Destinato ad
accorgersi del suo splendore eterno, lo Sguardo infinito dell'essere è
destinato a rendersi conto, "in carne ed ossa", di essere tutto ciò
che, già in passato e per sempre, è destino che veda (alberi, tramonti,
sfumature di colore, fruscìo del vento, un individuo umano, un fiore, una
galassia, ecc.). Lo Sguardo, cioè, vedendo tutto ciò che vede, vede lo Sguardo
stesso e cioè anche sé stesso in quanto "guardato" o
"riflesso" nel proprio Specchio di colori in cui esso consiste già
dall'eternità. Noi siamo da sempre, anche ora, l'UNICO Sguardo che contempla lo
spettacolo eterno di sé stesso, seppur in modo (eternamente) diacronico. Tutto
è quindi già da sempre accaduto, accade sempre, una volta sola, nel modo
opportuno. <<Andare verso>> il futuro significa andare verso ciò
che già da sempre è vissuto, giacché l'<<andare verso>>, essendo anch'esso
già da sempre vissuto (come ogni evento), è tuttavia l'illudersi di andare
verso ciò che, in qualche modo, debba ancora realizzarsi.
venerdì 23 marzo 2018
domenica 18 marzo 2018
Contraddizione dell'infinità numerica: le parti del Tutto sono di numero finito
Appaiono sempre
essenti distinti gli uni dagli altri, ed appaiono necessariamente di numero
FINITO. Perché? perché per apparire di numero INFINITO dovrebbe apparire CIO'
SENZA DI CUI la numerabilità è nulla, che nel caso appunto di un'infinità
siffatta non può apparire. Cosa è, appunto, questo <<ciò senza di
cui>> (o <<ciò per cui>>)? E' la distinzione, appunto, ovvero
i distinti (giacché se fossero infiniti non apparirebbero affatto) Si afferma
che un distinto NON è l'altro, appunto perché APPARE. E poiché l'essere è
apparire (coscienza), e poiché, ancora, un'infinità di distinti NON PUO'
apparire, ciò significa che i distinti sono necessariamente di numero finito,
altrimenti l'essere (l'apparire) sarebbe autocontraddittorio, e cioè
mostrerebbe ciò che, in realtà, non può mostrare ( = non può essere).
D'altronde, poiché il Tutto è GIA DA SEMPRE COMPIUTO (eterno), non potrebbe
esserlo se includesse in sé una serie infinita di modi del suo apparire,
perché, così facendo, non si farebbe altro che rinviare all'infinito l'essenza
della struttura totale dell'essere. Sono sempre e solo essenti numericamente finiti ad apparire. Il fatto
di non riuscire ancora a decifrarli TUTTI, non significa che sarà per sempre così
e che, nel profondo, il Tutto non conosca tutte le proprie numerabili
determinazioni. Anzi è destino che si vada verso il prevalere della coscienza
di TUTTE le finite determinazioni.
<<Numero infinito>> è un'autocontraddizione. Significa <<numero senza numero>>. Il <<numero>> è, per definizione, il finito stesso, cioè il distinto. Un <<numero infinito>> di parti è contraddittorio che appaia (infatti non appare e mai potrà apparire), perché dovrebbe apparire un <<numero senza numero>> di parti.
<<Numero infinito>> di parti vuol dire, cioè, che appare una serie di parti che, poiché sono di numero infinito cioè non numerabile cioè un numero non-numero, non possono apparire, appunto perché la loro distinzione è impossibile, ed è impossibile perché è autocontraddittoria. L'infinità numerica contraddice la numerabilità cioè la distinzione.
<<Numero infinito>> è un'autocontraddizione. Significa <<numero senza numero>>. Il <<numero>> è, per definizione, il finito stesso, cioè il distinto. Un <<numero infinito>> di parti è contraddittorio che appaia (infatti non appare e mai potrà apparire), perché dovrebbe apparire un <<numero senza numero>> di parti.
<<Numero infinito>> di parti vuol dire, cioè, che appare una serie di parti che, poiché sono di numero infinito cioè non numerabile cioè un numero non-numero, non possono apparire, appunto perché la loro distinzione è impossibile, ed è impossibile perché è autocontraddittoria. L'infinità numerica contraddice la numerabilità cioè la distinzione.
Breve sintesi del mio discorso. Un cenno
Poiché siamo il
Tutto, ovvero la Coscienza totale degli eventi (passati e futuri e di ogni
tempo possibile), è proprio e soltanto Essa a esperire, vivere in carne ed ossa
tutte le "vite" (la mia, la tua, degli animali, dei vegetali, di una
galassia e qualsivoglia forma coscienziale individuabile). Se non si entra
nell'ottica di essere lo Stesso, cioè quella Coscienza, cioè lo Specchio che,
specchiandosi in diverse prospettive, osserva sé stesso, questo mio discorso
non può essere capito con verità. Esso vede sé stesso in tutto ciò che vede, e
non può che vedere sé stesso, perché non esiste nient'altro che la sua
Coscienza. Tutte le vite vissute consistono in Lui stesso.
Se ad es., ora, un certo individuo umano dice di non essere il Tutto cosciente, tale individuo è in verità il Tutto stesso che, prevalentemente, si illude di non esserlo e di essere SOLTANTO un individuo umano. E' lo stesso Specchio di luce che, riflettendosi in tutti i suoi colori (parti, prospettive, vite diverse), si illude di essere soltanto uno di essi e non gli altri. Getta nell'oblio le vite passate, credendo di vedere <<vite altrui>> che non abbiano nulla a che vedere con Lui. E si illude. Non è ancora in grado di annunciare le sue vite future, e si illude quindi che il futuro dell'Universo non consista in Lui. Tutto è Lui, Lui è Tutto. Non c'è nulla che non consista in Lui. E tuttavia Lui stesso non si riconosce in tutto ciò che esperisce. Ma si va verso un tempo (ancora molto lontano nel futuro) in cui la Coscienza si avvede di sé stessa, <<sente>> TUTTA la propria consistenza <<corporea>> (<<materiale>>, <<finita>>, <<individuata>>), giacché, in quel tempo, essa non è sovrastata più dalla propria illusione intorno a sé stessa, pur continuando (l'illusione) ad esser presente (ma, appunto, come non più prevalente).
Se ad es., ora, un certo individuo umano dice di non essere il Tutto cosciente, tale individuo è in verità il Tutto stesso che, prevalentemente, si illude di non esserlo e di essere SOLTANTO un individuo umano. E' lo stesso Specchio di luce che, riflettendosi in tutti i suoi colori (parti, prospettive, vite diverse), si illude di essere soltanto uno di essi e non gli altri. Getta nell'oblio le vite passate, credendo di vedere <<vite altrui>> che non abbiano nulla a che vedere con Lui. E si illude. Non è ancora in grado di annunciare le sue vite future, e si illude quindi che il futuro dell'Universo non consista in Lui. Tutto è Lui, Lui è Tutto. Non c'è nulla che non consista in Lui. E tuttavia Lui stesso non si riconosce in tutto ciò che esperisce. Ma si va verso un tempo (ancora molto lontano nel futuro) in cui la Coscienza si avvede di sé stessa, <<sente>> TUTTA la propria consistenza <<corporea>> (<<materiale>>, <<finita>>, <<individuata>>), giacché, in quel tempo, essa non è sovrastata più dalla propria illusione intorno a sé stessa, pur continuando (l'illusione) ad esser presente (ma, appunto, come non più prevalente).
Prima della nascita
di ogni individuo umano appaiono quelle vite, dunque, che, ora, vivendo la vita
attuale, ci illudiamo siano semplicemente <<altro>> rispetto a noi.
E dopo la morte appaiono quelle altre vite che, relativamente anche ad esse, ci
illudiamo, ora, che siano semplicemente <<altro>> da noi cioè dalla
vita attuale che stiamo vivendo. Ciò significa che le vite diverse (la mia, la
tua, ecc.) si trovano tutte sulla stessa linea o retta (finita) dell'infinita
Coscienza, ed è proprio per questo che, essa, può esperirle tutte, seppur in
modo diacronico, una dopo l'altra. Le vite non sono cioè "parallele"
le une rispetto alle altre, non sono rette diverse che non si incontreranno
mai, bensì, ripeto, sono serie finite di punti (o istanti) DI UNA STESSA LINEA.
La <<linea>>, tuttavia, non deve essere astrattamente intesa, ma
deve essere intesa come <<il modo finitamente circolare>> in cui il
Cerchio assoluto della Coscienza contempla sé stesso, vita dopo vita, appunto.
Ed è proprio per questo che, ad un certo punto del percorso (di quella linea
circolare), la Coscienza si accorge di sé stessa, decifrando esaustivamente
tutti i segni che, ri-percorrendo e cioè ri-vivendo le stesse vite già vissute,
appaiono in esse. Siamo destinati, pertanto, a rivivere queste stesse vite (e
tutte le altre che, ora, non crediamo nemmeno di essere), proprio in carne ed
ossa e tuttavia in una visione più ampia di Noi stessi, cioè nella visione in
cui la Coscienza prende spicco nel bagliore di sé stessa. E' la Coscienza
assoluta, dunque, a incarnarsi e reincarnarsi continuamente in tutte le
possibili vite, cioè in tutte le SUE individuazioni eterne.
Tutto ciò accade
SEMPRE. E' questo ad apparire da sempre e per sempre. Il futuro non è qualcosa
che non sia ancora accaduto. E' il percorso stesso della Coscienza ad essere
SEMPRE in luce, nel modo stesso in cui, appunto, i suoi istanti (o punti)
brillano l'uno rispetto all'altro. Andando verso il futuro, si procede verso le
esperienze che, in sé, sono già vissute da sempre, fermamente. Tutto ciò che è
passato è rimasto integralmente in sé stesso, così come l'abbiamo conosciuto e
obliato (in gran parte), ed è assegnato a riaffiorare in concreto quando la
Coscienza giunge nel proprio accorgimento di essere l'eternità di sé stessa
cioè di Tutto.
Tutto ciò di cui sto parlando è qui presente, in ciò che ognuno vede. Non ce se ne accorge, per lo più, perché a prevalere è appunto il linguaggio (nel suo senso più ampio, cioè come lo stesso MODO FINITO in cui la Coscienza si specchia). Il linguaggio vuol di-mostrare ciò, la Coscienza, che è già in piena luce, qui davanti a noi (siamo noi ad essere la Coscienza che vede sé stessa ovunque qualcosa appaia). E lo vuole di-mostrare perché, appunto, la Coscienza NON prende spicco in sé stessa, pur illuminandosi. Nel (futuro) prevalere della Coscienza, invece, il linguaggio non prevale, appunto perché, esso, non ha più bisogno di di-mostrare ciò che, prevalendo nella Luce, è appunto in Luce (come lo era prima senza accorgersene).
Tutto ciò di cui sto parlando è qui presente, in ciò che ognuno vede. Non ce se ne accorge, per lo più, perché a prevalere è appunto il linguaggio (nel suo senso più ampio, cioè come lo stesso MODO FINITO in cui la Coscienza si specchia). Il linguaggio vuol di-mostrare ciò, la Coscienza, che è già in piena luce, qui davanti a noi (siamo noi ad essere la Coscienza che vede sé stessa ovunque qualcosa appaia). E lo vuole di-mostrare perché, appunto, la Coscienza NON prende spicco in sé stessa, pur illuminandosi. Nel (futuro) prevalere della Coscienza, invece, il linguaggio non prevale, appunto perché, esso, non ha più bisogno di di-mostrare ciò che, prevalendo nella Luce, è appunto in Luce (come lo era prima senza accorgersene).
Inoltre, preciso
che con la morte di un individuo, si fa innanzi un passaggio (all'altra vita)
in cui appaiono due istanti, uno dopo l'altro. Il primo raccoglie in sé tutto
ciò che la vita appena morta ha vissuto temporalmente, mentre il secondo
raccoglie in sé tutto ciò che la vita successiva vivrà temporalmente. Cominciando
poi a vivere la vita seguente, la Coscienza ritorna <<in apnea>>,
cioè rigetta nella dimenticanza la morte precedente e quindi la stessa vita
vissuta in passato (e quindi tutte le altre ancora più lontane nel passato). La
morte è pertanto un <<prender fiato>>, una <<boccata
d'ossigeno>>, un <<sospiro di sollievo>>. Ma dura due
istanti.
Nel prevalere della
Coscienza, invece, l'oblio delle vite passate e l'imprevedibilità di quelle
future non prevalgono più, perché a prevalere è la rimembranza concreta, in
carne ed ossa, di tutto il passato e l'annuncio concreto di tutto il futuro,
fino all'ultimo futuro che, una volta cominciato a prevalere, non cessa più di
prevalere.
sabato 24 febbraio 2018
Il senso del "votare" e del "non votare"
Vi invito a
ragionare seriamente sul senso del "votare" e quindi del "non
votare", e potrete pertanto capire che "votare" non può avere un
senso positivo e "di giustizia sociale", perché "votare"
significa accentuare il disaccordo essenziale tra gli individui per il quale
han deciso, appunto, di votare.
Il "voto", per chi sappia pensare rigorosamente, è l'antidemocrazia per eccellenza. Si va a votare perché non ci si capisce, non ci si trova d'accordo su dei progetti socio-culturali, e votando si mette in risalto, appunto, l'incomprensione fondamentale tra gli individui, che, invece di riflettere pazientemente per mettersi d'accordo tra di loro e quindi non scendendo a patti attraverso il voto, scelgono la strada apparentemente più facile da percorrere, quella appunto del voto. "Apparentemente", proprio perché, votando, giunge a prevalere non già la ragione di chi vince, bensì, semplicemente, il vincitore e la sua vittoria (che non ha alcuna "ragione" e quindi è irragionevole, illogica, senza un senso positivo, contraddittoria).
Non votando, si critica appunto l'atto stesso del "principio di voto" in quanto tale, fregandosene dei "programmi elettorali" ad esso relativi. Tale critica è destinata ad essere "praticata", perché nega la contraddizione di quel principio.
Ma non è solo un problema di "voto", non è sufficiente non andare a votare affinché il mondo cambi positivamente. Il "non" del "non votare" deve essere applicato anche in relazione alle diverse forme culturali e civili dell'intera società mondiale, quali la burocrazia, il denaro, il sistema scolastico, ecc. In una società sana, non c'è bisogno della burocrazia e quindi della "carta d'identità", perché ci si conosce sempre di più, e per davvero, e non v'è bisogno nemmeno del denaro, perché il denaro, dopo il baratto, fu inventato appunto e solo per dividere gli individui gli uni dagli altri, in un mondo dove da una parte ci sono ricchi e dall'altra i poveri, giacché il denaro non è altro che un'intermediazione tra padrone e servo, ed è quindi impossibile che esso sia distribuito equamente.
In una società sana, il denaro non c'è, perché, conoscendosi e condividendo tutti i progetti sociali, ognuno produce qualcosa che viene donato ad ognuno degli altri, e gli altri sono liberi di accettare o meno il dono offerto, giacché non si tratta più di barattare o pagare col denaro, ma di condividere ciò che ognuno produce per sé e, appunto, per gli altri.
Il "voto", per chi sappia pensare rigorosamente, è l'antidemocrazia per eccellenza. Si va a votare perché non ci si capisce, non ci si trova d'accordo su dei progetti socio-culturali, e votando si mette in risalto, appunto, l'incomprensione fondamentale tra gli individui, che, invece di riflettere pazientemente per mettersi d'accordo tra di loro e quindi non scendendo a patti attraverso il voto, scelgono la strada apparentemente più facile da percorrere, quella appunto del voto. "Apparentemente", proprio perché, votando, giunge a prevalere non già la ragione di chi vince, bensì, semplicemente, il vincitore e la sua vittoria (che non ha alcuna "ragione" e quindi è irragionevole, illogica, senza un senso positivo, contraddittoria).
Non votando, si critica appunto l'atto stesso del "principio di voto" in quanto tale, fregandosene dei "programmi elettorali" ad esso relativi. Tale critica è destinata ad essere "praticata", perché nega la contraddizione di quel principio.
Ma non è solo un problema di "voto", non è sufficiente non andare a votare affinché il mondo cambi positivamente. Il "non" del "non votare" deve essere applicato anche in relazione alle diverse forme culturali e civili dell'intera società mondiale, quali la burocrazia, il denaro, il sistema scolastico, ecc. In una società sana, non c'è bisogno della burocrazia e quindi della "carta d'identità", perché ci si conosce sempre di più, e per davvero, e non v'è bisogno nemmeno del denaro, perché il denaro, dopo il baratto, fu inventato appunto e solo per dividere gli individui gli uni dagli altri, in un mondo dove da una parte ci sono ricchi e dall'altra i poveri, giacché il denaro non è altro che un'intermediazione tra padrone e servo, ed è quindi impossibile che esso sia distribuito equamente.
In una società sana, il denaro non c'è, perché, conoscendosi e condividendo tutti i progetti sociali, ognuno produce qualcosa che viene donato ad ognuno degli altri, e gli altri sono liberi di accettare o meno il dono offerto, giacché non si tratta più di barattare o pagare col denaro, ma di condividere ciò che ognuno produce per sé e, appunto, per gli altri.
sabato 5 agosto 2017
Un'esperienza personale
Riportiamo, qui di seguito, la mia risposta a Paolo Dova, intorno a un'esperienza individuale che ho avuto la fortuna di avere all'età di dieci anni.
Come ora, io, sento di essere questo corpo umano ma non
altro, in quell'esperienza sentivo di essere il confine estremo, di forma sferica, e tutto ciò ch'esso accerchiava (accerchia da sempre e per sempre). Ma (prevalentemente) al buio, nel senso che a brillare nella Luce del Cerchio era l'ombra finita che nella Prima Volta è appunto prevalente. Chiudendo gli occhi involontariamente. Tutto in un
paio di secondi. Non di più. Ad una velocità elevatissima dal punto in cui mi
trovavo fino a quel confine estremo. Le percezioni colorate (i punti del Cerchio) erano svianti e sfumate, per lo più indecifrabili. Era un puro "sentire" di essere Tutto pur non assistendo al prevalere della struttura
colorata, alle differenze. Sapevo, in quei due secondi, di non poter andare oltre
quel confine, perché andare oltre sarebbe stato non essere, finire nel niente
assoluto. E sentivo proprio tale impossibilità. La sentivo, in un
senso diverso e ulteriore da come la sento quando faccio un ragionamento logico
attraverso un linguaggio. Fu un'esperienza travolgente, nel senso che non
era l'effetto di una mia volontà (pur essendoci la volontà...). Mi capitò
cinque o sei volte, sempre all'età di dieci anni.
Poi, dopo sei lunghi anni di attesa e pazienza, col linguaggio di Severino cominciai a tradurre nel linguaggio logico quella mia esperienza, e con l'andare degli anni, formulando il mio discorso filosofico, tutto, di quell'esperienza, mi apparve chiaro (al di là di ogni fittizia interpretazione): il Cerchio di Luce, che illumina Sé stesso in una molteplicità di colori, ero e sono Io: dalla Prima Volta al Ritorno, la linea circolare (il tracciato finito in cui consiste la Scala perfetta dell'infinito) mi apparve, poi, col passare degli anni, in modo sempre meno enigmatico e cioè sempre più decifrabile, pur restando prevalentemente all'interno della Prima Volta.
Il ragionamento logico, comunque, rimane alla base di ogni singola esperienza individuale, alla quale (per chi non l'abbia vissuta) si può credere o non credere (mentre, per chi l'abbia vissuta, come me, rimane il Concretissimo, così come lo è la logica autentica che avvolge ogni "ragionamento" intorno ad essa). Mentre, nella logica autentica, comunicandola all'altrui coscienza, ci si confronta poiché l'interlocutore ne ha un riscontro concreto all'interno della propria coscienza. Pertanto, è preferibile che lo sguardo di ognuno si rivolga per lo più a tale ragionamento logico e non già a quell'esperienza (o a possibili altre, anche non mie).
martedì 27 giugno 2017
Piccoli frammenti di SILENZI E RESPIRI DEL DESTINO
Siamo ancora
talmente poco evoluti che, per lo più, ci illudiamo di dover semplicemente
competere e farci largo tra gli altri eventi naturali – animali, vegetali, ecc.
– affinché si prolunghi la breve ed effimera vita che crediamo di vivere.
Quando ci renderemo conto, in carne ed ossa, di essere già da sempre la vita infinita del destino, ci accorgeremo che
nulla è «effimero» e che amare ossia contemplare fino in fondo il
mondo animale, vegetale, minerale, ecc., è desiderare il Bene di ognuno di noi
e dell’intero Universo, al di là di ogni pur necessaria prigionia che la
corporeità comporta – il corpo, cioè la materia ossia la distinzione tra ogni coscienza o evento, essendo appunto il carcere
o labirinto finito in cui la coscienza infinita inevitabilmente tende a
perdersi. (Pag. 81).
Chi dice di non
amare più qualcuno non si avvede che se l’Amore splende al centro di tutto è impossibile che esso venga successivamente spinto ai margini.
Quindi chi dice di non amare più qualcuno, sta dicendo in realtà di non averlo
mai amato, nel senso che in quel rapporto specifico non brillava l’Amore, bensì
ci si illudeva di amare con verità.
Può affiorare la presa di coscienza sempre più ampia e colorata di amare
qualcuno che si credeva di non amare, e quando ciò accadesse questo Amore non
potrebbe più svanire. Ma è impossibile rendersi conto di non amare più.
In altre parole, ci
si può accorgere di non aver amato veramente qualcuno di quell’amore che si
credeva fosse vero amore e che invece non lo era, e quindi, scoprendo il vero
senso dell’Amore, accorgersi di amarlo da
sempre, ma non ci si può avvedere,
secondo il senso autentico dell’Amore, di non amare più, appunto perché è impossibile
non amare più, ci si può soltanto non accorgere di amare già da sempre e quindi
accorgersi di amare veramente ciò che si credeva illusoriamente di amare o di
non amare. Anche negli eventi più terribili si nasconde lo sguardo del vero
Amore, uno sguardo che si mantiene nell’ombra appunto perché tale orrore prende
spicco appiattendo l’Amore che pur appare. (Pag. 104-105).
Si ama in silenzio,
nel Silenzio del destino. Il bisogno di
dire l’Amore è sempre relativo al modo in cui ci si illude di non essere
l’amato. Se ci si accorgesse di contemplare sé stessi nell’amato, non ci
sarebbe bisogno di comunicare all’amato il proprio amarlo (nel senso che tale
bisogno resterebbe sovrastato
rispetto a quell’accorgersi).
Poiché cioè non brilla, in ognuno di noi, il proprio esperire concretamente (totalmente, in carne ed ossa e nei modi opportuni)
la totalità della coscienza cioè dell’esperienza altrui, si sente il bisogno di far
presente all’amato il proprio amarlo. Quando a brillare sarà invece quel
concreto esperire, brillerà un unico
legame, quello che unisce tutte le
coscienze, giacché tale legame non ha bisogno di dire a sé stesso di amarsi, nel senso appunto che ogni bisogno, da parte
dell’amante, di dire all’amato di amarlo, sarà qualcosa, nel brillare di quel
legame, che soltanto nel passato può
brillare – sì che la rimembranza esaustiva dell’Amore passato è condizione necessaria affinché si provi l’Amore attuale e futuro. Ascoltare il Silenzio
è ciò a cui tutti siamo destinati, e, d’altra parte, non esiste cosa peggiore
che voler spingere una persona silenziosa a parlare. (Pag. 107-108).
mercoledì 17 maggio 2017
Altro estratto di "Silenzi e respiri del destino"
Inizio di Silenzi e respiri del destino.
Una mattina
d’inverno accoglie il mio primo pianto. Fuori nevica. (Il freddo gelido del
dolore investirà poi gran parte della mia vita, dal compimento dell’infanzia in
avanti). Così mi furono descritti gli albori della mia vita. Era il 27 dicembre
del 1986 (a Galatina – provincia di Lecce). La casa in cui abitare sarebbe
stata nel piccolo e per me sempre caro paese di Zollino (poco distante da
Galatina).
Ricordi per lo più
piacevoli, quelli della mia infanzia. Tanto più piacevoli quanto più abbracciati
dall’oblio. Schegge di memoria. Dai dieci anni in poi, infatti, il trascorrere
del tempo cominciò ad allungarsi sempre di più, sempre più lentamente. Le
sofferenze andarono moltiplicandosi e crescendo d’intensità. Struggente
nostalgia e tristi immagini di un passato ancora vivo.
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