mercoledì 26 giugno 2019

Nudità di ogni menzogna



Riporto questo passo di Silenzi e respiri del destino (p. 48) adorato dal "tu" a cui le mie poesie si rivolgono.

[In Matematica dello Spirito si dice infatti: «Tutto ciò che si trova ancora contornato dal (finito) non appagamento, che scaturisce dal mancato rilevamento della decifrazione dei crepuscoli, delle tracce che lo Spirito infinito lascia nelle membra di ogni coscienza, è destino che venga oltre-passato dal castello, sempre più ampio, in cui a regnare è la simultaneità di ogni coscienza. Ogni simulacro appropriato alle coscienze finite è impossibile che, ombreggiando l’intima natura che in esse alberga, prenda spicco “per sempre”. Ogni menzogna che ognuno di noi dice a sé stesso e ad ogni altro, credendo di inventare e di diventare dei “personaggi”, è destino che si spogli e, nuda, mostri (ad ognuno di noi, nella totalità che ci unisce) ciò che essa in verità è» – pp. 14-15].

lunedì 13 maggio 2019

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sabato 20 aprile 2019

"Tormento"



Tormento



Tormento
Comprimere e opprimersi
Ripetuti sussulti
In vibrazione costante
Battiti pressanti
Di circoli in fiamme roventi.

Tormento
Ricettacolo di un arcano
Segreto nell'antro più perverso
Ambiguità venuta da lontano.

Tormento
Straziante e lancinante
Tra un sospiro e l'altro
Ma in Verità rassicurante
Affinché, Essa, risplenda
Sin dall'eternita
E nel mio dolore
Compagno di vita
Alleato di solitarie mestizie
Quasi ininterrotte
Fedele e infedele
Affiora e si accomoda in me
Pur per lungo tempo
Compare in me per lasciarmi andare
Per uno squarcio d'emozione
Di un respiro
Mi lascia e subito dopo risuona in me
Attimi d'assenza
Nel mio buio orizzonte di Luce
Attimi d'assenza
Nel volto del dolore.

Tormento
Dispiegarsi di coscienze venose
Sempre più strette corde
Deviazioni fuori tracciato
Fuori controllo
Tra scosse e oscillazioni
Di densa, tediosa e severa Luce.
Tormento
Imminente sgretolarsi
Di mondi pietrosi di Luce ombrosa
Coscienze minerali segregate
Nel mio corpo rinchiuso
In ancor più ampie prigionie.
Tormento
Carezze ingannevoli
Di morbidi tessuti di tetra Luce
Con punti di un oscuro sprigionarsi verso l'alto.

Tormento
Come Quiete di tempesta
Del Suo risalto attendo l'avvento.
Tormento
Solo io posso amarti, ora...
Nella mia sfera di Coscienza
"Amare": "esperire" nell'Autentico
In attesa che ogni sfera
Lampeggi come unico Sguardo
Rimembrando nella Gioia ogni strazio
Guardandolo in faccia
Amandolo in Cerchio
Accolto ormai nel Calore infinito.

Tormento
Tornando a me
Quello dell'oceano "altrui"
È per me, in Verità, più lacerante
Le notti piangono quando
Da solo in cucina
Traspaio in quelle miriadi di gocce

sabato 29 settembre 2018

Corpo umano e pensiero: un estratto di "Silenzi e respiri del destino"




[pp. 442-443]

Solitamente, l’uomo non dice mai di essere l’albero, il monte, la vita degli altri esseri umani, una stella, ecc. E quindi si trova prevalentemente nell’illusione. [...]
Quello che l’uomo chiama «il corpo umano», in quanto (anche) distinto dagli altri essenti, in verità è in luce all’interno della visione immediata (l’infinito che in verità ogni essente è) che osserva (anche) «il corpo umano» come distinto dagli altri eterni. È il pensiero (la coscienza) a vedere, non l’«occhio» (in quanto distinto dagli altri essenti). L’occhio, in quanto distinto dagli altri eterni, è una delle molteplici prospettive finite attraverso le quali il pensiero vede, ma è appunto e sempre il pensiero a vedere (giacché il «vedere» è lo stesso «essere» di ciò che è anche un «veduto»), poiché esso è il vedere stesso.
Tuttavia, ciò non significa che l’occhio così inteso non sia un vedere, bensì significa che esso, così inteso, è uno dei tanti «ciò attraverso cui» il pensiero vede. Durante il cosiddetto «sonno», non è l’occhio così inteso a vedere i cosiddetti «sogni». Oppure, quando si ha una certa immagine nella propria mente, non è l’occhio a vederla. È sempre e soltanto il pensiero a vedere.
Noi tutti siamo destinati a renderci sempre più conto di essere da sempre il pensiero assoluto in cui il destino infinito del Tutto consiste. L’inconscio di ognuno di noi, in quanto siamo (anche) modi finiti di apparire, è lo stesso per ognuno di tali modi, giacché è tale stessità che, ad un certo punto di quello che possiamo chiamare «il processo universale» (cioè il cammino finito che nell’infinito si manifesta), incomincia a brillare come ciò che essa in verità è, cioè come coscienza infinita che si lascia alle spalle il prevalere della propria illusione di esser soltanto una finita coscienza.

sabato 16 giugno 2018

Temporalizzarsi del Presente Eterno



Il futuro, ossia ciò che è anche un futuro è, anzitutto, il Presente Eterno che ogni tempo è (anche quello del più lontano passato), in quanto concretamente unito ad ogni altro tempo. Essendo l’unico Presente Eterno del Tutto, ciò che appare anche come un futuro può apparire in tal modo solo in quanto è un «presente temporale» (all'interno di sé, appunto, in quanto Presente Eterno) e quindi (anche) quello in cui consiste il «futuro». Ciò significa che il futuro non è soltanto un «poi», anzi può essere (anche) un «poi» solo in quanto è, originariamente, già da sempre accaduto, nel modo in cui, appunto, accade anche come un «poi». Si procede verso il futuro, pertanto, nel senso che si procede verso ciò che, originariamente, è già accaduto sin dall’eternità e continua ad accadere, sempre, già da sempre e per l’eternità. Ed è proprio perché brilla già da sempre in sé stesso, è proprio perché, cioè, il futuro non ha mai cominciato ad essere questo brillare già da sempre e all’infinito, è proprio per questo che esso può ed è necessario che sia così già da sempre accaduto nel modo in cui è anche un «poi», cioè nel modo in cui si procede verso di esso.

Il futuro, pertanto, come ogni altro tempo (= luogo), è sempre in luce, ma nel modo opportuno. Per ora, inteso come ciò che non è più atteso ma che è già sopraggiunto brillando nella Luce di sé stesso, il futuro non prende spicco (ossia non ci si accorge di esso) pur apparendo, e tuttavia brilla già, appunto, come atteso, e cioè questo «presente temporale» è la stessa «attesa» eterna dell’eterno futuro destinato a brillare. Decifrando correttamente solo alcuni dei segni che appaiono, ci si può già in qualche modo accorgere della «carne» e delle «ossa» vissute dal/nel futuro. Basta guardarsi attorno (= respectus = decifrare senza alterare il volto che appare) e avvertire di essere il Tutto, cioè il Presente Eterno che sta al fondamento di ogni proprio tempo (= luogo = differenziazione) interno. Tutto ciò che, scorrettamente, interpretiamo come l’esser soltanto «coscienza altrui», è in verità un passato o un futuro di quella che per ognuno è la «propria vita».
Io, nella mia vita, sto già osservando, nel modo congruente e opportuno, alcune di quelle vite che, rispetto alla mia, sono un passato (per lo più obliato) e un futuro (per lo più imprevedibile). Se, ora, prevalesse l’Eterno Presente che tutti sempre siamo e cioè che sempre appare, prevarrebbe la decifrazione esaustiva di tutti quei segni che ora, non decifrandoli esaustivamente ma in forma molto ridotta e comunque parziale, ci gettano per lo più nell’illusione di non vedere l’Eterno Presente e quindi tutti i suoi tempi (compreso il futuro).

Quando a brillare sarà (è) la verità del Tutto gioioso (che tutti siamo), la sofferenza non verrà meno, bensì verrà patita con sempre minor intensità, nel senso che essa stessa verrà sempre più amata (accettata, pur con senso critico). In realtà, il Presente Eterno, al prevalere del quale siamo destinati (già da sempre e che già da sempre viviamo, in verità), è l’Amplesso di tutto con tutto: il Concerto di ogni esperienza sensibile con ogni altra. L’Anima o Coscienza di cui qui si sta parlando è lo stesso Organismo o Corpo Vivente Assoluto, è cioè l'identità che lega in eterno tutti i «corpi finiti». Quindi non è una Coscienza che non sia «partecipe», «in carne ed ossa», di tutto ciò che si prova attraverso la corporeità. La Coscienza totale sente tutto, prova tutto, gioisce di ogni gioia e patisce ogni dolore, in concreto.