sabato 26 maggio 2012

"Del tragico Amore": quarta di copertina (a cura di Andrea Berardinelli)


  
   <<Non esiste cosa che non sia l’Amore, non esiste esperienza che non sia un gesto d’Amore>>. Con queste parole esordisce l’Autore nell'opera che segue La struttura concreta dell’infinito, ove si compiono i passi decisivi verso il superamento dell’immensa opera di Emanuele Severino.
   L’Amore di cui parla Pellegrino non è un astratto sentimentalismo. Esso rappresenta la chiusura ontologica del discorso sul Tutto. Il legame che unisce gli essenti, che essi credano di volerlo o meno, è l’Amore. La necessità dell’accadimento delle cose implica, però, che questo Amore sia anche tragico, perché alla sua essenza è legato il manifestarsi del dolore.
   Nel caos esistenziale del nostro tempo avvertiamo dentro di noi una sensazione di infinita impotenza di fronte alla tragicità degli avvenimenti. Ci consideriamo esseri finiti privi di un valore reale nel mondo. Ma ognuno di noi, nel proprio profondo, è l’unica verità eterna dell’infinito, nei modi finiti e temporali in cui essa è sé stessa.
   Ogni avvenimento è movimento del Tutto, la scintilla divina avvolge ogni singolo apparire. E tuttavia il Tutto non è il <<grande inquisitore>> che punisce o premia a seconda dei comportamenti terreni. La vera divinità consiste nella coscienza di ognuno di noi – noi, destinati all’ultimo tratto del cammino dell’infinito, giacché (come dice l’Autore) <<osserviamo dall’alto, senza vertigini, l’intero percorso che ci ha portato fino a quel punto>>.
   Il massimo dolore è un passo verso il <<prevalere>> dell’Amore come legame infinito. Un prevalere definitivo che, nel discorso dell’Autore, non si struttura come speranza, bensì come incontraddittoria necessità.

mercoledì 9 maggio 2012

"Del tragico Amore" (proseguimento de "La struttura concreta dell'infinito")



Titolo: Del tragico Amore
Editore: Youcanprint
Pagine: 416
Data di uscita: giugno 2012

INDICE




Prefazione

Prologo
            
       Dialogo tra me e me

Avvertenza

PARTE PRIMA

INTRODUZIONE. Da La struttura concreta 
dell'infinito a Del tragico Amore

CAPITOLO PRIMO. Richiami e delucidazioni sulle tematiche principali sviluppate ne La struttura concreta dell'infinito

1.    Richiamo generale: le stanze della casa infinita dell'essere
2.    L'intenzione di indicare la verità e l'autentico significato della <<filosofia>>
3.   Identità e differenze semantiche tra termini: l'<<essere>> è l'<<apparire>> cioè l'<<eternità>> (<<totalità>>, <<infinito>>, <<felicità>>, etc.), distinti e legati alla <<parte>> identica al <<tempo>> cioè al <<luogo>> (<<finitezza>>, <<nascita e morte>>, <<sofferenza>>, etc.)
4.   Trascendenza infinita e finitezza diveniente; numerabilità delle parti in relazione al primo e all'ultimo evento dell'infinito; la coscienza altrui
5.    Il significato autentico della contraddizione è negazione dell'esistenza della <<contraddizione C>>

CAPITOLO SECONDO. Del tragico Amore risponde alle domande de La struttura concreta dell'infinito

1.    Il prevalere del Tutto si lascia alle spalle il prevalere della parte
2.    Tragicità modale dell'Amore coscienziale: dalla Prima Volta al Ritorno
3.    Prima della nascita e dopo la morte: i <<passaggi>> e il Passaggio <<centrale>>
4.    Rapporto tra il percorso finito del Tutto e la <<storia dell’uomo>>
5.    Ripresa della metafora del <<libro>> e delle sue <<pagine>>

APPENDICI (ALL'INTRODUZIONE)

APPENDICE PRIMA. Il linguaggio ultimo di Severino

        Breve sintesi de La morte e la terra

APPENDICE SECONDA. Tra il <<personale>> e l’infinito, tra Severino e l'Occidente

        Risposta ad alcune domande di Alessandro Bagnato

APPENDICE TERZA. Tra il mio linguaggio filosofico e quello di Severino

        Discussione con Roberto Fiaschi

APPENDICE QUARTA. Delucidazioni sul par. 2 del cap. I de La struttura concreta dell'infinito<<Il segno è oltrepassato da ciò di cui esso è il segno>>

           Confronto con Pietro De Luigi

APPENDICE QUINTA. La <<classe>>, l’<<inclusione>>, la <<parte>>: tra Gödel, Strumia e Russell (e altri ancora)

        Una replica ad altre interessanti osservazioni di De Luigi


PARTE SECONDA

PARTE CENTRALE: SVILUPPO ANALITICO. La Prima Volta, il Passaggio e il Ritorno: amarsi dall'Inizio alla vita dell'Ultimo

CAPITOLO PRIMO. L'eternità del movimento: oltre i malintesi provocati dal linguaggio

1.     Precisazione sulle differenze linguistiche
2.     Delucidazione intorno all'identità semantica tra la differenza di Tutto-parte e la differenza tra le parti
3.     Sui termini <<eternamente>> e <<temporalmente>>

CAPITOLO SECONDO. La <<vita>> e la numerabilità dei modi in cui l'infinito è infinito

1.     L'equilibrio strutturale tra gli squilibri: la relazione tra il prevalere del finito e il prevalere dell'infinito
2.     Domandare e rispondere
3.     I modi in cui <<questa mia vita>> si distingue ed è unita ad <<ogni altra vita>>
4.     Noi siamo la totalità delle <<vite>>: il rinvio dei <<modi>> non si prolunga in indefinitum

CAPITOLO TERZO. Il cammino della Prima Volta: l'Inizio e il prevalere del dolore della morte

1.     La vita dell'Inizio
2.     I <<passaggi>> e la morte; diacronie e sincronie
3.     Passare da una vita all'altra del tracciato della Prima Volta: la morte come un <<prender fiato>>
4.     Non leggere i segni: dimenticanza del passato e imprevedibilità del futuro
5.     Ascesa senza saliscendi: la scala perfetta dell'infinito
6.     La Prima Volta: dalla paura alla depressione

CAPITOLO QUARTO. Il Passaggio e la via del Ritorno: il prevalere dell'Amore

1.     Il Passaggio: rimembrare il passato ed annunciare il futuro
2.     Libera necessità di essere il tragico Amore
3.     Il Ritorno: il riaffiorare di tutti gli eterni della Prima Volta
4.     Il valore autentico di ogni cosa: gioire soffrendo
5.     Verso la vita dell'Ultimo
6.     Aporia e soluzione


PARTE TERZA

POSTILLE. Confronto tra Del tragico Amore e La morte e la terra; su Severino: impossibilità dell'<<istante>> della morte

CAPITOLO PRIMO. Richiami e approfondimenti sulla confutazione dell'impianto logico che ha condotto Severino alle conseguenze de La morte e la terra

1.     L'inevitabile <<sopraggiungente inoltrepassabile>> e l'oltrepassamento autentico di ogni oblio
2.     Identità e differenza tra l'Io della verità e l'io dell'errore
3.     Il vero senso del Tutto infinito

CAPITOLO SECONDO. <<Reincarnarsi>> e <<risorgere>> nella verità del tragico Amore e negazione degli infiniti <<istanti>> del morire

1.     Inattuabilità dell’<<istante senza attesa>> e il presupposto sbagliato della <<contraddizione C>>
2.   Necessità dell’autentico senso della <<resurrezione>>, della <<reincarnazione>> e delle <<vite precedenti e successive>>
3.     Ancora sulla contraddittorietà di quell’<<istante>>. Impossibilità dell’<<Indecifrabile>>
4.     <<Questa nostra vita>> è vissuta, in verità, dall’Io infinito: negazione delle <<simultaneità>> cui si rivolge Severino
5.     Nel prevalere dell'Amore il dolore rimanela <<Gloria della Gioia>> come sublime vanagloria


Epilogo

        Ripresa del <<Prologo>>

Conclusioni

Glossario

Note bibliografiche





venerdì 2 marzo 2012

Intervista


Ho rilasciato quest’intervista al giovane filosofo Alessandro Bagnato



1) Ciao Marco e ben venuto nel mio blog, vuoi presentarti ai miei lettori?

Ciao a te, Alessandro, e a tutti coloro che leggeranno quest’intervista. Vorrei avvertire, anzitutto, che sarebbe bene che chi legge queste parole volgesse lo sguardo non semplicemente a <<Marco Pellegrino e al suo libro>>, bensì a ciò che essi cercano di testimoniare (sono io stesso, infatti, a trovare antipatica la mia presunzione, e quindi essa lascia il tempo che trova: il modo in cui si parla di qualcosa deve essere posto <<al centro dell’attenzione>> solo nel caso in cui ciò che si intende dire è un errore; se, invece, ciò che si intende dire è verità, non è il caso di soffermarsi sul modo – presuntuoso o meno – in cui lo si dice). Non è importante che si sappia molto sul mio conto, altrimenti l’attenzione rischierebbe, appunto, di spostarsi su ciò che si crede che esista, e cioè su alcunché (poiché ciò in cui il credere crede non ha alcuna validità semantica al di fuori del credere che crede in esso). Solo l’errore (il credere), infatti, può convincersi dell’esistenza di ciò che chiamiamo <<Marco Pellegrino, individuo umano che ha avuto la capacità, ad un certo momento del tempo, di scrivere un libro>>. Tuttavia, al di là di ciò che l’interpretazione (che è sempre contraddizione) vorrebbe esistente, ciò che concretamente si manifesta nel corso della mia e di ogni altra vita non è illusorio, e in questo senso posso dire che esternare alcune esperienze della mia vita può essere utile sia per chi si ritiene ormai <<uomo vissuto>>, sia per chi, ancora adolescente, si trova di fronte ad un bivio, a dover fare delle scelte. Ecco, per questo lato, affermo di non avere né rimorsi né rimpianti, sia perché, in verità, tutto è già da sempre accaduto,  sia perché, nei miei limiti individuali, sono contento di aver privilegiato il pensiero, la ragione (in una parola: il puro filosofare), piuttosto che abbandonarmi in vuote ambizioni sociali.

2) Vuoi parlarci del tuo libro “La struttura concreta dell’infinito” edito da Youcanprint ? Perché hai scritto questo libro?

Altro è chiedere il motivo per cui si scrive, altro è chiedere il motivo per cui viene pubblicato quel che si scrive; e altro ancora è chiedere il motivo per cui si riflette su ciò che, poi, viene scritto e/o pubblicato – e quest’ultimo motivo è quello fondamentale, quello cioè che più conta.
Rifletto (cioè passo le mie giornate, da più di dieci anni, a filosofare: ragionare, pensare), sulle tematiche squisitamente <<filosofiche>>, perché solo chi vive persuaso di ciò che le <<classi sociali>> (e una <<classe sociale>> è anche, ad esempio, la <<famiglia>> o il <<genitore>>, riduttivisticamente intesi) tendono a reclamizzare (per convenienza, comodità, interessi, intermediazioni, dominio politico e di altro tipo), solo chi vive in questo modo, sto dicendo, non è chiamato (dalla propria coscienza) a filosofare con serietà. Quando all'età di 13-14 anni ti senti dire con una certa insistenza e arroganza: <<Tu devi fare questo piuttosto che quest’altro>>, oppure, ancora: <<Cosa vuoi fare da grande?!? Sbrigati a decidere!>>, ecco, quando ascolti certi discorsi, è chiaro che, se sei fragile e ti lasci condizionare da coloro che ritieni siano il tuo <<prossimo>>, soccombi e diventi prima <<schiavo>> della società, per poi addirittura illuderti di aver raggiunto la felicità, con l’ottenimento degli scopi prefissi; io, invece, ho imboccato l’altra strada, sono andato avanti per conto mio, a costo di isolarmi ed essere denigrato e incompreso: nella primissima fase dell’adolescenza, ho scelto (giustamente: ora lo dico con fermezza assoluta) di filosofare: perché la vita? Perché devo fare questo e non quest’altro? Perché amare o odiare? Perché sono nato? È vero che sono nato o è un’illusione? Cos’è la morte? In cosa consiste tutto questo che chiamiamo <<l’essere>> o <<l’universo>>? Le classiche domande che stanno al fondamento di ogni altra e anche dei falsi problemi (cioè quelli che, nel quotidiano, ci riempiono d’ansia e che basterebbe pensare all’eternità di ogni evento per capire che la loro soluzione non esiste, perché il problema autentico è illudersi che essi esistano). (Che sia chiaro, però, la mia non è polemica, bensì è semplicemente un criticare descrivendo la realtà dei fatti).
La riflessione porta poi alla scrittura, per non lasciare nell’oblio le tante analisi implicate dal pensiero razionale. Ripeto spesso che scrivo per non dimenticare quello che penso (relativo alle tematiche strettamente <<filosofiche>>).
Infine, il pubblicare. Per lo più, diciamo che, più che una mia volontà, è stato un invito a spingermi alla pubblicazione. Ero un po’ combattuto riguardo appunto al render <<pubblico>> qualcosa, i miei scritti, che considero ciò che rinvia a quel che vi è di più intimo in me. Solitamente la gente crede che <<pubblicare>> uno scritto sia qualcosa di più <<positivo>> rispetto al tenerlo nascosto. Invece, è molto più pericoloso <<pubblicare>> che nascondere, perché, la maggior parte delle volte, lo scritto viene travisato.

 3) Opponi il tuo pensiero a quello del Filosofo Italiano E. Severino, ci vuoi spiegare il perché?

La parola <<opposizione>> non la ritengo adeguata per indicare qualsivoglia differenza interna alla totalità dell’essere: l’<<opposizione>> (o <<contrapposizione>>) è solo quella tra essere (= tutto) e niente, poiché, nell’essere, ciò che si pone è il distinguersi tra i modi di esser lo stesso, di essere cioè la totalità dell’essere.
Ciò posto, parliamo quindi di differenti modalità (linguistiche) di riferirsi al medesimo significato. Nel caso del linguaggio di Severino, affermo che , oltre alle necessarie e innegabili differenze linguistiche tra i suoi testi e il mio, nei suoi è prevalente l’intenzione di non indicare il senso autentico dell’eterno.  Sottolineo <<prevalente>>, perché credo che Severino intraveda il processo discorsivo che conduce alle conclusioni del mio libro, nel senso che lascia comunque trionfare, in lui, la vetta più alta che il pensiero alienante della volontà di potenza possa raggiungere: la vetta più aspirata e bramata, stando sulla quale ci si consola e ci si ripara dall’angoscia e dal rimpianto dominanti in <<questa nostra vita>>. Quella vetta è il credere (illudersi) fortemente di potersi lasciare <<all’infinito>> e definitivamente alle spalle il dolore; lasciarselo alle spalle, addirittura, secondo La morte e la terra (l’ultimo saggio di Severino), subito dopo la morte (intesa come il compimento della <<vita>>).
Diciamo brevemente: il discorso di Severino intende testimoniare che la struttura totale dell’essere è la dimensione, non quantificabile, che include infinite parti di sé, giacché tale struttura, pur includendo un primo modo in cui essa è, in quanto <<terra>> (che, nel linguaggio di Severino, vuol dire <<il sopraggiungere>>), affiorante nel finito, è destinata a continuare all’infinito verso il sempre più concreto esser sé stessa, e quindi non approdando mai ad un ultimo accadimento. Il mio discorso, invece, intende indicare la necessità che quella struttura è non quantificabile nel suo esser quantificabile in tutto ciò si pone come sua parte: tale struttura è, cioè, l’identità di tutti gli essenti i quali, in quanto diversi tra di loro e cioè da quell’identità, sono un numero finito di essenti; pertanto, la struttura infinita del Tutto è eternamente identica a sé stessa proprio nel modo in cui, essa, dal primo sopraggiungente procede verso l’ultimo, e cioè il percorso degli essenti si avvia verso una conclusione definitiva proprio perché tutto è eternamente ultimato (compiuto, attuato, realizzato).

4) Severino affronta il “Problema dell’essere” che fu ampiamente studiato e divulgato da filosofi come Parmenide, Platone, Aristotele e in era contemporanea Heidegger. Ci spiegheresti in breve linea cosa si intende per “problema dell’essere”? Ci spiegheresti il tuo pensiero in merito a uno dei concetti detti “fundum” fondamento del sapere filosofico?

Che l’essere esista non è un <<problema>>, altrimenti non si potrebbe nemmeno tener fermo l’essere del <<problema>>, e quindi il <<problema>> (cioè la sua esistenza) stesso sarebbe problematico, e così via all’infinito, giacché non esisterebbe nulla, il che è originariamente autocontraddittorio. L’esistenza di qualcosa è l’assolutamente incontrovertibile. Sul fondamento dell’esistenza innegabile di qualcosa – un fondamento che fonda sé stesso e che in quanto si fonda è anche un <<fondato>>, sì che è necessario affermare che l’esistenza di qualcosa è il fondamento del Tutto, eternamente in atto in modo parziale (= temporale) –, sorgono i <<problemi>>, relativi a ciò che appare in un tempo diverso da quello in cui è posto un certo <<problema>> (ci si chiede infatti: <<Cosa appare in quel tempo?>>), e quindi anche in quel tempo diverso sussiste il <<problema>> rispetto ai contenuti degli altri tempi. Ogni <<problema>> è, comunque, eternamente risolto, nel modo irripetibile in cui, tuttavia, tale risolvimento eternamente realizzato non può far sì che esista una dimensione senza <<problemi>>, giacché tale (presunta) dimensione, se esistesse, sarebbe, sub eodem, un <<problema>> e una <<soluzione>>. (Questa ipotetica dimensione, d’altra parte, è affermata da Severino, che egli chiama <<l’apparire infinito del Tutto oltrepassante eternamente la contraddizione C, ossia la contraddizione dell’apparire come il Tutto da parte di ciò che, non includendo il contenuto concreto del Tutto, è la forma incompiuta del Tutto>>).
Il cosiddetto <<problema dell’essere>>, a cui si rivolge la filosofia occidentale, consiste comunque nella conciliazione tra l’<<eternità>> e il <<movimento>>; ci si chiede, cioè: come è possibile che l’essere, stando in movimento, riesca appunto a <<stare>> (cioè ad essere immutabile, eterno, sempre in luce)? e cioè come è possibile che l’essere, non potendo sopraggiungere e dileguarsi nel suo opposto (cioè nel nulla), sia in continuo <<movimento>>? Queste sono le domande che stanno alla base di tutto il percorso filosofico dell’Occidente, che ha portato dai primi filosofi greci (Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, Pitagora, Parmenide e così via) fino, mi azzardo a dire, alla filosofia di Severino. Anche Severino, infatti, pur sapendo che l’incominciante (e il cessante) è eterno come incominciante, non pone al fondamento del suo discorso questo concetto, e cioè il concetto che è il Tutto eterno ad essere sé stesso come incominciante e cessante. Al fondamento del mio discorso, invece, appare appunto tale concetto, e pertanto quelle domande appartengono all’errore, sono cioè falsi problemi, appunto perché non ci si avvede che l’essere è eterno proprio nel modo in cui si muove.

5) Tu sostieni  nel libro “La struttura concreta dell’infinito” che: “L'infinito è ogni cosa, ogni cosa è l'infinito”. Perché trascrivi questa enunciazione? L’infinito può essere definito un “archè”, può essere considerato come un principio originario del tutto, per come lo pensavano i Presocratici?

La <<trascrivo>> per sottolineare che non solo non esiste alcuna differenza semantica tra le espressioni <<l’infinito è ogni cosa>> e <<ogni cosa è l’infinito>>, ma che non esiste alcuna distinzione di significato veritativo nemmeno tra i termini <<infinito>>, <<è>> ed <<ogni cosa>>. In concreto, tutto (questa penna, la differenza tra finito e infinito, il passato, il futuro, etc) ciò che viene affermato significa il medesimo, e la differenza autenticamente semantica (ad esempio tra <<penna>> e <<foglia>>, o tra <<parte>> e <<totalità>>) è tale perché è relativa all’assolutezza del significato infinito.
Quanto al termine <<arché>>, se esso significa ciò che significava per i Greci (ma, poi, per tutta la filosofia occidentale – escludendo, forse, Hegel, e per certi versi anche Spinoza), e cioè qualcosa che, nella sua concretezza assoluta, non può essere colto all’istante e originariamente, allora l’arché non esiste. Se esso significa, invece, l’immediata coscienza di ciò rispetto a cui il nascente nasce e il morente muore, allora ogni cosa è l’arché (noi siamo il fondamento di tutto). Si badi bene: se questo <<ciò rispetto a cui>> è distinto dal <<nascente e morente>>, allora esso è uno dei due tratti essenziali dell’arché, e precisamente è <<il Tutto come distinto dalle sue parti>>.
Il <<dualismo>>, prevalente nella storia della filosofia occidentale (e quindi anche orientale), pone l’<<arché>> in una posizione di inattingibilità assoluta, perché il <<dualismo>> altro non è che la presupposizione (contraddittoria) che la differenza tra Tutto e parte sia diversa dalla differenza tra le parti. Il <<Dio creatore>> delle religioni, il <<Motore Immobile>> aristotelico, il <<Demiurgo>> platonico, l’<<Uno>> neoplatonico, la <<Cosa in sé>> kantiana, lo stesso <<Tutto assolutamente assoluto>> di cui parla Severino, ecco, questi concetti vengono <<innalzati>> (al di sopra del <<mondo>>, della <<materia>>: della <<costellazione infinita dei cerchi finiti>> a cui si rivolge Severino), perché si opera un isolamento tra Tutto e parte, e questo isolamento scaturisce dalla convinzione dell’esistenza di quella <<diversità>> (tra la differenza di Tutto e parte e la differenza tra le parti) che, in verità, non esiste.

6) L’essere era con Parmenide un elemento privo di imperfezioni. Cosa vuole indicare Parmenide? Ci sai dare un tuo punto di vista? Ti ritrovi nel pensiero di colui che per molti è il “Primo Filosofo della Storia”?

Parmenide ha reso esplicito ciò che rimaneva implicito nei filosofi precedenti: l’<<arché>> è l’<<essere>> (ciò che unisce ogni essere è, appunto, l’essere: i filosofi precedenti – da Talete a Pitagora – lo chiamavano in altri modi – <<acqua>>, <<senza perimetro>>, <<aria>>, <<fuoco eternamente vivo, come opposizione tra le cose>>, <<numero>> –, inadeguati ad esprimere il senso assoluto delle cose). L’<<arché>>, pensava Parmenide, non può essere un Principio da cui provenga il nascente e in cui ritorni il morente, perché altrimenti l’essere, che di per sé è immutabile (altrimenti verrebbe e cadrebbe nel non essere), non sarebbe ciò che esso è. Tale Principio è allora – concludeva il più celebre filosofo di Elea – l’assolutamente indifferenziato, cioè privo di parti; ché, se così non fosse, le parti sarebbero, in qualche modo, l’incominciare e il finire di ciò che, si sta dicendo, non può divenire.
Parmenide avrebbe dovuto dire (e che è quello che affermo io) che le parti del Tutto sono, in quanto tali, l’illudersi di non essere il Tutto, pur non essendo illusorio che esistano le parti. Il filosofo eleatico, cioè, non riusciva a dire che l’essere è anche un illudersi di non essere. Parmenide dice: ci si illude che esistano le parti; l’essere è la verità del semplice Tutto semantico, privo di ogni articolazione interna. Ma, osserviamo: questo <<illudersi>> esiste o non esiste? La contraddizione di Parmenide sta nel voler tener fermo, allo stesso tempo, che tale illudersi esiste (altrimenti, egli, non potrebbe affermare che i mortali sono incapaci di scorgere la verità) e non esiste (perché l’essere è la verità dell’Intero non molteplice – giacché se esistesse l’illudersi esisterebbe quel molteplice costituito dall’illudersi e dal non-illudersi).
Dunque, concludiamo noi: che ci si illuda non è illusorio, è affermato con verità; e la verità dell’essere include in sé l’errore: il Tutto si illude, in quanto parte, di essere diverso da ciò che esso è.

7) Cosa rappresenta per te la Filosofia? Ci daresti una tua definizione del termine “ Filosofia”?

La <<filosofia>>, intesa come ciò cui il linguaggio (che è esso stesso <<filosofico>>) si riferisce, è la <<cosa>> stessa: è l’essere, il Tutto (= ogni essente, nella concretezza delle sue determinazioni). Il <<linguaggio>> non acquista significato se, appunto, viene isolato da ciò che esso indica, proprio perché ciò che esso indica è il significato (e quindi anche il significato del <<linguaggio>>). La filosofia è,  allora, il linguaggio fondamentale (ossia che include ogni propria specificazione, nel linguaggio <<politico>>, <<scientifico>>, <<religioso>>, <<artistico>>, <<economico>> etc) che si rivolge a sé stesso in quanto significato oltrepassante eternamente il segno in cui consiste il linguaggio. La filosofia è il pensiero, il pensare, l’esser qualcosa: ciò per cui si afferma tutto ciò che si afferma, e ciò senza di cui non si potrebbe affermare alcunché.
La <<filosofia greca>> è il modo in cui la <<filosofia dell’uomo>> (interna alla <<filosofia dell’errore>> in cui consiste ogni possibile forma di coscienza che concepisce il Tutto come isolato dalle proprie parti) incomincia a mettere in rilievo ciò che, nel <<mito>>, rimane per lo più inconscio. La <<filosofia occidentale>> è la rigorizzazione della <<filosofia orientale>>; e la <<scienza tecnologica>> è, si può dire, la <<filosofia planetaria>>, che conduce la volontà di dominio (la volontà di fare) al massimo delle sue possibilità. Ciò che viene chiamato <<progresso tecnico-scientifico>> è un <<progresso>> per un motivo diverso da quello in cui si crede, ed è un <<regresso>> per un motivo altrettanto diverso da quello per cui si dice che la <<tradizione occidentale>> (e <<orientale>>) rimane indietro rispetto a quel <<progresso>> in cui si crede. Quali siano questi <<motivi diversi>> verrà in chiaro (se è necessità che accada) in una eventuale continuazione, in un altro volume, de La struttura concreta dell’infinito.

8) Ci parli della scelta del titolo al tuo libro e della copertina?

Ho scelto io la copertina (dà il senso del rigore e della precisione speculativa, ma ovviamente non è importante: c’è bisogno di dirlo?). Ho scelto anche il titolo: mettere insieme, in un’unica espressione, il senso della <<concretezza>> e dell’<<infinito>>, che sembrano così lontani tra di loro e che invece, in verità, sono la <<struttura>> (che include un numero finito di <<tratti>>) di ogni <<vicinanza>> e <<lontananza>>; ecco, metterli insieme significa porre l’attenzione sull’infinità del cosiddetto <<visibile>>. Prevale ancora (e per molto tempo ancora) l’illusione, il non accorgersi di vedere sempre la concretezza dell’infinito (e nell’espressione <<concretezza dell’infinito>> è già inclusa l’<<astrattezza>>, e che è l’astrattezza degli stessi essenti la cui concretezza infinita è in luce).

9) Che rapporto hai con la scrittura? Quanto tempo le dedichi?

La scrittura (come accennavo nella risposta alla seconda domanda) è come un farmaco contro il nervosismo che scaturisce dai limiti che attualmente ci condizionano, quei limiti con lo spicco dei quali ci si dimentica del passato e non si riesce a prevedere il futuro. Conosco bene il mio pensiero filosofico, e tuttavia è preferibile <<scriverlo>> (non tutto ovviamente: il libro è solo un cenno), perché le analisi precise e soluzioni di aporie, implicate da quel pensiero, possono ridiscendere improvvisamente nella dimenticanza.
Per quanto riguarda, invece, la scrittura come <<forma di comunicazione>>, se l’<<altrui coscienza>> viene concepita come isolata dalla <<propria>>, allora è chiaro che la <<comunicazione>> è solo un modo di rafforzare e difendere <<il proprio io>> escludendo l’<<altro>>. Mentre, se l’<<altrui pensiero>> (<<la vita altrui>>) viene inteso nel suo senso autentico, e cioè come ciò che struttura il passato e il futuro della <<propria vita>> (a meno che quest’ultima non sia la prima vita che l’infinito vive – la quale non ha un passato –, o l’ultima vita – la quale non ha un futuro), ne risulta che la <<comunicazione>> è il rendersi sempre più conto di includere in sé ogni senso dell’<<altro>>.

10) Hai altri progetti per il futuro? Ci vuoi svelare qualcosa?

Il proseguimento de La struttura concreta dell’infinito è già in corso: è in corso la risposta alle domande finali di quel libro. Domande sul senso del <<passato>>, del <<futuro>>, della <<morte>>; e, ancora, del <<dolore>> e dell’<<amore>>. Potrebbe essere intitolato Del tragico Amore.

11) Dove si può acquistare il tuo libro “La struttura concreta dell’infinito”?

Lo si può acquistare dal sito della casa editrice (youcanprint), o dagli altri store come Libreriauniversitaria, Unilibro, Ibs, La Feltrinelli, Bol, Deastore e molti altri.

12) Vuoi segnalarci qualche link sul tuo libro?

Nel mio blog si possono trovare due sintesi dell’intero pensiero di Severino (una delle quali è lo stesso cap. VIII del libro; l’altra soffermandosi su La morte e la terra); poi, ancora, descrizioni varie del libro e una interessante discussione sullo stesso.

13) Vedi la scrittura di altri generi letterari nel futuro?

Per ora no, sono troppo occupato con la filosofia teoretica.

14) Sono solito chiudere le mie interviste con una domanda alla “Marzullo”. Per te Marco, la realtà è una visione della mente dell’uomo o è l’uomo che vede la sua realtà?

Senza dare troppa importanza a queste espressioni (<<la realtà come visione della mente dell’uomo>>, <<l’uomo che vede la sua realtà>>), dico che ogni essente (quindi anche ciò che viene chiamato <<uomo>>) è la realtà assoluta, è la visione di sé stesso (è sé stesso): tutto ciò che la nostra coscienza vede è la coscienza stessa (ciò che crediamo sia semplicemente <<materia>> è anzitutto <<spirito>>).



Commenti all'intervista

Andrea Berardinelli: Questo libro, del quale ho avuto il piacere di scrivere una breve quarta di copertina, rappresenta un importante tentativo di analizzare l'essenza del fondamento. L'analisi del rapporto tra tutto e parte, tra finito e infinito, è di notevole spessore teoretico. Difatti ogni dualismo ontologico non ricondotto al suo concreto fondamento provoca quelle enormi contraddizioni, consistenti nel finitizzare l'infinito, ritrovarselo come parte e rilevare problematicità che presuppongono quell'erronea analisi iniziale. Il punto dove si arena Severino, che rimane maestro e pensatore indiscusso  e decisivo nella storia della filosofia contemporanea, si situa nell'astrattezza con cui considera l'apparire infinito, eternamente sottratto all'attuale, e dunque per sempre isolato dallo sviluppo indefinito del cerchio finito dell'apparire. Pellegrino si accorge, giustamente, che tale risvolto finale implica che l'apparire infinito non possa mai costituirsi come concreto Tutto, rimanendo confinato ad una caratterizzazione simil-teologica della sua essenza.


venerdì 24 febbraio 2012

"Del tragico Amore"


Il proseguimento de La struttura concreta dell'infinito verrà probabilmente intitolato Del tragico Amore.
  Volto a mostrare la serie specifica delle finite differenze eterne dell'infinito, Del tragico Amore si propone di rispondere alle domande finali del primo volume, riguardanti appunto la struttura individuale e già da sempre decisa del modo in cui l'infinito, da una prima ad un'ultima "vita", esperisce eternamente sé stesso.
  Il significato autentico di termini quali "Amore", "dolore", "Ritorno" (cioè il riaffiorare definitivo del passato), "Inizio" (cioè la prima esperienza dell'infinito), "Ultimo" (l'ultima esperienza) saranno al centro del nuovo volume (riprendendo criticamente anche testi come La Gloria e La morte e la terra).

domenica 23 ottobre 2011

"La struttura concreta dell'infinito": Quarta di copertina - Esergo - prime righe dell'Introduzione - Indice





Sottotitolo: negare la <<storia dell’uomo>>, oltrepassando il pensiero di Severino.
Editore: youcanprint
Pagine: 408
Data di uscita: settembre 2011


QUARTA DI COPERTINA (di Andrea Berardinelli)

    Districarsi nell’alveo del pensiero filosofico di Emanuele Severino non è compito semplice, e la difficoltà aumenta quando, come nel testo che qui affrontiamo, ci si propone l’oltrepassamento del fondamento del discorso severiniano.
    Scevro da ogni possibile schematismo accademico, l’autore si propone, in primis, di illustrare le soluzioni che egli ritiene necessarie per risolvere determinate aporie filosofiche, mostrando il nuovo volto che, in tale risolvimento, acquista il concetto di struttura concreta dell’essere. In secondo luogo, vengono evidenziate quelle che, usando il linguaggio dell’autore, sono le <<contraddizioni>> presenti nell’impalcatura logica del pensiero di Severino, con analisi di notevole spessore teoretico, al pari solo di chi è addentro da anni alle questioni ontologiche.
    La filosofia è essenzialmente lo sfondo all’interno del quale ogni contenuto, che interpretiamo come <<storia dell’uomo>>, accade. Ciò che si crede sia lontano dal vivere quotidiano, come un discorso siffatto potrebbe ad un’analisi semplicistica apparire, è in realtà la chiave imprescindibile dell’esplicazione del senso di tutti i fenomeni che riteniamo evidenti, ma che necessitano di essere fondati e riconsegnati al loro senso veritativo.
    Comprendere a fondo tali tematiche ci aiuta a fare un passo avanti in vista del superamento delle contraddizioni che attanagliano il vivere umano. La contraddizione è isolamento e dolore. Pertanto, nell’ottica di tale superamento ci si propone, nell’opera, di indicare l’identità di totalità e parte – pur conservando la loro distinzione –, in modo tale che ognuno non rimanga alla superficie e non renda quindi inutile ogni sforzo che non sia legato all’essenza del fondamento.


ESERGO

Ogni cosa, dalla più esigua e trascurata alla più solenne e maestosa, è la struttura concreta dell’infinito; e soltanto all’interno di questo esserlo ci si può illudere di essere altro da una struttura siffatta.
Di ogni essente (tavolo, albero, stella, ecc.) si può ed è inevitabile predicare l’esser parte dell’infinito (cioè della totalità), solo in quanto il medesimo essente (tavolo, albero, stella, ecc.) è anapoditticamente concepito come l’infinito stesso di cui la parte è parte.
Ognuno di noi (ogni cosa) è l’eterna struttura infinita del Tutto, sebbene si debba dire che a trionfare è, nel tempo presente, la persuasione di non esserlo.


La struttura concreta dell’infinito non è in alcun modo qualcosa che non si possa esperire; anzi è il senso stesso dell’esperienza di tutto ciò da cui è formato ogni istante: è l’affermazione innegabile di tutto ciò la cui esistenza è immediatamente posta.
Il linguaggio di quest’opera intende pertanto testimoniare che ogni parola, segno – ogni parte –, designa lo stesso significato – cioè la totalità –, altrimenti il segno denoterebbe significati che sono a loro volta dei segni, e così via in indefinitum, giacché nessun significato sarebbe posto, e pertanto non sarebbe posto nemmeno alcun segno, cioè non esisterebbe nulla – appunto perché il segno è tale rispetto al significato.
Che la struttura dell’infinito sia la nostra esperienza originaria, e che il linguaggio si rivolga ad un unico significare, vuol dire che <<tutto ciò che esiste è eterno proprio nel modo irripetibile e limitato in cui dal primo avvenimento si è in attesa dell’ultimo, il quale, non essendo soltanto un atteso, ma anche un presente, è destinato ad accadere col sopraggiungere della fine di quell’attesa>>.


INTRODUZIONE (prime righe) 


                Il lettore si accinge a legger questo libro; lo apre, ed è la prima pagina a stagliarsi sul suo sguardo. La pagina appare vuota, bianca, quasiché si fosse impallidita, similare al volto di un uomo nel suo paventare la morte che lo investe all’improvviso. Ancora un poco e lo sguardo si sposta, a ritmo lento, sulla pagina seguente. In quest’ultima, il contenuto non è lo stesso di quello apparso nella prima: spicca sullo sfondo bianco qualche tratto di color nero, sì che il lettore, a questo punto, non può far altro che tentare di scorgere il senso unitario di quei tratti, interpretandoli a suo modo.
                Intanto, con l’affacciarsi della seconda pagina, quella precedente, pur restando ciò che essa è – cioè non avendo cessato di essere <<la prima pagina>> –, viene lasciata indietro: il lettore si trova ora occupato con la decifrazione di quel che nella seconda pagina può essere ravvisato, mentre il suo sguardo si accorge, con la coda dell’occhio, di quella prima pagina il cui passato è ormai un presente.
                Non solo: ciò che è divenuto un passato non è la semplice prima pagina, ma anche...


INDICE


 Introduzione

Indicazioni preliminari sul rapporto tra il linguaggio di quest’opera e il linguaggio di Severino

I.      L’identità semantica tra i termini "essente", "esistere" e "apparire"

  1.     Il "significare" è l'"essere"
  2.      Il segno è oltrepassato da ciò di cui esso è il segno
  3.     Corollario: il differire tra le differenze è identico al differire tra l’identità e le sue differenze
  4.      Nota
  5.      Passaggio
  6.      Identità semantica tra "essente" ed "esistere". Differenza tra tale identità e il "certo essente"
  7.      Ancora sulla medesimezza tra "essente" ("qualcosa") ed "esistere"
  8.      Risolvimento di un'obiezione
  9.      Totalità dell'identità di "esistere" e "qualcosa"
  10.      Passaggio
  11.      Contraddizione della distinzione semantica tra "esser sé" e "non esser altro"
  12.      Essere uguale a sé, non essere il nulla
  13.      Passaggio: essere significa apparire
  14.      Contraddizione di un'ipotesi
  15.      Replica e soluzione
  16.      Nota 1ª
  17.      Nota 2ª
  18.      Ripresa: indistinzione veritativa tra "logico" e "fenomenologico"
  19.      L'apparire include se stesso come incompiuto
  20.      Ancora sul senso dell'apparire. Corollario: l'autocoscienza come coscienza totale della coscienza finita
  21.      Passaggio
  22.      Rapporti di coincidenza e di inclusione tra essenti
  23.      Noesi e dianoesi
  24.      La proposizione: proposizioni analitiche, sintetiche a posteriori, sintetiche a priori

II.       Il fondamento concretamente immediato del manifestarsi della totalità eterna delle parti

  1.     Essere, nulla, non apparire
  2.      L’essere non è il nulla: il nulla come negato e come affermato
  3.      Nota 1a
  4.      Nota 2a
  5.      Corollario: la totalità come oltrepassamento compiuto della parte
  6.      Ripresa: il non apparire come parte contraddicentesi
  7.      Io sono tutto ciò che vedo
  8.     Le parti, in quanto tali, non sono un numero infinito di parti
  9.     Passaggio: tutto ciò che esiste non proviene dal nulla
  10.     L’autofondazione della totalità
  11.     Contraddittorietà della provvisorietà (spuria) dell’essente
  12.      Immediatezza della totalità eterna e mediazione delle sue parti
  13.      Nota
  14.      L’impossibilità che la parte appaia in assenza dell’apparire del Tutto
  15.      Corollario: l’eternità è propria di ogni singolo essente variante
  16.       Necessità e libertà dell’essente, al di fuori delle loro implementazioni nichilistiche
  17.      Passaggio: la variazione della totalità
  18.      Identità semantica tra "tempo" ("luogo") e "parte" ("differenza"). Muoversi rispetto al trascendentale infinito
  19.       Interpretare l’essente

III.   Divenire: aggiungersi e togliersi rispetto all’eternità del cangiante

  1.      La concreta "differenza ontologica" come differenza tra le parti
  2.      Il distinguersi è l’incominciare e cessare degli essenti
  3.      Permanenza onnipresente dell’infinito
  4.      Accadere e non accadere dello stesso essente
  5.      Il fluire del Tutto concreto
  6.      L’apparire dell’eterno: l’eternità di ciò che è destinato a passare
  7.       Necessità del divenire altro, al di fuori della sua contraddittorietà
  8.       Il divenire altro dell’eterno non implica la nullità di ciò che diviene altro
  9.       Stare insieme e distinguersi
  10.       L’identità concreta
  11.      Accogliere il cangiante
  12.      La classe degli essenti, al di là delle teorie di Russell e Severino

IV.  Il primo e l’ultimo evento della struttura concreta: contraddittorietà dell’ampliamento all’infinito delle differenze

  1.     Oltrepassamento già da sempre attuato del tempo e necessità del primo e dell’ultimo sopraggiungente eterno
  2.      Quantificare la struttura infinita
  3.      Necessità dei tempi e necessità che essi siano il differire dell’uguaglianza totale
  4.      L’infinito e il suo compito finito
  5.      L’originario come identico all’Io infinito
  6.      Oltrepassare temporalmente il finito
  7.      Infinità dello sfondo e impossibilità che ogni incominciante sia oltrepassato da altri incomincianti
  8.      Inattuabilità di un cammino che si allunghi all’infinito  
  9.      Il "trascendente" infinito è il "trascendentale", la cui processualità interna è un insieme finito di contenuti
  10.      L’incominciare a spettare necessariamente allo sfondo della struttura infinita è, in quanto tale, un’impossibilità
  11.      Modo contraddittorio e modo necessario di oltrepassare temporalmente il tempo
  12.     Nota prospettica
  13.     L’ultimo "poi" e l’infinito

V.      La molteplicità finita degli essenti come già da sempre inclusa nella struttura infinita che ogni                 essente è
  1.      Gli "altri" sono le differenze di un unico io
  2.      Il trascendentale infinito come necessità che "la costellazione infinita dei cerchi finiti" sia un che di contraddittorio
  3.      Lo sfondo è l’oltrepassamento eterno dell’ "altro": il non apparire di un essente è sempre parziale
  4.      Includere l’altro
  5.      Essenti cangianti che oltrepassano altri cangianti: non ogni evento è un futuro, e non tutti gli eventi sono un                passato
  6.      Non può esistere qualcosa che preceda l’atto iniziale col quale l’eterno si staglia nel fluire finito delle differenze
  7.     La contraddizione: come eternamente avvolta dall’immutabile verità dell’essente, e come oltrepassamento                      diveniente di se stessa
  8.     Ogni essente ("ognuno di noi") è vita infinita che esperisce già da sempre ciò che appartiene alla morte in cui                 consiste il finito
  9.     In ogni essente è destinato a manifestarsi il riunirsi finito degli essenti, e ogni essente è destinato a svelarsi in               ognuno degli essenti di un riunirsi siffatto. Negazione di un progetto denotante un convegno che, all’infinito,                mostra la relazione tra le differenze
  10.      L’infinità della struttura concreta è la negazione che la totalità eterna consista in qualcosa di addizionale rispetto          agli essenti il cui aggiungersi e togliersi è necessariamente posto
  11.     L’autentica matematica: i numeri, nella verità della struttura concreta dell’infinito
  12.     Sincronia del legame tra gli essenti e diacronia del loro distinguersi
  13.     L’identità del molteplice in relazione alla necessità che il passato e il futuro degli essenti non siano una variazione            annientante, ma lascino intatto il modo in cui la totalità eternamente si sviluppa
  14.      Differire e non differire del cerchio infinito della totalità

VI.     Linguaggio veritativo e linguaggio interpretante

  1. Oltrepassare gli artifici ingenui delle interpretazioni del linguaggio
  2. Il linguaggio come decisione pratica: il linguaggio di quest’opera e gli altri linguaggi
  3. Persintassi e iposintassi dell’essente: il linguaggio veritativo e i suoi limiti interni
  4. La struttura dell’innegabile è l’eterno strutturarsi di ogni singolo essente
  5. Illudersi che l’essere non sia l’eterno: cultura tradizionale e filosofia contemporanea
      Nota

VII.    Non accorgersi di essere l’infinito e primo modo esplicito di designare la totalità inautentica: da Talete alla filosofia eleatica

1.    L’eccedenza dell’acqua in Talete
       Note (con riferimenti bio-bibliografici)

2.     L’infinito (ápeiron) inautentico di Anassimandro
         Note (con riferimenti bio-bibliografici)

3.     Anassimene e il principio dell’aria
        Note (con riferimenti bio-bibliografici)

4.     Eraclito: l’incessante trasformazione degli opposti
        Note (con riferimenti bio-bibliografici)

5.      Il numero pitagorico
         Note (con riferimenti bio-bibliografici)

6.       Parmenide: il tentativo mancato di indicare l’autentico senso dell’eterno
         Note (con riferimenti bio-bibliografici)

7.       I "paradossi" di Zenone e la loro soluzione veritativa
         Note (con riferimenti bio-bibliografici)

8.       L’essere infinito e Melisso
          Note (con riferimenti bio-bibliografici)

VIII.  Esposizione sintetica del discorso filosofico di Severino

Avvertenza
  1. Originarietà eterna dell’essente
  2. Il tempo come svolgimento dell’eterno
  3.  Contraddizione della verità e contraddizione dell’errore
  4. Al di là della morte e dell’illusione: coscienza inesauribile del Tutto
  5. Il nichilismo dell’Occidente: filosofia, politica, tecnica

IX.     Ciò che effettivamente si manifesta è l’infinito, la cui finitezza è il contraddirsi del dolore

  1.   La forma della verità come concretezza totale
  2.   Essere la verità e illudersi di non esserlo
  3.    Il contraddirsi autentico e l’impossibilità della "contraddizione C"
  4.    Ancora sulla manifestazione dell’infinito e sulla volontà errante di essere soltanto il finito
  5.    Soluzione di un’aporia
  6.    Il non esser la totalità è identico al non accorgersi di esserlo
  7.    Nascondersi, restando eternamente all’interno della luce concreta della struttura infinita
  8.     Tutto l’essente è l’infinito, l’infinito è tutto l’essente
  9.      L’iposintassi in quanto tale è la terra in quanto terra: l’inesauribile non può includere un processo senza fine, e cioè     non può includere un numero infinito di problemi
  10.     La persintassi è identica all’apparire infinito della totalità concreta degli essenti, che non è né isolato né distinto             dall’iposintassi; e in quanto se ne distingue, esso è lo stesso contenuto iposintattico
  11.      Il sonno e la veglia
  12.      Soffrire è contraddirsi, all’interno della felicità del superamento concreto del dolore
  13.      Delucidazioni, domande, rinvio

Nota bibliografica