. <<Reincarnarsi>> e <<risorgere>> nella verità del tragico Amore e negazione degli infiniti <<istanti>> del morire

1.     Inattuabilità dell’<<istante senza attesa>> e il presupposto sbagliato della <<contraddizione C>>
2.   Necessità dell’autentico senso della <<resurrezione>>, della <<reincarnazione>> e delle <<vite precedenti e successive>>
3.     Ancora sulla contraddittorietà di quell’<<istante>>. Impossibilità dell’<<Indecifrabile>>
4.     <<Questa nostra vita>> è vissuta, in verità, dall’Io infinito: negazione delle <<simultaneità>> cui si rivolge Severino
5.     Nel prevalere dell'Amore il dolore rimanela <<Gloria della Gioia>> come sublime vanagloria


Epilogo

        Ripresa del <<Prologo>>

Conclusioni

Glossario

Note bibliografiche





venerdì 2 marzo 2012

Intervista


Ho rilasciato quest’intervista al giovane filosofo Alessandro Bagnato



1) Ciao Marco e ben venuto nel mio blog, vuoi presentarti ai miei lettori?

Ciao a te, Alessandro, e a tutti coloro che leggeranno quest’intervista. Vorrei avvertire, anzitutto, che sarebbe bene che chi legge queste parole volgesse lo sguardo non semplicemente a <<Marco Pellegrino e al suo libro>>, bensì a ciò che essi cercano di testimoniare (sono io stesso, infatti, a trovare antipatica la mia presunzione, e quindi essa lascia il tempo che trova: il modo in cui si parla di qualcosa deve essere posto <<al centro dell’attenzione>> solo nel caso in cui ciò che si intende dire è un errore; se, invece, ciò che si intende dire è verità, non è il caso di soffermarsi sul modo – presuntuoso o meno – in cui lo si dice). Non è importante che si sappia molto sul mio conto, altrimenti l’attenzione rischierebbe, appunto, di spostarsi su ciò che si crede che esista, e cioè su alcunché (poiché ciò in cui il credere crede non ha alcuna validità semantica al di fuori del credere che crede in esso). Solo l’errore (il credere), infatti, può convincersi dell’esistenza di ciò che chiamiamo <<Marco Pellegrino, individuo umano che ha avuto la capacità, ad un certo momento del tempo, di scrivere un libro>>. Tuttavia, al di là di ciò che l’interpretazione (che è sempre contraddizione) vorrebbe esistente, ciò che concretamente si manifesta nel corso della mia e di ogni altra vita non è illusorio, e in questo senso posso dire che esternare alcune esperienze della mia vita può essere utile sia per chi si ritiene ormai <<uomo vissuto>>, sia per chi, ancora adolescente, si trova di fronte ad un bivio, a dover fare delle scelte. Ecco, per questo lato, affermo di non avere né rimorsi né rimpianti, sia perché, in verità, tutto è già da sempre accaduto,  sia perché, nei miei limiti individuali, sono contento di aver privilegiato il pensiero, la ragione (in una parola: il puro filosofare), piuttosto che abbandonarmi in vuote ambizioni sociali.

2) Vuoi parlarci del tuo libro “La struttura concreta dell’infinito” edito da Youcanprint ? Perché hai scritto questo libro?

Altro è chiedere il motivo per cui si scrive, altro è chiedere il motivo per cui viene pubblicato quel che si scrive; e altro ancora è chiedere il motivo per cui si riflette su ciò che, poi, viene scritto e/o pubblicato – e quest’ultimo motivo è quello fondamentale, quello cioè che più conta.
Rifletto (cioè passo le mie giornate, da più di dieci anni, a filosofare: ragionare, pensare), sulle tematiche squisitamente <<filosofiche>>, perché solo chi vive persuaso di ciò che le <<classi sociali>> (e una <<classe sociale>> è anche, ad esempio, la <<famiglia>> o il <<genitore>>, riduttivisticamente intesi) tendono a reclamizzare (per convenienza, comodità, interessi, intermediazioni, dominio politico e di altro tipo), solo chi vive in questo modo, sto dicendo, non è chiamato (dalla propria coscienza) a filosofare con serietà. Quando all'età di 13-14 anni ti senti dire con una certa insistenza e arroganza: <<Tu devi fare questo piuttosto che quest’altro>>, oppure, ancora: <<Cosa vuoi fare da grande?!? Sbrigati a decidere!>>, ecco, quando ascolti certi discorsi, è chiaro che, se sei fragile e ti lasci condizionare da coloro che ritieni siano il tuo <<prossimo>>, soccombi e diventi prima <<schiavo>> della società, per poi addirittura illuderti di aver raggiunto la felicità, con l’ottenimento degli scopi prefissi; io, invece, ho imboccato l’altra strada, sono andato avanti per conto mio, a costo di isolarmi ed essere denigrato e incompreso: nella primissima fase dell’adolescenza, ho scelto (giustamente: ora lo dico con fermezza assoluta) di filosofare: perché la vita? Perché devo fare questo e non quest’altro? Perché amare o odiare? Perché sono nato? È vero che sono nato o è un’illusione? Cos’è la morte? In cosa consiste tutto questo che chiamiamo <<l’essere>> o <<l’universo>>? Le classiche domande che stanno al fondamento di ogni altra e anche dei falsi problemi (cioè quelli che, nel quotidiano, ci riempiono d’ansia e che basterebbe pensare all’eternità di ogni evento per capire che la loro soluzione non esiste, perché il problema autentico è illudersi che essi esistano). (Che sia chiaro, però, la mia non è polemica, bensì è semplicemente un criticare descrivendo la realtà dei fatti).
La riflessione porta poi alla scrittura, per non lasciare nell’oblio le tante analisi implicate dal pensiero razionale. Ripeto spesso che scrivo per non dimenticare quello che penso (relativo alle tematiche strettamente <<filosofiche>>).
Infine, il pubblicare. Per lo più, diciamo che, più che una mia volontà, è stato un invito a spingermi alla pubblicazione. Ero un po’ combattuto riguardo appunto al render <<pubblico>> qualcosa, i miei scritti, che considero ciò che rinvia a quel che vi è di più intimo in me. Solitamente la gente crede che <<pubblicare>> uno scritto sia qualcosa di più <<positivo>> rispetto al tenerlo nascosto. Invece, è molto più pericoloso <<pubblicare>> che nascondere, perché, la maggior parte delle volte, lo scritto viene travisato.

 3) Opponi il tuo pensiero a quello del Filosofo Italiano E. Severino, ci vuoi spiegare il perché?

La parola <<opposizione>> non la ritengo adeguata per indicare qualsivoglia differenza interna alla totalità dell’essere: l’<<opposizione>> (o <<contrapposizione>>) è solo quella tra essere (= tutto) e niente, poiché, nell’essere, ciò che si pone è il distinguersi tra i modi di esser lo stesso, di essere cioè la totalità dell’essere.
Ciò posto, parliamo quindi di differenti modalità (linguistiche) di riferirsi al medesimo significato. Nel caso del linguaggio di Severino, affermo che , oltre alle necessarie e innegabili differenze linguistiche tra i suoi testi e il mio, nei suoi è prevalente l’intenzione di non indicare il senso autentico dell’eterno.  Sottolineo <<prevalente>>, perché credo che Severino intraveda il processo discorsivo che conduce alle conclusioni del mio libro, nel senso che lascia comunque trionfare, in lui, la vetta più alta che il pensiero alienante della volontà di potenza possa raggiungere: la vetta più aspirata e bramata, stando sulla quale ci si consola e ci si ripara dall’angoscia e dal rimpianto dominanti in <<questa nostra vita>>. Quella vetta è il credere (illudersi) fortemente di potersi lasciare <<all’infinito>> e definitivamente alle spalle il dolore; lasciarselo alle spalle, addirittura, secondo La morte e la terra (l’ultimo saggio di Severino), subito dopo la morte (intesa come il compimento della <<vita>>).
Diciamo brevemente: il discorso di Severino intende testimoniare che la struttura totale dell’essere è la dimensione, non quantificabile, che include infinite parti di sé, giacché tale struttura, pur includendo un primo modo in cui essa è, in quanto <<terra>> (che, nel linguaggio di Severino, vuol dire <<il sopraggiungere>>), affiorante nel finito, è destinata a continuare all’infinito verso il sempre più concreto esser sé stessa, e quindi non approdando mai ad un ultimo accadimento. Il mio discorso, invece, intende indicare la necessità che quella struttura è non quantificabile nel suo esser quantificabile in tutto ciò si pone come sua parte: tale struttura è, cioè, l’identità di tutti gli essenti i quali, in quanto diversi tra di loro e cioè da quell’identità, sono un numero finito di essenti; pertanto, la struttura infinita del Tutto è eternamente identica a sé stessa proprio nel modo in cui, essa, dal primo sopraggiungente procede verso l’ultimo, e cioè il percorso degli essenti si avvia verso una conclusione definitiva proprio perché tutto è eternamente ultimato (compiuto, attuato, realizzato).

4) Severino affronta il “Problema dell’essere” che fu ampiamente studiato e divulgato da filosofi come Parmenide, Platone, Aristotele e in era contemporanea Heidegger. Ci spiegheresti in breve linea cosa si intende per “problema dell’essere”? Ci spiegheresti il tuo pensiero in merito a uno dei concetti detti “fundum” fondamento del sapere filosofico?

Che l’essere esista non è un <<problema>>, altrimenti non si potrebbe nemmeno tener fermo l’essere del <<problema>>, e quindi il <<problema>> (cioè la sua esistenza) stesso sarebbe problematico, e così via all’infinito, giacché non esisterebbe nulla, il che è originariamente autocontraddittorio. L’esistenza di qualcosa è l’assolutamente incontrovertibile. Sul fondamento dell’esistenza innegabile di qualcosa – un fondamento che fonda sé stesso e che in quanto si fonda è anche un <<fondato>>, sì che è necessario affermare che l’esistenza di qualcosa è il fondamento del Tutto, eternamente in atto in modo parziale (= temporale) –, sorgono i <<problemi>>, relativi a ciò che appare in un tempo diverso da quello in cui è posto un certo <<problema>> (ci si chiede infatti: <<Cosa appare in quel tempo?>>), e quindi anche in quel tempo diverso sussiste il <<problema>> rispetto ai contenuti degli altri tempi. Ogni <<problema>> è, comunque, eternamente risolto, nel modo irripetibile in cui, tuttavia, tale risolvimento eternamente realizzato non può far sì che esista una dimensione senza <<problemi>>, giacché tale (presunta) dimensione, se esistesse, sarebbe, sub eodem, un <<problema>> e una <<soluzione>>. (Questa ipotetica dimensione, d’altra parte, è affermata da Severino, che egli chiama <<l’apparire infinito del Tutto oltrepassante eternamente la contraddizione C, ossia la contraddizione dell’apparire come il Tutto da parte di ciò che, non includendo il contenuto concreto del Tutto, è la forma incompiuta del Tutto>>).
Il cosiddetto <<problema dell’essere>>, a cui si rivolge la filosofia occidentale, consiste comunque nella conciliazione tra l’<<eternità>> e il <<movimento>>; ci si chiede, cioè: come è possibile che l’essere, stando in movimento, riesca appunto a <<stare>> (cioè ad essere immutabile, eterno, sempre in luce)? e cioè come è possibile che l’essere, non potendo sopraggiungere e dileguarsi nel suo opposto (cioè nel nulla), sia in continuo <<movimento>>? Queste sono le domande che stanno alla base di tutto il percorso filosofico dell’Occidente, che ha portato dai primi filosofi greci (Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, Pitagora, Parmenide e così via) fino, mi azzardo a dire, alla filosofia di Severino. Anche Severino, infatti, pur sapendo che l’incominciante (e il cessante) è eterno come incominciante, non pone al fondamento del suo discorso questo concetto, e cioè il concetto che è il Tutto eterno ad essere sé stesso come incominciante e cessante. Al fondamento del mio discorso, invece, appare appunto tale concetto, e pertanto quelle domande appartengono all’errore, sono cioè falsi problemi, appunto perché non ci si avvede che l’essere è eterno proprio nel modo in cui si muove.

5) Tu sostieni  nel libro “La struttura concreta dell’infinito” che: “L'infinito è ogni cosa, ogni cosa è l'infinito”. Perché trascrivi questa enunciazione? L’infinito può essere definito un “archè”, può essere considerato come un principio originario del tutto, per come lo pensavano i Presocratici?

La <<trascrivo>> per sottolineare che non solo non esiste alcuna differenza semantica tra le espressioni <<l’infinito è ogni cosa>> e <<ogni cosa è l’infinito>>, ma che non esiste alcuna distinzione di significato veritativo nemmeno tra i termini <<infinito>>, <<è>> ed <<ogni cosa>>. In concreto, tutto (questa penna, la differenza tra finito e infinito, il passato, il futuro, etc) ciò che viene affermato significa il medesimo, e la differenza autenticamente semantica (ad esempio tra <<penna>> e <<foglia>>, o tra <<parte>> e <<totalità>>) è tale perché è relativa all’assolutezza del significato infinito.
Quanto al termine <<arché>>, se esso significa ciò che significava per i Greci (ma, poi, per tutta la filosofia occidentale – escludendo, forse, Hegel, e per certi versi anche Spinoza), e cioè qualcosa che, nella sua concretezza assoluta, non può essere colto all’istante e originariamente, allora l’arché non esiste. Se esso significa, invece, l’immediata coscienza di ciò rispetto a cui il nascente nasce e il morente muore, allora ogni cosa è l’arché (noi siamo il fondamento di tutto). Si badi bene: se questo <<ciò rispetto a cui>> è distinto dal <<nascente e morente>>, allora esso è uno dei due tratti essenziali dell’arché, e precisamente è <<il Tutto come distinto dalle sue parti>>.
Il <<dualismo>>, prevalente nella storia della filosofia occidentale (e quindi anche orientale), pone l’<<arché>> in una posizione di inattingibilità assoluta, perché il <<dualismo>> altro non è che la presupposizione (contraddittoria) che la differenza tra Tutto e parte sia diversa dalla differenza tra le parti. Il <<Dio creatore>> delle religioni, il <<Motore Immobile>> aristotelico, il <<Demiurgo>> platonico, l’<<Uno>> neoplatonico, la <<Cosa in sé>> kantiana, lo stesso <<Tutto assolutamente assoluto>> di cui parla Severino, ecco, questi concetti vengono <<innalzati>> (al di sopra del <<mondo>>, della <<materia>>: della <<costellazione infinita dei cerchi finiti>> a cui si rivolge Severino), perché si opera un isolamento tra Tutto e parte, e questo isolamento scaturisce dalla convinzione dell’esistenza di quella <<diversità>> (tra la differenza di Tutto e parte e la differenza tra le parti) che, in verità, non esiste.

6) L’essere era con Parmenide un elemento privo di imperfezioni. Cosa vuole indicare Parmenide? Ci sai dare un tuo punto di vista? Ti ritrovi nel pensiero di colui che per molti è il “Primo Filosofo della Storia”?

Parmenide ha reso esplicito ciò che rimaneva implicito nei filosofi precedenti: l’<<arché>> è l’<<essere>> (ciò che unisce ogni essere è, appunto, l’essere: i filosofi precedenti – da Talete a Pitagora – lo chiamavano in altri modi – <<acqua>>, <<senza perimetro>>, <<aria>>, <<fuoco eternamente vivo, come opposizione tra le cose>>, <<numero>> –, inadeguati ad esprimere il senso assoluto delle cose). L’<<arché>>, pensava Parmenide, non può essere un Principio da cui provenga il nascente e in cui ritorni il morente, perché altrimenti l’essere, che di per sé è immutabile (altrimenti verrebbe e cadrebbe nel non essere), non sarebbe ciò che esso è. Tale Principio è allora – concludeva il più celebre filosofo di Elea – l’assolutamente indifferenziato, cioè privo di parti; ché, se così non fosse, le parti sarebbero, in qualche modo, l’incominciare e il finire di ciò che, si sta dicendo, non può divenire.
Parmenide avrebbe dovuto dire (e che è quello che affermo io) che le parti del Tutto sono, in quanto tali, l’illudersi di non essere il Tutto, pur non essendo illusorio che esistano le parti. Il filosofo eleatico, cioè, non riusciva a dire che l’essere è anche un illudersi di non essere. Parmenide dice: ci si illude che esistano le parti; l’essere è la verità del semplice Tutto semantico, privo di ogni articolazione interna. Ma, osserviamo: questo <<illudersi>> esiste o non esiste? La contraddizione di Parmenide sta nel voler tener fermo, allo stesso tempo, che tale illudersi esiste (altrimenti, egli, non potrebbe affermare che i mortali sono incapaci di scorgere la verità) e non esiste (perché l’essere è la verità dell’Intero non molteplice – giacché se esistesse l’illudersi esisterebbe quel molteplice costituito dall’illudersi e dal non-illudersi).
Dunque, concludiamo noi: che ci si illuda non è illusorio, è affermato con verità; e la verità dell’essere include in sé l’errore: il Tutto si illude, in quanto parte, di essere diverso da ciò che esso è.

7) Cosa rappresenta per te la Filosofia? Ci daresti una tua definizione del termine “ Filosofia”?

La <<filosofia>>, intesa come ciò cui il linguaggio (che è esso stesso <<filosofico>>) si riferisce, è la <<cosa>> stessa: è l’essere, il Tutto (= ogni essente, nella concretezza delle sue determinazioni). Il <<linguaggio>> non acquista significato se, appunto, viene isolato da ciò che esso indica, proprio perché ciò che esso indica è il significato (e quindi anche il significato del <<linguaggio>>). La filosofia è,  allora, il linguaggio fondamentale (ossia che include ogni propria specificazione, nel linguaggio <<politico>>, <<scientifico>>, <<religioso>>, <<artistico>>, <<economico>> etc) che si rivolge a sé stesso in quanto significato oltrepassante eternamente il segno in cui consiste il linguaggio. La filosofia è il pensiero, il pensare, l’esser qualcosa: ciò per cui si afferma tutto ciò che si afferma, e ciò senza di cui non si potrebbe affermare alcunché.
La <<filosofia greca>> è il modo in cui la <<filosofia dell’uomo>> (interna alla <<filosofia dell’errore>> in cui consiste ogni possibile forma di coscienza che concepisce il Tutto come isolato dalle proprie parti) incomincia a mettere in rilievo ciò che, nel <<mito>>, rimane per lo più inconscio. La <<filosofia occidentale>> è la rigorizzazione della <<filosofia orientale>>; e la <<scienza tecnologica>> è, si può dire, la <<filosofia planetaria>>, che conduce la volontà di dominio (la volontà di fare) al massimo delle sue possibilità. Ciò che viene chiamato <<progresso tecnico-scientifico>> è un <<progresso>> per un motivo diverso da quello in cui si crede, ed è un <<regresso>> per un motivo altrettanto diverso da quello per cui si dice che la <<tradizione occidentale>> (e <<orientale>>) rimane indietro rispetto a quel <<progresso>> in cui si crede. Quali siano questi <<motivi diversi>> verrà in chiaro (se è necessità che accada) in una eventuale continuazione, in un altro volume, de La struttura concreta dell’infinito.

8) Ci parli della scelta del titolo al tuo libro e della copertina?

Ho scelto io la copertina (dà il senso del rigore e della precisione speculativa, ma ovviamente non è importante: c’è bisogno di dirlo?). Ho scelto anche il titolo: mettere insieme, in un’unica espressione, il senso della <<concretezza>> e dell’<<infinito>>, che sembrano così lontani tra di loro e che invece, in verità, sono la <<struttura>> (che include un numero finito di <<tratti>>) di ogni <<vicinanza>> e <<lontananza>>; ecco, metterli insieme significa porre l’attenzione sull’infinità del cosiddetto <<visibile>>. Prevale ancora (e per molto tempo ancora) l’illusione, il non accorgersi di vedere sempre la concretezza dell’infinito (e nell’espressione <<concretezza dell’infinito>> è già inclusa l’<<astrattezza>>, e che è l’astrattezza degli stessi essenti la cui concretezza infinita è in luce).

9) Che rapporto hai con la scrittura? Quanto tempo le dedichi?

La scrittura (come accennavo nella risposta alla seconda domanda) è come un farmaco contro il nervosismo che scaturisce dai limiti che attualmente ci condizionano, quei limiti con lo spicco dei quali ci si dimentica del passato e non si riesce a prevedere il futuro. Conosco bene il mio pensiero filosofico, e tuttavia è preferibile <<scriverlo>> (non tutto ovviamente: il libro è solo un cenno), perché le analisi precise e soluzioni di aporie, implicate da quel pensiero, possono ridiscendere improvvisamente nella dimenticanza.
Per quanto riguarda, invece, la scrittura come <<forma di comunicazione>>, se l’<<altrui coscienza>> viene concepita come isolata dalla <<propria>>, allora è chiaro che la <<comunicazione>> è solo un modo di rafforzare e difendere <<il proprio io>> escludendo l’<<altro>>. Mentre, se l’<<altrui pensiero>> (<<la vita altrui>>) viene inteso nel suo senso autentico, e cioè come ciò che struttura il passato e il futuro della <<propria vita>> (a meno che quest’ultima non sia la prima vita che l’infinito vive – la quale non ha un passato –, o l’ultima vita – la quale non ha un futuro), ne risulta che la <<comunicazione>> è il rendersi sempre più conto di includere in sé ogni senso dell’<<altro>>.

10) Hai altri progetti per il futuro? Ci vuoi svelare qualcosa?

Il proseguimento de La struttura concreta dell’infinito è già in corso: è in corso la risposta alle domande finali di quel libro. Domande sul senso del <<passato>>, del <<futuro>>, della <<morte>>; e, ancora, del <<dolore>> e dell’<<amore>>. Potrebbe essere intitolato Del tragico Amore.

11) Dove si può acquistare il tuo libro “La struttura concreta dell’infinito”?

Lo si può acquistare dal sito della casa editrice (youcanprint), o dagli altri store come Libreriauniversitaria, Unilibro, Ibs, La Feltrinelli, Bol, Deastore e molti altri.

12) Vuoi segnalarci qualche link sul tuo libro?

Nel mio blog si possono trovare due sintesi dell’intero pensiero di Severino (una delle quali è lo stesso cap. VIII del libro; l’altra soffermandosi su La morte e la terra); poi, ancora, descrizioni varie del libro e una interessante discussione sullo stesso.

13) Vedi la scrittura di altri generi letterari nel futuro?

Per ora no, sono troppo occupato con la filosofia teoretica.

14) Sono solito chiudere le mie interviste con una domanda alla “Marzullo”. Per te Marco, la realtà è una visione della mente dell’uomo o è l’uomo che vede la sua realtà?

Senza dare troppa importanza a queste espressioni (<<la realtà come visione della mente dell’uomo>>, <<l’uomo che vede la sua realtà>>), dico che ogni essente (quindi anche ciò che viene chiamato <<uomo>>) è la realtà assoluta, è la visione di sé stesso (è sé stesso): tutto ciò che la nostra coscienza vede è la coscienza stessa (ciò che crediamo sia semplicemente <<materia>> è anzitutto <<spirito>>).



Commenti all'intervista

Andrea Berardinelli: Questo libro, del quale ho avuto il piacere di scrivere una breve quarta di copertina, rappresenta un importante tentativo di analizzare l'essenza del fondamento. L'analisi del rapporto tra tutto e parte, tra finito e infinito, è di notevole spessore teoretico. Difatti ogni dualismo ontologico non ricondotto al suo concreto fondamento provoca quelle enormi contraddizioni, consistenti nel finitizzare l'infinito, ritrovarselo come parte e rilevare problematicità che presuppongono quell'erronea analisi iniziale. Il punto dove si arena Severino, che rimane maestro e pensatore indiscusso  e decisivo nella storia della filosofia contemporanea, si situa nell'astrattezza con cui considera l'apparire infinito, eternamente sottratto all'attuale, e dunque per sempre isolato dallo sviluppo indefinito del cerchio finito dell'apparire. Pellegrino si accorge, giustamente, che tale risvolto finale implica che l'apparire infinito non possa mai costituirsi come concreto Tutto, rimanendo confinato ad una caratterizzazione simil-teologica della sua essenza.