domenica 16 agosto 2015

"Matematica dello Spirito": "Quarta di copertina","Indice" e un estratto della "Introduzione"





Editore: Youcanprint
Pubblicazione: ottobre 2015
Pagine: 196

QUARTA DI COPERTINA

 In Matematica dello Spirito la ricerca filosofica sulla verità assoluta si concretizza con maggiore potenza. L’Autore giunge ad esplicitare con grande chiarezza il senso del rapporto tra finito ed infinito, tra i «numeri» e lo Spirito indivisibile, continuando a confrontarsi con Emanuele Severino e avvicinandosi sempre di più al pensiero di Hegel. Si fanno avanti, inoltre, nuove indagini su ciò che affiora «con la morte», e quindi anche con la morte dell’«ultimo istante di vita eterna» che il Tutto è destinato a vivere «senza mai più celarsi».
    Siamo nel tempo in cui prevale la coscienza che interpreta gli eventi come un alternarsi isolato di essenti, esposti al nulla, e dunque al dolore. Si tratta di spogliare questa interpretazione dagli inganni sui quali si fonda, per ricondurla al suo senso veritativo. È la verità dell’errore, che si manifesta necessario, ma che prelude allo spicco della verità come sintesi tra le coscienze che, in eterno, sono in relazione tra loro, legate da un Amore la cui variazione lo renderà progressivamente più concreto ed intenso, fino alla gioia suprema.
    Questo è un libro in cui la speranza non è atto di fede fine a sé stesso, ma necessità incontrovertibile. È un pensiero che non si accontenta di una verità precostituita, ma che osa raccontare e descrivere, senza pregiudizi, il destino straordinario che attende ognuno di noi non più accerchiato dal dominio dell’illusione nel quale tuttavia è ancora immerso, e che l’Autore riassume efficacemente in questo passo: «Ogni simulacro appropriato alle coscienze finite è impossibile che, ombreggiando l’intima natura che in esse alberga, prenda spicco “per sempre”. Ogni menzogna che ognuno di noi dice a sé stesso e ad ogni altro, credendo di inventare e di diventare dei “personaggi”, è destino che si spogli e, nuda, mostri (ad ognuno di noi, nella totalità che ci unisce) ciò che essa in verità è».

Andrea Berardinelli





Esponiamo qui di seguito l’«Indice» e un estratto dell'«Introduzione» (il paragrafo 1)


INDICE



INTRODUZIONE

1            Intorno a Matematica dello Spirito
2            Sul significato che Severino conferisce alla «contraddizione C»
3            Dialogo con Alberto Maso sul rapporto tra il mio linguaggio filosofico, quello di Severino e quello di Hegel (e altri autori)
4            Breve dialogo con Paolo Dova: il significato autentico del «mistico», oltre Severino e Cacciari
5            Dialogo con Alessandro Vaglia su alcune tematiche de La struttura originaria (cap. VII, par. 8)
6            Risposta ad alcune osservazioni di Antonio Lombardi, dopo Logica della Presenza


PARTE PRIMA

Tra il prevalere dell’errante «volontà di fare» e il prevalere della verità autentica


1            Analisi semantica del termine «prevalere»
2            Sulla «volontà di fare»: interpretazione pubblica e privata
3            La contraddizione in quanto illudersi di affermare l’impossibile
4            La «re-pressione» come oltrepassamento originario della «de-pressione»
5            Tra il dominio della Scienza Tecnologica e il prevalere della verità del Tutto


PARTE SECONDA

I.                  Il numero finito di «punti» della «retta» inclusa nel «cerchio» infinito dello Spirito


Avvertenza

1       La «somma» come «relazione». Rapporto tra il «prima», l’«adesso» e il «poi»; «verticalità» e «orizzontalità» dei «punti» che il Punto infinito include; significato autentico della «distanza»
2       Impossibilità di un «numero infinito di differenze» e legame tra il «cerchio», la «retta» e il «punto»
3       Sincronia e diacronia degli essenti
4       Inattuabilità dell’«oltrepassamento infinito e mai compiuto» di cui parla Severino e necessità dell’ultimo «poi»
5       Indeterminatezza dell’autentico «apparire infinito» e quantificazione del suo contenuto
6       L’impossibile «ritorno periodico» dei pitagorici e la necessità del Ritorno
7       Atomismo e Materie Prime
8       Il senso autentico dell’«eternità» in relazione alla necessità che il Tutto non sia l’«infinità di infinità» in cui crede Severino
9       Significato non nichilistico di «atto» e «potenza» manifesti nello Spirito del Tutto
10  Sulla contraddittorietà di alcuni «postulati di Euclide»
11  Impossibilità della «dimensione mediazionale» del Neopitagorismo e le autentiche «incarnazioni» dello Spirito
12  L’autentico «Circolo dell’essere», oltre Plotino
13  Il prevalere della verità nel linguaggio di Hegel: autentica «infinità», «cattiva infinità» e relazione tra «quantità», «qualità» e «misura»
14  Rapporto tra la teoria della relatività e la Geometria Euclidea e Non Euclidea. Impossibilità del «transfinito»


II.                  I «calcoli» interni al «numero cardinale» dell’Uno indivisibile


1   Sul Passaggio centrale. Il significato autentico della «durata» e della «velocità»
2   Gli istanti indivisibili; relazione tra «numero 1», «numero 2» e «numero 3»; un’«operazione matematica» il cui «risultato» corrisponde al «numero cardinale»
3     Significato della «Matematica»; il Pari, il Dispari e lo Zero; addizionare, sottrarre, moltiplicare e dividere
4     Aggiungere e sottrarre; lo «0», l’«1», il «2» e il «numero cardinale»


III.  La «mia vita» e la «vita altrui» come sequenze di istanti della totalità eterna


1       Sul fondamento della necessità del prevalere parziale dell’infinito e di quello del finito
2       Prevalere del problema e prevalere della soluzione
3       Legame tra ogni «punto» e la «sequenza di punti». Intorno al senso delle «galassie» e delle «cellule del corpo umano». Questa mia vita ed ogni altra vita
4       La «serie m1... m8» e gli istanti non ulteriormente analizzabili
5       Sulla contraddittorietà dei concetti severiniani dell’«Indecifrabile» e dell’«istante» della morte
6       Senso contraddittorio e veritativo del termine «apparire a sé stesso»; lo Spirito del Tutto, la «mia vita» e la «tua vita»


PARTE TERZA

I.    Ciò che affiora tra il «cadavere» e la morte intesa come «passaggio» ad un’altra vita dello Spirito


1       Su Severino: precisazioni, in Intorno al senso del nulla, sull’«istante» della morte
2       Fondamento della necessità dell’«intervallo di tempo» che affiora tra il «cadavere» e la morte intesa come «diacronia tra due sincronie»
3       Sviluppo del progetto, iniziato ne Le Materie Prime della coscienza, sulle NDE, in relazione a quel necessario «intervallo di tempo» e alla volontà di potenza


II.   Intorno all’ultimo passo compiuto
dallo Spirito


1       Fondamento della necessità che la vita finita dell’Ultimo, morendo, non s-compaia: l’autentica «continuazione all’infinito»
2       L’autentico «sopraggiungente inoltrepassabile», oltre Severino
3       L’intensità secondo la quale l’ultima «scena fissa» è un «perdurare all’infinito» del suo legame con l’Amore e col dolore
4       Attendere di salire sul gradino più alto della scala dell’infinito
5       L’impossibilità che, con la morte dell’Ultimo, sopraggiungano altri essenti. Su Severino: contraddittorietà del rapporto tra «persintassi» e «iposintassi»
6       Dall’epilogo della Prima Volta all’ultimo evento del viaggio di Ritorno la cui morte non è un «passaggio»
7       Il «corpo» dell’Universo in relazione al modo finito in cui consiste il compimento dell’Ultimo
8       Lo Spirito, il Ritorno e l’Ultimo, in relazione al linguaggio filosofico di Hegel
9       L’Amore del Silenzio, in relazione all’ultima vita finita e alla rassegnazione che essa, accettando il dolore e la morte, porta dentro di sé
10  Individuo e Totalità, Bene e male. Necessità del futuro, futuro della Necessità
11  Prevalere finitamente all’infinito e negazione della «Gloria della Gioia» cui allude Severino
12  Dall’immenso spettacolo affiorante subito prima che il compimento dell’Ultimo si affacci, alla più ampia sincronia modale che con questo compimento risplende
13  L’ultimo istante di vita eterna, non cadendo dalla vetta più alta dell’Amore e non scendendo nell’oblio, è il modo più intenso in cui si è «in pace con sé stessi»


1.   Intorno a Matematica dello Spirito

Matematica dello Spirito è il naturale prolungamento ulteriore delle tematiche affrontate, dapprima, ne La struttura concreta dell’infinito, poi in Del tragico Amore e in seguito ne Le Materie Prime della coscienza. Acclarare, delucidare ed esplicitare sempre di più alcuni concetti che nei miei scritti precedenti tendono a rimanere per lo più nell’ombra, nell’implicito, è appunto il compito, lo scopo autentico che ci si prefigge quando è destino salire su «gradini» superiori della «scala» finita che nell’infinito è già da sempre in luce per l’eternità.
Lo «Spirito» è la stessa luce infinita del Tutto che, nell’eterno modo diacronico in cui consiste la «misurazione» («numerazione») o «matematicità» finita dei diversi «punti» (non ulteriormente divisibili, all’interno di ogni «serie m1... m8», di cui si incomincia a parlare nel Tragico Amore fino appunto a questo nuovo volume) della «retta» che il «cerchio» infinito avvolge, illumina sé stessa opponendosi al nihil absolutum. La «Matematica», in quanto parzialmente distinta da sé nel suo esser lo Spirito stesso degli eterni, è appunto l’incontraddittoria e non nichilistica divisione, frammentazione limitata che l’Uno autenticamente indivisibile include nell’infinità cioè in sé stesso.
Nella tragicità che attraversa una frammentazione siffatta – una tragicità che scaturisce dal relativo oscuramento che compete a tale frammentazione –, prende maggiormente spicco anche il senso della «morte», intesa sia 1) come «diacronia tra due sincronie» e cioè come un transitare da una vita ad un’altra, sia 2) come la semplice e indivisibile «conclusione» di ogni istante, non ulteriormente analizzabile, che incomincia a prevalere (parzialmente) durando, appunto, «per quell’istante che esso è», sia 3) come la serie di passi finali che si affaccia prima di ogni «diacronia tra sincronie» e dopo ogni evento che viene solitamente chiamato «cadavere» (e che in verità, come si analizza nel testo, non è soltanto un «cadere giù»), e sia 4) come l’ultimissimo compimento – quello dell’«eterna vita finita dell’Ultimo» – che, come viene analiticamente spiegato nel libro, è impossibile che sia lo s-comparire di ciò che si compie: solo con l’ultima morte ciò che muore non si cela mai più nell’ombra (non si ritrae sotto i veli dell’illusione di non veder l’infinito): l’ultima morte è un unico evento inoltrepassabile (cioè che non può essere oltre-passato da altri eventi), il più intenso e concreto, in cui, all’infinito, si gioisce, si ama ogni singola coscienza, si contempla l’abbraccio di tutto con tutto.

a) Il significato (infinito, cioè in quanto tale, in quanto significato) a cui si riferisce il linguaggio (quest’ultimo concepito nel suo senso più ampio e tuttavia distinto, appunto, dal significato indicato, e cioè inteso come lo svolgimento finito delle tracce che il Tutto infinito lascia in eterno in ogni singolo essente) è lo Spirito stesso dell’Intero, cioè il Silenzio accerchiante ogni segno che intende designarlo. Se il linguaggio viene inteso semplicemente nel suo cerchio finito, allora tutto ciò che esso dice è sbagliato. Il linguaggio, autenticamente inteso, è assegnato ad affiorare così come affiora, questa assegnazione essendo la necessità che il linguaggio, scorporato dalle interpretazioni ingenue che ne alterano il senso, sia l’indicazione denotante il significato sempr’acceso del Tutto.
b) In me tende a prendere spicco l’intenzione esplicita di testimoniare lo Spirito sempiterno di ogni essente, ossia il fondamento incontrovertibile e cioè, anche, la fede errante di non essere lo Spirito infinito (ogni «io», infatti, è l’Io eterno del Tutto, attraverso le congruenti e numerabili prospettive diverse in cui consiste ogni modo in cui si sogna di non essere un fondamento siffatto).
Lo testimonia anche Severino, Eraclito, Spinoza ed ogni altra mente dell’Intero. La distinzione (finita tra ogni mente) sta nel modo in cui la coscienza infinita vien designata (in quel modo, cioè, prevalentemente congruente o prevalentemente incongruente, prevalentemente esplicito o prevalentemente implicito, con l'intenzione prevalente di indicare o con l'intenzione prevalente di non indicare tale coscienza infinita).
Ognuno di noi vuol bene a sé stesso e ad ogni altro, e il nostro destino è volerci bene secondo prospettive finite di luce infinita, sempre più ampie e appaganti. L’«odio» è, difatti, come si dice nell’«esergo» del Tragico Amore, «il non accorgersi di amare». Il «disprezzo» infinito (totale, assoluto) verso qualcosa o qualcuno è impossibile, ciò che in realtà esiste è un parziale disprezzo verso sé stessi (in quanto finiti) e gli altri (in quanto finiti), ma un disprezzo finito che appare all’interno di sé stesso in quanto Amore infinito: è l’Amore stesso che, in quanto è (anche) parte di sé, disprezza parzialmente sé stesso nel senso che si illude di esser soltanto un disprezzo siffatto e cioè di essere un assoluto disprezzare. L’Amore, tuttavia, accetta con «senso critico» il disprezzo giacente al suo interno, perché sa che il corpo (il finito, l’odio stesso) è la prigionia dello Spirito.
Già da sempre in eterno siamo lo Spirito sempr’acceso del Tutto, e pertanto è necessario che ognuno di noi abbia «rispetto» di sé stesso e di ogni altro – «rispettare» significa, infatti, che ognuno di noi osserva la verità di sé stesso e di ogni altro e, così osservando, non possiamo far altro che accettare tutto ciò che a noi stessi appartiene: ci rispettiamo in relazione, appunto, alla verità autentica del nostro essere, e non in relazione a ciò che, in senso assolutamente negativo, sogniamo di essere (cioè non in relazione al nulla assoluto a cui crediamo di rivolgerci quando cadiamo nel sonno in cui si sogna di essere ciò che non si può essere).
c) Il prevalere del Silenzio è la miglior parola. Il pensiero, rinchiuso in un carcere di atrocità, mi ha aiutato a chiedere il perché delle cose, mi ha salvato la vita, questa certa vita che non è ancora giunta al suo epilogo naturale (calpestata invece dalla volontà alienante di imporre qualcosa che verità non è, un’alienazione che in me è per lo più soggiogata, torreggiante invece nelle molteplici volontà alienanti di «creare una famiglia», di «insegnare» e «imparare» nelle scuole o in altre sedi volendo distogliere lo sguardo dalla verità, di credere alle «ovvietà», «banalità», ai «luoghi comuni», a «stereotipi e pregiudizi»). È necessità difendere la verità (ed è innanzitutto la verità a difendersi, al di là dell’errante volontà pubblica di difenderla), e il «linguaggio interiore» è quella forma di volontà pubblica (di indicare la verità) che più di ogni altra custodisce in sé, nei modi opportuni, la verità autentica dell’essere.
D’altro canto, è per la mia inevitabile «crescita» spirituale, non per la «crescita» dell’intensità secondo la quale la mia volontà di potenza crede di potenziare la mia corporeità (che, in verità e in corrispondenza della «crescita» spirituale, è destinata ad essere appiattita sempre di più e cioè a spiccare sempre di meno), che la mia «resistenza» ai dolori e agli orrori più terrificanti (e alle tentazioni più frequenti) può ed è necessario che sia intesa come un che di «positivo». Il prevalere della serenita affiora perché la psiche non rifiuta ma concentra la propria attenzione (anche) sulle orrende e tremende esposizioni che la invadono. Lasciarsi indietro tutto il patimento e la sofferenza e l’agonia che precede la morte è impossibile. Non si può scappare dal dolore e dalla morte. I mostri intrappolati nel carcere dell’io sono anch’essi necessari affinché sia necessario che la cima sulla quale essi dimorano sia meno alta di quella destinata a stagliarsi dopo di essa e che è la vetta dell’Amore.

a) Lo Spirito infinito è la necessità che ogni coscienza (la «mia», la «tua», ecc.) sia, in quanto appare nella sua concreta identità che la unisce al Tutto (cioè allo Spirito stesso che ogni coscienza è in verità), l’Intimo che più si nasconde agli occhi di ogni stessa coscienza in quanto appare come (parzialmente) distinta da una concreta identità siffatta.
Tutto ciò che si trova ancora contornato dal (finito) non appagamento, che scaturisce dal mancato rilevamento della decifrazione dei crepuscoli, delle tracce che lo Spirito infinito lascia nelle membra di ogni coscienza, è destino che venga oltre-passato dal castello, sempre più ampio, in cui a regnare è la simultaneità di ogni coscienza.
Ogni simulacro appropriato alle coscienze finite è impossibile che, ombreggiando l’intima natura che in esse alberga, prenda spicco «per sempre». Ogni menzogna che ognuno di noi dice a sé stesso e ad ogni altro, credendo di inventare e di diventare dei «personaggi», è destino che si spogli e, nuda, mostri (ad ognuno di noi, nella totalità che ci unisce) ciò che essa in verità è.
b) È inevitabile che ogni segno sia decifrato.
La lettura del labirinto finito dei segni e cioè dei brividi del Silenzio è ancora manifesta come per lo più impenetrabile, ambigua. È arginata, assediata e coperta dal mistero, in attesa che incominci a prevalere la soluzione di ogni enigma.
Poiché il Silenzio eterno è la luce cui si rivolge la parziale totalità finita dei segni, ogni anima è silenziosa, accerchiando sé stessa come una totalità siffatta.
È necessità che la torre (il prevalere) delle anime silenziose sopravvenga successivamente alla torre sulla quale appaiono le impronte del finito. Il trionfo eterno del Silenzio è infatti il trionfo eterno dell’autentica «coscienza pulita», cioè del vero Amore per ogni singola esperienza.
Tutto è amato, già da sempre e per sempre desiderato e ottenuto cioè tenuto in sé stesso. La sfera infinita di luce abbraccia tutto nel Silenzio in cui essa stessa consiste, attraverso i laboriosi e finiti tragitti che, intrisi di dolore e morte, sono anch’essi amati, guardati in faccia, abbracciati. Guardare la faccia del dolore è lenirlo. La volontà di respingere il dolore è dolore. Più ci si rende conto del motivo per il quale il dolore si fa innanzi e più ci si rende conto che ogni dolore è già da sempre e per sempre oltrepassato attraverso la sua destinazione a sopraggiungere in modo sempre meno intenso, in corrispondenza dell’intensità sempre più alta secondo la quale brilla la gioia dell’Amore, cioè l’infinita tenerezza verso ogni dove.

Ogni morte, intesa come «passaggio» e cioè come «diacronia tra due sincronie» (tranne la morte della vita eterna dell’Ultimo, una morte che non può consistere in un «passaggio» siffatto), è una porta aprendo la quale si approda e cioè incomincia a lampeggiare (a prevalere) una vita diversa da quella appena morta, una diversa vita – dell’Io infinito che tutti noi siamo e che vive un certo numero di vite differenti – che, lungo il tracciato finito della Prima Volta, viene creduta come una certa vita isolata dalle altre. Nella Prima Volta, la vita diversa che sopraggiunge dopo la morte della vita precedente è, in altre parole, ciò che in quest’ultima vita (eterna) ci si illude sia qualcosa di assolutamente estraneo rispetto a questa vita.
Ciò che della «mia vita» appare all’interno della «tua vita» è il segno lasciato dalla «mia vita» nella «tua». Questo segno è cioè la traccia di «un’altra vita» (la «mia»), passata o futura rispetto alla «tua», di quel Tutto infinito in cui consiste ogni «vita» finita nel profondo più latente di sé stessa – la «latenza» essendo tale rispetto al finito stesso in quanto parzialmente distinto da sé stesso nel suo essere l’infinito il quale, dunque, è la coscienza che oltrepassa in eterno ogni «latenza», e che è così oltrepassante nel modo diacronico e quindi occultante in cui la luce sempr’accesa dello Spirito illumina sé stessa già da sempre e per l’eternità.

Siamo destinati (Noi, che siamo il Centro, il Cuore mai tremante del Tutto, il «battito» del Cuore essendo il movimento che già da sempre in eterno appare nel Cuore stesso, un tremore che non trema nel senso che ciò che incomincia e finisce di tremare non è un incominciare a tremare provenendo dal nulla assoluto, e non è un finire di tremare sprofondando nel nulla assoluto, bensì è un incominciare e finire di tremare provenendo e rientrando nella Quiete e cioè nell’assoluto non tremare del Cuore eterno) a veder sopraggiungere in Noi («sopraggiungere in Noi», cioè sopraggiungere stando già in eterno, noi in quanto sopraggiungenti, all’interno di Noi stessi in quanto non sopraggiungenti e non cessanti nel nulla assoluto) il tramonto finale che già da sempre, sin dall’Inizio, attendiamo.
Il modo più intenso in cui lo Spirito si specchia è il vertice, la sommità, il «punto» più alto (l’ultimissimo istante di vita eterna) verso il quale ognuno di noi procede già da sempre in eterno. Dimorando (prevalendo parzialmente) all’infinito sul «gradino» più alto della «scala» finita del Tutto, ognuno di noi (la coscienza stessa del Tutto) contempla, nell’immensa prospettiva più estesa, la chiarità sempreverde di ogni fioritura.
L’eterna costellazione del Silenzio è lo sguardo infinito che, in un viaggio finito di istanti lo spicco dell’ultimo dei quali è un «perdurare» senza mai più celarsi, assiste al «film» («membrana») della propria vita. Nulla va perduto del nostro apparire e quindi della «carne» e delle «ossa» che nel sempiterno apparire totale sono un finito apparire. Tutto splende in eterno, benché sia così lucente nel modo finito in cui il Tutto stesso, in quanto è (anche) parte di sé, si perde nei colori del suo splendore. E tuttavia è insieme all’ultimo colore (in quanto parzialmente diverso dai precedenti) che la luce infinita del Silenzio ritrova sé stessa nel modo più intenso e meno dispersivo e, dunque, all’infinito.


martedì 21 luglio 2015

"Ricordare" e "Rimembrare"



Riportiamo qui un estratto di Del tragico Amore  (p. 242).


In quanto il prevalere del finito (sull’infinito) si distingue da quello dell’infinito (sul finito), il prevalere dell’infinito si manifesta, nel prevalere del finito, come un futuro senza annunzio – «senza annunzio» [...], ossia non annunciato, o preannunciato in modi ancora astratti, come (ad esempio) questo mio linguaggio, rispetto alla concretezza sempre più ampia dell’annunzio che (come vedremo, soprattutto nel cap. 4°), con la morte dell’ultimo accadimento del prevalere del finito, annuncia, appunto, tutto il futuro che è tale rispetto a quella morte. E il prevalere del finito si manifesta, nel prevalere dell’infinito, come un passato [prevalentemente] ricordato, rimembrato – se nel termine «ricordare» (cfr. Glossario) risuona maggiormente il re-accordare, ossia la vibrazione delle corde del cuore (re-cordor è imparentato con re-cor: «ricordare» è anche un ri-portare nel cuore) all’unisono, e cioè, al di fuori del senso metaforico, il riaffiorare delle stesse esperienze ricordate, ferma restando la differenza ineliminabile tra l’affiorare e il riaffiorare, i quali si strutturano, rispettivamente, come la Prima Volta (cioè il prevalere del finito) e il Ritorno (ossia il prevalere dell’infinito); e se col termine «rimembrare» ci si rivolge al re-membra, cioè al ricordare attraverso la corporeità (giacché quando in quest’opera viene usato il verbo «ricordare» ci si rivolge a quello stesso cui ci si riferisce quando si nomina il «rimembrare»).

sabato 18 luglio 2015

Il sopraggiungere non sopraggiunge


Riportiamo un breve estratto del par. 13 del cap. V de La struttura concreta dell'infinito.


[...] quando Severino scrive: <<Col sopraggiungere della terra, non solo la terra incomincia ad apparire, ma dello sfondo incomincia ad apparire il suo apparir già prima che la terra incominci ad apparire […] Nello sfondo appare già da sempre, come determinazione persintattica, la necessità che la terra sopraggiunga, ma non vi può apparire la determinazione concreta con la quale la terra si affaccia per la prima volta sullo sfondo, incominciando a sopraggiungere>> (La Gloria, p. 401), si aggrovigliano in questo passo delle contraddizioni che vengono espresse da quanto segue.
                Prima di tutto, che la terra (il sopraggiungere) sopraggiunga – che la terra, cioè, appaia <<incominciando a sopraggiungere>> – non può significare che, quando si pone un siffatto sopraggiungere, <<dello sfondo incomincia ad apparire il suo apparir già prima che la terra incominci ad apparire>>. Lo sfondo, autenticamente concepito, è infatti se stesso solo in relazione agli essenti di cui appare il sopraggiungere e il cessare (di cui appare cioè il divenire). Del sopraggiungere si può dire che sopraggiunge (che cioè incomincia a sopraggiungere), solo se questo dire è significante come l’assoluta identità semantica tra il modo linguistico in cui si dice che il sopraggiungere sopraggiunge e l’altro modo linguistico in cui si dice che il sopraggiungere esiste (appare, è essente, è eterno). Se il sopraggiungere del sopraggiungere è inteso come in qualche modo (o, addirittura, assolutamente) diverso dal sopraggiungere di cui si afferma il sopraggiungere, allora è corretto affermare che il sopraggiungere non sopraggiunge, ma che è, appunto, essente, ossia è il sopraggiungere.
                Ciò vuol dire che non solo non viene ad aggiungersi il sopraggiungere <<come determinazione persintattica>> (della <<necessità che la terra sopraggiunga>>, appunto), ma non può aggiungersi nemmeno il sopraggiungere della <<determinazione concreta con la quale la terra si affaccia per la prima volta sullo sfondo>>.
                Il sopraggiungere della prima configurazione dell’eterno cammino finito degli essenti (il sopraggiungere cioè di quella <<determinazione concreta>>) è essente, ossia non incomincia a sopraggiungere – proprio perché ogni sopraggiungere è eternamente se stesso, cioè non emerge e non sprofonda in ciò che esso non è –, e pertanto non può sopravvenire rispetto a un orizzonte che si manifesti <<già prima che la terra incominci ad apparire>>. Precedentemente all’aggiungersi del primo contenuto incominciante non può apparire (esistere) nulla, perché, se qualcosa apparisse, quest’ultimo sarebbe un altro contenuto incominciante, e quindi sarebbe l’impossibilità che quella prima materia incominciante sia la prima. Non può esistere cioè il passato del più antico passato: il modo iniziale (il primo modo) in cui l’eterno sopraggiunge non è preceduto da alcunché che sia passato, nemmeno da uno sfondo che sia in attesa di quella <<determinazione concreta>>; quest’attesa attenderebbe infatti un evento futuro che nel suo sopraggiungere la oltrepasserebbe, ossia passerebbe oltre di essa, e pertanto quest’ultima passerebbe, sarebbe un passato (che in verità è impossibile).
                L’essente embrionale che affiora nell’attualità – l’essente che, già da sempre e per sempre, dà vita, avvia il sentiero finito degli eterni – è la posizione, appunto, dell’essente embrionale che affiora nell’attualità (la quale è l’essente stesso), che affiora cioè trovandosi già da sempre ed eternamente all’interno di sé in quanto è la totalità infinita dello sfondo.

domenica 5 luglio 2015

La "re-pressione" come oltrepassamento originario della "de-pressione"



Il seguente scritto è un brevissimo estratto di Matematica dello Spirito.


Percorrendo il sentiero della Prima Volta si è per lo più inclini a credere (illudendosi) che la volontà di fare sia un che di essenzialmente positivo. A volte è dominante la fede (errante) che più si è desiderosi di agire, di compiere sempre differenti e più potenti azioni, e più si è valorosi e pieni di virtù; tutto ciò volendo realizzarlo con «creatività», inventando ed escogitando sempre nuovi «piani» (o «trucchi») per sopravvivere il più a lungo possibile (sfidandosi l’uno con l’altro, facendo a gara per chi si ritiene sia il più ingegnoso, astuto, furbo – ingegno, astuzia e furbizia essendo, nella verità dell’infinito, conseguenze dell’autentica «stupidità», o «insipienza», «ignoranza» –, capace di allontanare la morte, come accade nello sport o in qualsiasi altro sottoprodotto ideologico – di tipo ad esempio sanitario, scolastico, giuridico, militare, artistico, ecc.).
La volontà errante di fare è la causa autentica di ogni malattia individuale, anche delle cosiddette «lesioni organiche». Che una volontà così intesa sia assolutamente soddisfatta è impossibile, illusorio. La contraddicentesi volontà pubblica di fare cioè di testimoniare l’autentica verità dell’essere è parzialmente soddisfatta (e cioè, anche, parzialmente insoddisfatta), nel senso che tale volontà, volendo indicare l’innegabile volontà veritativa del Tutto sempr’acceso, abbassa sempre di più la propria intensità luminosa, in corrispondenza della sempre crescente intensità secondo cui si illumina la verità degli eterni. Siamo destinati a voler fare sempre meno, in virtù dell’accorgimento sempre più terso ed esaustivo di esser già da sempre e all’infinito l’intero tracciato limitato dell’Universo.
Ci si illude che la repressione sia un che di negativo, e che «l’istinto di sopravvivenza» (il bisogno di mangiare, di bere, di «guadagnarsi da vivere», di costruire abitazioni e abbellirle e renderle confortevoli, di riscaldarsi vicino a un fuoco dopo aver tagliato interi alberi, ecc.) debba essere sempre di più salvaguardato, avvalorato e soddisfatto. In verità, è destino voler sempre di meno nutrirsi, accoppiarsi e, in generale, sopravvivere, nel significato malato della parola, poiché è destino che ci si renda sempre di più conto che l’autentica sofferenza è proprio la volontà di darsi da fare per restare in vita: tutto vive infatti in eterno, nel modo processuale che al Tutto compete di necessità e non per effetto di una volontà alienante di produrre e distruggere le cose. (In proposito, e soprattutto a riguardo del problema dell’orrore che scaturisce dal «cibarsi», dal «mangiare» – non soltanto dal «mangiar carne» –, esponevo tempo fa, all’amico filosofo Gabriele Zuppa, le seguenti considerazioni: «È  un problema [eterno] complicatissimo da affrontare Gabriele, tuttavia la soluzione [eterna] esiste, come per ogni autentico problema. Credo che sarebbe molto utile, a questo punto, se tu ed io [e altri] lo affrontassimo seriamente dal punto di vista autenticamente filosofico. Io sono vicino a quello che dici. Addirittura, è proprio la totalità della nostra volontà [contraddicentesi] di «fare» [nel senso nichilistico della parola] e quindi, anche, di «mangiare», è questa totalità ad essere l’orrore originario. Ti dirò di più: anche la frutta, la verdura ed ogni altro alimento sono in verità altro da ciò che noi crediamo che siano, in essi si annida un’enorme quantità di mondi coscienziali, e quindi tutto ciò che vogliamo «mangiare» è volontà di squartare, trafiggere, uccidere... Tuttavia, il nostro bisogno di nutrimento è destinato ad abbassare l’intensità secondo la quale esso si manifesta [già con l’avvento della dominazione di quella che io chiamo «Scienza Tecnologica», cioè della dominazione della volontà di designare la verità autentica, che include la verità degli orrori], e già questo è un andare verso il prevalere di quella «soluzione eterna»).
Il senso autentico del pensiero è la guida per merito della quale si è realmente in grado di «andare avanti», sovrastando la persuasione, priva di verità assoluta, di «andare avanti» per merito, tra l’altro, dell’ottenimento di ciò che i famosi «cinque (o più) sensi» richiedono: è il pensiero infinito a vedere, sentire e così via, e il fatto che esso veda anche attraverso «l’occhio (dell’uomo o dell’animale o di qualsiasi altro ente individuale)», o che senta anche attraverso «l’orecchio» (e così via per ogni «senso»), ciò non significa che sia «l’occhio», in quanto è una certa differenza del Tutto, ad esser ciò che, in assoluto, vede (infatti vediamo anche nel cosiddetto «sonno», o semplicemente immaginando qualcosa nella propria mente), bensì significa che «l’occhio», «l’orecchio» ed ogni altra differenza del Tutto pensante sono i diversi modi in cui quest’ultimo vede in eterno sé stesso.
La repressione autentica è quell’infinito autocontrollo del Tutto non prevalendo il quale si è destinati a naufragare nell’autentica de-pressione, cioè nel forsennato desiderio di agire, ossia nell’intensificazione (de) della volontà (illudentesi) di obbligare o sentirsi obbligati a compiere un’azione sulla base di una «legge» che, nello sguardo della verità autentica, è violabile e dunque fittizia, inautentica: la depressione è appunto l’intensificazione della volontà errante di fare (l’autentica pressione essendo propriamente tale volontà). È destino procedere verso la torre (il prevalere) giacendo sulla quale si è sempre più predisposti a reprimere cioè a controllare i propri impulsi, istinti, sogni, emozioni. La repressione è l’autentica liberazione eterna da ogni diavolo che intenda lasciarci cadere, in un’ascesa senza freni (cioè mai ultimata), nella tentazione di fare.

Neanche il tempo per guardarsi attorno e, con meschinità e saccenza, si decide di imprimere, indottrinare nella testa dei nuovi nati inesatte e non proficue informazioni. Si pensa grossomodo così: «Sei nato per merito nostro [cioè ad esempio dei genitori], e dovrai darti molto da fare se vuoi andare avanti nella vita e non marcire [morire, annientandosi per sempre]; cosa vuoi fare da grande? Dovrai adoperarti e industriarti sempre di più se vorrai essere “migliore degli altri” e non lasciarti schiacciare; dovrai farti largo servendoti di manufatti, vegetali, animali e, se necessario, anche di altri esseri umani, affinché tu possa mettere in salvo la tua salute e i tuoi interessi e privilegi; dovrai andare a scuola, studiare ciò che gli insegnanti ti dicono, senza esitare o chiedere spiegazioni; dovrai poi trovare un lavoro e ringraziare coloro che riuscissero a procurartelo; devi agire! Non stare lì a riflettere o a dormire, svegliati! [e altro ancora]». Così, il povero bambino si trova già traumatizzato e dominato da paure, angosce verso quel futuro ignoto e d’altra parte in qualche modo schematizzato e programmato da genitori, parenti, amici, professori, dottori e così via. Nemmeno il tempo di nascere ed è già un inferno.

martedì 16 giugno 2015

Sull'impossibilità della "contraddizione C"


Riportiamo qui due estratti del mio secondo saggio Del tragico Amore.

Primo estratto: "Il significato autentico della contraddizione è negazione dell'esistenza della 'contraddizione C'" (pp. 84-89)


 La necessità che la differenza tra le parti sia identica alla differenza tra il Tutto e le sue parti è, anche, l’inattuabilità di quella contraddizione, tra il Tutto e la parte, che Severino chiama «contraddizione C» (di cui si parla sin da La struttura originaria) – la quale è, nel discorso severiniano, oltrepassata già da sempre ed eternamente dal Tutto stesso in quanto apparire assolutamente concreto e infinito di ogni essente (ibid., Essenza del nichilismo, Destino della necessità, La Gloria, Oltrepassare, La morte e la terra), e la quale è anche oltrepassata «all’infinito» nella molteplicità infinita dei luoghi finiti dell’apparire (La Gloria, Oltrepassare, La morte e la terra).
«[…] la “contraddizione C” è già di per sé stessa qualcosa di impossibile. Infatti […] ciò che autenticamente si manifesta sempre e ovunque qualcosa si mostri, è quella concretezza assolutamente compiuta del Tutto che invece per Severino – avendo un significato diverso da quello che qui si sta affermando, e sebbene tenti egli stesso di non cadere in contraddizione asserendo che essa appare totalmente come ciò che non può apparire totalmente nel finito (rimanendo, essa, l’“inconscio” di quest’ultimo) –, non è ciò che immediatamente si mostra, e che dunque è qualcosa che deve essere “fondato” sulla struttura originaria e finita della verità» (La struttura concreta dell'infinito, cap. IX, par. 3).
Dato che la contraddizione C è impossibile (perché scaturisce dal mancato rilevamento dell’identità semantica tra le espressioni «differenza tra le differenze» e «differenza tra il Tutto e la differenza», e cioè dal non avvedersi che il Tutto concreto è anapoditticamente cioè originariamente in luce proprio in modo finito, ossia processuale, temporale, specifico; cfr. Appendice terza; parte terza, cap. 2°, par. 1; poi il Glossario, «Contraddirsi»), la volontà (cfr., anche qui, il Glossario) che essa esista non è impossibile, anzi, una tale volontà è proprio l’autentica ed unica contraddizione inclusa nel Tutto concreto, una contraddizione che, consistendo in ogni essente in quanto temporale, è il medesimo illudersi di essere isolati dal Tutto infinito dell’essente (mentre, nel pensiero di Severino, non solo viene affermata la contraddizione C, ma essa viene anche distinta e posta al fondamento della «contraddizione normale», cioè dell’errare dell’«isolamento della terra»).
«[…] ciò che si intende [ovvero ciò che si crede, ci si illude di] porre non è né la concretezza né l’astrattezza (che è l’intenzione stessa) – proprio perché ciò che si pone è la concretezza insieme [ovvero identica] all’astrattezza (ossia è l’astratto che si manifesta nel suo essere eternamente incluso nel concreto) –, bensì è il concreto in assenza dell’astratto, e cioè è l’astratto in assenza del concreto» (La struttura concreta dell'infinito, cap. IX, par. 3).
La contraddizione autentica, interna alla totalità infinita dell’essente immutabile, è la stessa inevitabilità che, nell’opposizione tra l’essere e il niente (ossia tra il Tutto e il nulla), il niente sia in qualche modo affermato. Poiché il nulla è parzialmente affermato (e cioè è parzialmente negato, all’interno della manifestazione concreta dell’essere come eternamente contrapposto al niente, all’interno, cioè, della negazione assoluta, propria dell’essere eterno, che il niente possa ad esso immedesimarsi), il Tutto assoluto dell’essere è anche un contraddirsi, e questo contraddirsi è la «parte» (il tempo, il divenire, l’incominciare e finire, l’astrattezza, l’incompletezza). (Per il fondamento di queste affermazioni sul senso del «nulla come affermato e come negato» e sul «contraddirsi», cfr. soprattutto i capp. II e IX de La struttura concreta dell'infinito).
Il Tutto eterno dell’essente è pienamente manifesto, ed è il fondamento di ogni sua parte (è ciò per cui si mostra ogni sua differenza finita, ed è ciò senza di cui – un’assenza impossibile – non apparirebbe alcuna differenza), la quale è lo stesso modo in cui la manifestazione piena del Tutto si oppone eternamente al nulla, ossia è, tale manifestazione, già da sempre e per sempre presso di sé. La contraddizione C, che in verità non si mostra, scaturisce dal non accorgersi, appunto, che la totalità non può essere sé stessa in modo diverso dal modo parziale in cui, di fatto e necessariamente, è originariamente in luce: poiché l’«astratto» è la modalità secondo la quale il «concreto» è il «concreto», si è completamente fuori strada quando si intende insistere nell’affermare la posizione di un senso ulteriore del «concreto». Questa (supposta, progettata, ipotetica, presunta) ulteriorità, infatti, non appare, giacché è impossibile che si sia affacciata in passato o che venga ad aggiungersi nel futuro. La contraddizione C, il suo immobile oltrepassamento (in cui consiste, secondo Severino, il Tutto assolutamente concreto) e quello mai ultimato (nel finito) non sono altro che risultati della volontà di separare il Tutto immutabile dalle sue parti (ossia della volontà contraddicentesi e interpretante che si illude di non avere dinanzi la totalità infinita degli essenti).
Se la distinzione tra l’infinito e il finito (cioè tra ogni essente – il mare, il cielo, etc. – in quanto essente e ogni essente – lo stesso mare, lo stesso cielo, etc. – in quanto certo essente) viene concepita come diversa dalla distinzione tra i finiti (cioè tra il mare, il cielo, etc.), si cade in contraddizione, perché, lo si è detto più volte, tale diversità è in verità inesistente. D’altra parte, la locuzione «tra i finiti» è semanticamente identica alla locuzione «tra gli infiniti» (cioè tra gli essenti, gli immutabili), poiché l’identità (il legame: l’Uno infinito) che unisce il mare, il cielo, etc., non aggiunge nulla ai significati «mare», «cielo», etc. (altrimenti si manifesterebbe qualcosa, ad es. il mare, di semplicemente finito – fermo restando che l’infinito oltrepassa già da sempre e per sempre le sue differenze finite, e che questo oltrepassamento eterno è il medesimo apparire di tali differenze, un apparire che, dunque, non aggiunge altri essenti a quelli in cui consistono le differenze).
Illudersi dell’esistenza di quella diversità è illudersi di non essere il Tutto semantico dell’essere eterno: il Tutto eterno, nel suo esser parte, non si accorge di ciò che esso è, cioè si persuade di esser semplicemente (cioè soltanto) parte: non ci si può illudere di esser la parte – appunto perché la parte non è illusoria (e cioè esiste, appare, non è il nulla) –, ma ci si illude (e questo illudersi è appunto la parte stessa) di non poter essere il Tutto, cioè di essere soltanto parte, cioè che la parte sia separata dal Tutto concreto dell’essente eterno, cioè che le parti siano separate tra di loro.
Se (ad es.) quelle foglie che cadono dall’albero (come qualsiasi altro essente) fossero semplicemente una parte del Tutto (senza essere il Tutto compiuto), ne verrebbe che il Tutto (essendo ogni differenza) è identico a quelle-foglie-che-non-possono-essere-il-Tutto, e cioè ne verrebbe che il Tutto non può essere il Tutto, non può essere ciò che esso è – giacché quelle foglie non potrebbero essere nemmeno delle parti, appunto perché se una parte non è parte del Tutto (cioè di sé in quanto essa è il Tutto stesso che include sé stesso come parte), allora essa non è nemmeno parte (è un nulla). Quelle foglie (e gli altri essenti immutabili) sono il Tutto già da sempre ultimato, cioè sono anche una parte del Tutto: una «parte», cioè un illudersi di non essere il Tutto infinito, nel senso che è il Tutto stesso ad illudersi di non essere sé stesso (ché, se non fosse il Tutto a illudersi di non essere il Tutto, allora l’illudersi non sarebbe l’illudersi di non essere il Tutto – fermo restando che il Tutto eterno, che è il non illudersi della verità che oltrepassa compiutamente l’illudersi in cui consistono le parti cangianti, è anche l’illudersi di non essere il Tutto eterno: il Tutto infinito è il non contraddirsi che, in quanto parte, si contraddice, cioè si illude di non essere il Tutto infinito, la «parte» essendo lo stesso «contraddirsi»).
Noi non siamo o il Tutto (l’essenza concreta dell’essente eterno) o la parte (l’individuazione finita in cui consiste ogni tempo, luogo, determinazione): siamo il Tutto e la parte, ovvero anche la parte: siamo il Tutto che è eternamente sé stesso in modo parziale, cioè temporale, processuale, astratto, individuale.
Apparendo come il Tutto concreto, ognuno di noi è l’oltrepassamento immutabile di sé stesso in quanto oltrepassamento processuale della contraddizione finita in cui consiste ogni parte diveniente. Essere ogni cosa vuol dire includere già da sempre ogni certa cosa, e cioè significa essere anche una certa cosa, nel suo distinguersi dalle altre cose: essere il Tutto significa essere anche il contraddirsi di ogni parte, ossia l’illudersi di non essere il Tutto.


Secondo estratto: la seconda sezione del paragrafo "Inattuabilità dell' 'istante senza attesa' e il presupposto sbagliato della 'contraddizione C'" (pp. 336-339)


[...] sin da La struttura originaria, ci si persuade che il Tutto concretamente infinito appaia in una dimensione ulteriore rispetto a quella dell’apparire in cui l’essente è uguale a sé in modo processuale (parziale), e non ci si rende conto, appunto, che il Tutto assolutamente concreto e già da sempre compiuto è identico a sé proprio e soltanto in modo processuale – giacché quella presunta ulteriorità (che nel discorso di Severino acquista il senso del superamento eternamente compiuto della contraddizione C, un superamento in cui appare eternamente tutto, e quindi anche tutti quegli essenti eterni destinati a sopraggiungere nel cerchio finito dell’apparire) non può esistere (e infatti non è presente, né mai potrà esserlo, una dimensione immutabile senza alcun sopraggiungere e cessare, una dimensione, cioè, che non contenga sé stessa come diveniente: ogni essente è già da sempre e per sempre identico a sé nel modo in cui incomincia e finisce, e non può esserlo in altri modi, perché è proprio il «modo» ad essere il «divenire» – «l’incominciare e il cessare» –, l’«eternità» essendo già manifesta nell’atto stesso in cui si afferma che il Tutto concreto è sé stesso in modo astratto, finito). (Cfr. Glossario, «Contraddirsi»).
Credendo in tale ulteriorità – scaturita dalla convinzione (illusoria, priva di verità) che la differenza tra le parti sia diversa dalla differenza tra Tutto e parte –, Severino pone un distacco, una separazione tale, tra finito e infinito, da esser costretto a giungere alle conclusioni de La Gloria, Oltrepassare e La morte e la terra, e cioè affermando che la totalità concretamente infinita dell’essere ha un contenuto infinito: «infinito», nel senso che i tratti della struttura totale dell’eterno non sono numerabili, giacché tale struttura totale include un ampliamento all’infinito di infinite parti di sé, le quali sopraggiungono processualmente nella molteplicità non numerabile dei cerchi finiti dell’apparire del destino. Essendo una infinità di dimensioni infinite, il Tutto non potrà mai approdare ad un ultimo accadimento: ogni sopraggiungente viene oltrepassato da altri sopraggiungenti, e così via all’infinito, verso sempre più estese dimensioni dell’Assoluto. In una tale prospettiva, è chiaro che la morte, concepita come compimento di quella che chiamiamo «la nostra vita», non può che condurre all’«istante» di cui si parla ne La morte e la terra.
Infatti, non scorgendo che tutto ciò che un essente non vede in sé stesso, in quanto (tale essente) è distinto dall’altro da sé, lo vede nei tempi diversi da quello in cui tale essente consiste (e la differenza tra i «tempi» è la stessa differenza tra le «parti», cioè tra gli essenti in quanto distinti tra di loro cioè dall’essente in quanto relazione infinita che unisce eternamente ogni propria distinzione), Severino pone, nel suo discorso filosofico, sia il Tutto infinito come oltrepassamento immutabile della contraddizione C in cui consiste il Tutto finito, sia la molteplicità infinita dei cerchi finiti come distinta dall’iposintassi includente la «terra» (il «sopraggiungente»), destinata, quest’ultima, a sopraggiungere in tratti sempre finiti di sé stessa (la «dimensione infinita» in cui consiste la terra rimanendo, infatti, un non sopraggiungente).
Pertanto, distinguendo (contraddittoriamente, stiamo dicendo noi) il «cerchio finito» dal «diveniente» (cioè dalla «terra» e dall’apparire dell’«iposintassi»), e distinguendoli, a loro volta (ancora contraddittoriamente), dall’«errare dell’isolamento della terra» (e pertanto dalla «volontà empirica», cioè dalla «vita» come volontà di potenza e dal «dolore»), è chiaro che è impossibile (seguendo il discorso di Severino) che sia un «cerchio finito» a sopraggiungere, permanere per un certo tempo e giungere alla propria morte; e quindi è altrettanto impossibile che con tale morte sopraggiunga un «passaggio» (quale, invece, si sta affermando in questo libro). Nel discorso di Severino, difatti, è nel «cerchio finito» che il sopraggiungente sopraggiunge, ed è pertanto contraddittorio che sia tale cerchio a sopraggiungere.
In verità (al di là di ciò che Severino intende indicare col suo linguaggio), il sopraggiungente sopraggiunge dimorando eternamente all’interno di sé stesso in quanto non sopraggiungente, e cioè, possiamo dire, «proviene» da sé stesso in quanto non sopraggiungente, «entrando» in sé stesso in quanto sopraggiungente (entrante); ciò può ed è necessario che appaia, proprio perché la totalità contiene sé stessa come sopraggiungente e congedantesi. Per questi motivi, non c’è alcun bisogno di un invariante cerchio finito che sia distinto dall’invariante cerchio infinito e dalla finitezza variante. Infatti, il «variante» (la «terra», l’«iposintassi», l’«errare») è il «finito» stesso, in quanto tale (è il «cerchio finito»); e l’«invariante» è assolutamente identico al «Tutto infinito» (al «cerchio infinito»).

giovedì 26 marzo 2015

"Le intenzioni implicite ed esplicite del linguaggio": un altro estratto de "Le Materie Prime della coscienza"



Si esponga, qui di seguito, un estratto del paragrafo 1 (cap. 1, [A.], III, parte seconda, Le Materie Prime della coscienza) "Mitologia Greca: l'Orfismo, Omero, Esiodo. Le intenzioni implicite ed esplicite del linguaggio".


Ogni Filosofia è, anzitutto, la Filosofia autentica del Tutto, che include sé stessa come l’autentico linguaggio indicante appunto sé stesso nel suo esser il medesimo significato filosofico dell’essente. Tuttavia, il linguaggio (e quindi primariamente il linguaggio filosofico, che contiene sé stesso in una serie finita di linguaggi: linguaggio artistico, giuridico, economico, animale, orientale, occidentale, politico, tecnico-scientifico, poetico, ecc.), pur designando il significato concreto del Tutto, si struttura originariamente come l’illudersi di indicare altro da ciò che questo significato significa. Anche questo saggio (insieme a La struttura concreta dell'infinito e Del tragico Amore) è un linguaggio che si rivolge al Tutto infinito, e tuttavia è un illudersi di riferirsi ad altro (ad esempio alla convinzione che quel certo essente che viene definito come «la parola “essere”» sia propriamente e solamente tale definizione, nel modo in cui quest’ultima viene concepita come una delle forme di comunicazione più dirette intorno alla persuasione di essere, emergendo e rientrando nel nulla assoluto): tale linguaggio è un illudersi siffatto sebbene esso intenda esplicitamente rivolgersi alla verità del Tutto, al contrario di altri linguaggi in cui questa intenzione rimane implicita o addirittura soppiantata dall’intenzione opposta.
Ciò significa che anche il linguaggio appropriato alla cultura del Regno Della Similarità Prevalente (Regno SP) (che sia la cultura orientale o che sia quella occidentale o di altro tipo; e che sia il linguaggio platonico o quello cartesiano, ecc.) è, in verità, il linguaggio autentico che designa il Tutto semantico dell’essente eterno: il linguaggio autentico che indica sé stesso nel suo essere il Tutto: il linguaggio autentico che, in quanto distinto da sé nel suo essere il Tutto, è tuttavia l’illudersi di non essere e di non indicare il Tutto. Si tratta quindi di scorgere secondo quali peculiari aspetti si costituisce il linguaggio del Regno SP : se si costituisce così come si struttura il linguaggio di questa opera (e dei miei altri saggi), oppure se si costituisce secondo implicitezze o intenzioni che differiscono dall’intenzione esplicita, propria di quest’opera, di riferirsi al Tutto semantico dell’essere.
Il linguaggio filosofico che si sta portando avanti sin da La struttura concreta dell’infinito è un’intenzione esplicita di indicare il Tutto semantico. Pertanto, rimane un problema stabilire quali siano altre intenzioni esplicite siffatte e in quali essenti consistano sia le intenzioni implicite di indicare il Tutto, sia le intenzioni (implicite ed esplicite) di riferirsi ad altro. E quindi rimane un problema, anche, stabilire l’autentico ordine di successione che conduce da una certa intenzione (ad esempio quella di Severino) ad una cert’altra intenzione (ad esempio la mia); così come rimane un problema stabilire se in una certa coscienza (ad es. in quella di Severino) è presente o meno un’intenzione diversa (nel «linguaggio interiore») da quella da cui scaturisce il «linguaggio esteriore» appartenente a tale coscienza.
Si badi: il mio linguaggio, qui ed ora, appare nel percorso eterno della Prima Volta, cioè del prevalere del linguaggio, ossia del prevalere dell’illudersi di non essere il Tutto, del prevalere, cioè, di quell’autentica testimonianza del Tutto la quale è identica all’illudersi di non esser tale testimonianza. Quindi questo mio linguaggio non è (come ogni altro linguaggio spettante a quel percorso) il prevalere della verità (indicata dal linguaggio). Poiché la testimonianza della verità è sia l’intenzione (implicita ed esplicita) di indicare il Tutto (appunto perché tale testimonianza è testimonianza della verità del Tutto), sia l’intenzione (implicita ed esplicita) di indicare il nulla (appunto perché tale testimonianza è un non esser ciò che essa stessa indica), è necessario che in ogni coscienza del tracciato della Prima Volta prevalga o l’intenzione (implicita o esplicita) di indicare il Tutto, o l’intenzione (implicita o esplicita) di indicare il nulla, ma fermo restando che questo prevalere è tale non già rispetto alla verità, bensì all’interno del modo in cui a prevalere è la non verità del linguaggio. Ciò significa che se e poiché nella mia coscienza prevale l’intenzione esplicita di indicare la verità del Tutto, ne risulta che è sì inevitabile che tale prevalere sopraggiunga, all’interno del sentiero finito della Prima Volta, successivamente al sopraggiungere sia del prevalere (in altre coscienze eterne) dell’intenzione (implicita ed esplicita) di indicare il nulla, sia del prevalere dell’intenzione implicita di indicare il Tutto; ma rimane problematico stabilire sia 1) se le (necessarie) altre intenzioni esplicite di indicare il Tutto sopraggiungano soltanto dopo il sopraggiungere della mia (essendo infatti inevitabile che esistano intenzioni esplicite siffatte che affiorano dopo la mia – dato che la mia appare all’interno del tracciato del Regno SP, il quale è necessariamente seguito da altri tracciati prima che sopraggiunga il Passaggio che conduce all’eterna via finita del Ritorno –, ed essendo invece un problema, si sta dicendo, scorgere se prima della mia sopraggiunga un certo numero di altre intenzioni esplicite siffatte), sia 2) l’esatta quantità-qualità delle intenzioni diverse dalla mia. (Il linguaggio che procede da La struttura concreta dell’infinito verso Le Materie Prime della coscienza è comunque interno alla fase transitoria che si pone tra la dominazione della volontà privata di potenza e la dominazione della volontà pubblica di potenza ovvero della volontà di indicare la verità autentica; ciò significa che tale linguaggio è una delle anticipazioni del modo in cui quest’ultima volontà è destinata a dominare nel Regno SP).
In proposito, si richiamino questi passi del mio saggio Del Tragico Amore:
«Poiché ogni parola [...], nel suo legame con l’esser segno [cioè un indicare] che compete ad ogni essente in quanto parte del Tutto concreto, si manifesta immediatamente [...] come testimoniante un significato (l’unico: il Tutto semantico della struttura infinita dell’essere), e si manifesta in tal modo al di là delle intenzioni (“al di là”, nel senso che è l’infinito semantico ad includere sé stesso come tali intenzioni, e non viceversa), relative ai segni, di testimoniarlo o meno, allora è chiaro che io, che intendo indicare, per mezzo di ciò che qualifico come “i miei libri” (e anche “il mio linguaggio interiore”), il vero significato universale dell’essere, lo indico [...], in quanto segno autentico di tale significato, oltrepassando già da sempre ed eternamente la mia intenzione di indicarlo; e quindi lo indicherei anche nel caso in cui avessi l’intenzione opposta, cioè quella di non indicarlo.
«Ciò significa che io, Severino, Heidegger, Nietzsche, Hegel, Spinoza, Leibniz, Cartesio, Agostino, Aristotele, Epicuro, Platone, Socrate, Parmenide, Gorgia, Anassimene, Anassimandro, Talete; e poi, ancora, un bambino, mia madre, i miei amici e qualsiasi forma di coscienza (dell’intero universo), indichiamo, al di fuori delle nostre stesse intenzioni (positive o negative, che siano esplicitamente o implicitamente così indicanti), ciò che in verità noi (ogni essente) siamo, ossia il significato concreto del Tutto infinito dell’essente eterno.
«Certamente, ciò non vuol dire che quelle intenzioni non sussistano e non siano considerevoli,  ma significa che qualsiasi intenzione noi si abbia, si pone in sé e per sé il nostro testimoniare la (nostra) verità eterna. Diciamo tutti la stessa cosa (cioè siamo tutti il medesimo: l’unica totalità concreta degli essenti), in modi differenti; se, poi, alcuni di questi modi non si costituiscono [non appaiono] come l’intenzione di designare questa verità [...], ne risulta che i modi in cui tale intenzione è prevalente differiscono da quegli altri (in cui è prevalente l’intenzione opposta) secondo direttive (modalità, procedure) oltrepassanti quelle secondo cui quei modi, in cui è dominante l’intenzione di non testimoniare l’Intero semantico, differiscono tra di loro.
«Sebbene gli “scritti” di Severino (e di altri) non dicano quello stesso [quelle medesime espressioni] che i miei “scritti” dicono (nel senso che, adeguandosi alle regole che appartengono al “nostro” linguaggio, appare evidente la differenza tra le proposizioni dei miei libri e quelle dei libri di Severino e di altri), rimane comunque un problema, per questo mio linguaggio attuale, stabilire quale sia effettivamente l’intenzione che, nella coscienza di quell’essente [cioè di quella coscienza] che viene chiamato “Severino” (o “Plotino”, “Fichte” e altri ancora), appare in relazione a quegli “scritti”.
«[...] Qualsivoglia “scritto” [...] è travisato, non decifrato; tuttavia, in quanto esso è traccia del significato reale che si manifesta, lo “scritto” designa, in verità, il significato in quanto significato: ogni “scritto” indica, in modi differenti a seconda della diversità delle tracce [segni] in cui lo “scritto” consiste, il medesimo significato.

«Rimane problematico, d’altra parte [...], quale sia esattamente il proponimento, da parte di chi scrive (ad esempio di Schopenhauer), che configura il campo semantico del segno che, in modo non subordinato a tale proponimento, denota pur sempre lo stesso significato eterno del Tutto. In altre parole: può anche darsi che ciò che effettivamente intende Schopenhauer (o chiunque altro) nella propria coscienza [nel proprio essere il Tutto eterno di cui fa anche parte] sia differente dal modo in cui i suoi “scritti” lasciano intendere; e tuttavia, tali “scritti” e ciò cui si rivolge la mente di Schopenhauer sono in ogni caso lo stesso di ciò che appare in ogni coscienza e di ciò che ogni altro “scritto” significa» (pp. 65-67).

martedì 10 febbraio 2015

Pubblicazione de "Le Materie Prime della coscienza"



























Per acquistare direttamente dal sito della casa editrice (il libro essendo disponibile anche in altri store online): http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/saggistica/le-materie-prime-della-coscienza.html

Titolo: Le Materie Prime della coscienza
Sottotitolo: con un Manuale di storia della Filosofia, agli occhi della verità autentica
Pagine: 756
Data di pubblicazione: febbraio 2015
Prezzo di copertina: 38 euro

"Indice": http://marcopellegrino.blogspot.it/2014/12/indice-de-le-materie-prime-della.html

"Prefazione" (di Alberto Maso): http://marcopellegrino.blogspot.it/2015/01/le-materie-prime-della-coscienza.html

"Quarta di Copertina" (di Andrea Berardinelli): http://marcopellegrino.blogspot.it/2015/01/quarta-di-copertina-de-le-materie-prime.html

Un estratto della "Introduzione" de Le Materie Prime della coscienzahttp://marcopellegrino.blogspot.it/2015/01/su-le-materie-prime-della-coscienza-un.html

Gorgia (estratto de Le Materie Prime della coscienza):  http://marcopellegrino.blogspot.it/2015/01/gorgia-estratto-de-le-materie-prime.html

Un altro estratto de Le Materie Prime della coscienzahttp://marcopellegrino.blogspot.it/2013/07/rapporto-tra-lautentica-filosofia-e-le.html

Come accostarsi ai miei scritti e a quelli di Severino: http://marcopellegrino.blogspot.it/2015/02/come-accostarsi-ai-miei-scritti-e.html?spref=fb

Sulla morte, ulteriori delucidazioni, dopo Le Materie Prime della coscienzahttp://marcopellegrino.blogspot.it/2015/02/sulla-morte-ulteriori-delucidazioni.html

Ancora un estratto de Le Materie Prime della coscienza: http://marcopellegrino.blogspot.it/2015/03/le-intenzioni-implicite-ed-esplicite.html